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È sbagliato comprare casa in un quartiere gentrificato?

Sono una cittadina messicana con residenza permanente negli Stati Uniti. Sono nata in una famiglia operaia, ma grazie al duro lavoro e ai tanti sacrifici dei miei genitori ho potuto frequentare ottime scuole. Dopo l’università a Città del Messico, ho vissuto nei quartieri Condesa e Roma, zone che già allora erano costose e in via di gentrificazione. Anche se ero una messicana relativamente privilegiata e con una laurea in tasca, avevo la sensazione che comprare casa in quei quartieri fosse fuori dalla mia portata.

Alla fine mi sono trasferita negli Stati Uniti per un corso postlaurea, ho trovato l’amore, mi sono sposata e ho ottenuto un lavoro ben retribuito. Ora, sette anni dopo, posso permettermi di comprare una casa proprio in quelle zone. Ma i prezzi mi lasciano senza parole: sono paragonabili a quelli delle villette nella Bay Area di San Francisco, dove attualmente vivo in affitto.

È arrivata un’ondata di stranieri, e i segni della gentrificazione sono evidenti. Sento parlare di persone costrette a trasferirsi, perfino tra i miei coetanei più istruiti, che in alcuni casi hanno studiato all’estero ma sono tornati a lavorare in Messico invece di restare negli Stati Uniti come ho fatto io.

Sono molto combattuta. Posso finalmente permettermi di vivere in una delle zone che ho sempre sognato. Ma comprando una casa lì mi sembra di partecipare a quelle stesse dinamiche che hanno costretto altri ad andarsene. Sarebbe etico da parte mia fare una scelta simile?–Lettera firmata

I filosofi hanno l’abitudine, a volte irritante, d’interrogarsi sul significato delle parole. E “gentrificazione” è una di quelle importanti. Il termine fu coniato nel 1964 dalla sociologa urbana Ruth Glass per descrivere il fenomeno dei borghesi di Londra che “invadevano” i quartieri popolari. Da allora il concetto si è allargato fino a includere un insieme di tendenze: aumento dei prezzi, diminuzione della povertà, cambiamenti nei gusti, investimenti internazionali, espulsione dei residenti e il difficile intreccio tra colore della pelle e classe sociale. È una diagnosi travestita da descrizione.

Molti economisti e demografi hanno cominciato a mettere in discussione questa diagnosi. L’aumento di valore degli immobili fa crescere gli affitti e l’insicurezza per gli inquilini; i proprietari di lunga data vedono aumentare il valore delle loro case, ma possono faticare a sostenere tasse più alte. Eppure, diversi studi condotti a Filadelfia e altrove hanno mostrato che i residenti a basso reddito dei quartieri dove i valori immobiliari stavano aumentando non si trasferivano più spesso degli altri e, quando lo facevano, non finivano necessariamente in zone più povere o più lontane. Nemmeno i tassi di sfratto sembrano essere più alti.

Sempre più spesso, i ricercatori considerano la “gentrificazione” non tanto una causa, ma un sintomo della scarsità di alloggi e del divario tra stipendi e costo delle case. Alcuni si chiedono perché il dibattito pubblico si concentri sui problemi dei quartieri che diventano più ricchi, quando il fenomeno opposto è molto più comune, e ben più gravoso per i residenti a basso reddito. Un argomento plausibile è che dovremmo abbandonare completamente il termine “gentrificazione” e parlare con chiarezza di quello che conta davvero: accessibilità economica e allontanamento dei residenti.

Il costo culturale è più difficile da quantificare: la perdita di negozi e luoghi a cui si era affezionati, i cambiamenti in quello che Glass chiamava il “carattere sociale complessivo” di un quartiere. Eppure il linguaggio degli “invasori” che distruggono l’identità di un quartiere riecheggia vecchie retoriche escludenti, quelle usate un tempo per tenere le famiglie non bianche fuori dai quartieri bianchi. Le situazioni sono diverse, ma la premessa è simile in modo inquietante, e cioè che un quartiere ha il diritto di preservare la propria composizione sociale. La domanda migliore, dal punto di vista etico, non è come sbarrare la strada ai nuovi arrivati, ma come accoglierli senza danneggiare chi c’è già.

Detto questo, le capitali di tutto il mondo affrontano pressioni particolari. Nei quartieri come Condesa e Roma di Città del Messico, affluisce il denaro straniero mentre l’offerta di case fatica a tenere il passo, facendo salire i prezzi. La casa smette di essere un bene sociale e diventa uno strumento finanziario; quando i nuovi arrivati comprano per investire o per viverci solo per parte dell’anno, la vita di quartiere ne risente.

Questo è il contesto del tuo dilemma. La decisione di comprare in una zona dove i prezzi salgono rapidamente è spesso presentata come una prova morale. In realtà, la trasformazione è già in fase avanzata, e la casa che non comprerai tu sarà acquistata da qualcun altro. La vera questione è come scegli di abitare in quel luogo. Se contribuisci alla vita sociale e culturale che ti ha attratta fin dall’inizio e ti comporti come una vicina, non come un’investitrice, allora comprare la casa che un tempo sognavi non è solo difendibile, potrebbe perfino attenuare, in parte, le dinamiche che ti preoccupano.

(Traduzione di Gigi Cavallo)

Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.

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