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C’è una relazione tra allevamenti intensivi e nuovo coronavirus?

Un allevamento di polli a Taizhou, nella provincia cinese di Jiangsu, 26 febbraio 2020. (China Daily/Reuters/Contrasto)

Da dove proviene il virus responsabile dell’attuale pandemia? Com’è arrivato nel mercato cinese di Wuhan da dove si pensa sia passato agli esseri umani? Le risposte che emergono a mano a mano raccontano una scomoda verità.

Partiamo dall’inizio. In data 17 marzo si sa che il Sars-cov-2 (virus della famiglia dei coronavirus che causano il disturbo respiratorio noto come covid-19) è frutto dell’evoluzione naturale. Lo studio della sua sequenza genetica condotto dall’esperto di malattie infettive Kristian G. Andersen e dai colleghi dello Scripps research institute di La Jolla, in California, esclude infatti la possibilità che sia stato fabbricato in laboratorio o creato in altri modi, con buona pace delle teorie del complotto.

La fase successiva presenta qualche certezza in meno, ma sembra probabile che il serbatoio animale originale del virus sia il pipistrello. Il team di Andersen ha dimostrato – come avevano fatto i cinesi – che la sequenza del Sars-cov-2 è simile a quella di altri coronavirus che li infettano.

I sospetti sul pangolino
E siccome dei coronavirus provenienti dai pipistrelli sono già passati agli esseri umani tramite un ospite intermedio, potrebbe essere successo anche in questo caso. L’ospite intermedio sospetto è il pangolino, un mammifero con le squame amato da alcuni cinesi e quindi venduto nei mercati dei freschi (carne, pesce e frutti di mare). Le prove inoppugnabili mancano, ma diversi team hanno riscontrato somiglianze nelle sequenze del Sars-cov-2 e di altri coronavirus che infettano i pangolini.

Se il percorso che ha portato il virus fino a noi è davvero questo, le interazioni cruciali sono due: quella tra noi e l’ospite intermedio, forse il pangolino, e quella tra l’ospite intermedio e i pipistrelli. Finora l’attenzione si è concentrata quasi del tutto su quella tra noi e l’ospite intermedio, e sono stati additati come colpevoli i mercati e le abitudini alimentari cinesi; ma perché la pandemia scoppiasse servivano entrambe le interazioni. E allora dove e come è avvenuto il passaggio dal pipistrello al pangolino o a un altro ospite intermedio, selvatico o semiselvatico?

“Anche se lo studio non stabilisce in maniera diretta l’origine geografica del virus”, dice Andersen, “tutte le evidenze a nostra disposizione indicano che è partito dalla Cina”.

La trasformazione economica della Cina ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali

Caso chiuso, quindi dobbiamo dar ragione al presidente Trump quando definisce “virus cinese” il Sars-cov-2. E invece no, perché per capire come mai questa pandemia è scoppiata adesso e non vent’anni fa – dato che non è nuova la passione dei cinesi per cibi che noi occidentali riteniamo esotici – bisogna tener conto di altri fattori. “Possiamo prendercela con il virus e le usanze alimentari, ma il nesso di causalità si spinge fino ai rapporti tra individui ed ecologia”, spiega l’esperto di biologia evolutiva Rob Wallace dell’Agroecology and rural economics research corps di St. Paul, in Minnesota.

La trasformazione economica della Cina, cominciata negli anni novanta, ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali. Come documentato dagli antropologi Lyle Fearnley e Christos Lynteris, un effetto collaterale è stato l’estromissione dei piccoli allevatori, alcuni dei quali hanno trovato nell’allevamento di specie “selvatiche” – un tempo semplice cibo di sussistenza – una nuova fonte di reddito.

Il settore è stato ufficializzato e i suoi prodotti sono stati considerati sempre più di lusso. I piccoli allevatori, però, non sono stati estromessi solo in senso economico: a mano a mano che gli allevamenti intensivi occupavano più terra, sono stati estromessi anche in senso fisico e spinti verso zone incoltivabili, cioè verso il limitare della foresta dove si aggirano i pipistrelli e i virus che li infettano. La quantità e la frequenza dei contatti in questa prima interazione sono aumentate insieme al rischio del salto di specie.

Come crescono le zoonosi
In altri termini, la presenza massiccia di persone in ecosistemi prima indisturbati ha innalzato negli ultimi decenni il numero delle zoonosi – le infezioni umane di origine animale – com’è stato documentato per l’ebola e l’hiv. Oltre a questo cambiamento, c’è stato quello delle modalità di produzione alimentare. L’attività agroindustriale moderna, infatti, sta contribuendo alla nascita delle zoonosi.

Si pensi all’influenza, che con le sue circa quindici pandemie in cinque secoli è ritenuta appunto ad alto potenziale pandemico. “Il nesso tra comparsa dei virus dell’influenza aviaria, assai patogeni, e allevamento intensivo del pollame è evidente”, secondo l’epidemiologo Marius Gilbert della Université Libre de Bruxelles.

Tra i motivi, molti dei quali documentati nel libro del 2016 di Rob Wallace, Big farms make big flu (I grandi allevamenti causano grandi malattie), non vanno trascurate la quantità di polli, tacchini e altro pollame stipati in batteria e la vicinanza genetica degli esemplari di ogni allevamento, selezionati nell’arco dei decenni per ottenere tratti desiderabili come la carne magra. Un virus introdotto in una popolazione di questo tipo può agire indisturbato, senza incontrare nessuna resistenza sotto forma di varianti genetiche in grado d’impedirne la diffusione. E la sua virulenza può aumentare, come hanno dimostrato sia esperimenti di laboratorio sia osservazioni della realtà. Se a quel punto passa a noi esseri umani sono guai.

Anche se la Cina è uno dei principali esportatori mondiali di pollame, la proprietà degli allevamenti non è solo cinese

In un articolo pubblicato nel 2018 il team di Gilbert analizzava i cosiddetti “eventi di conversione” storici, quando cioè un ceppo d’influenza aviaria non particolarmente patogeno diventa molto più pericoloso, scoprendo che la maggior parte si era verificata negli allevamenti di pollame, e più spesso nei paesi ricchi. In Europa, in Australia e negli Stati Uniti ci sono stati molti più casi che in Cina.

La Cina, comunque, non può chiamarsi fuori. Negli ultimi decenni sono comparse lì le due forme d’influenza aviaria altamente patogene – l’H5N1 e l’H7N9 – che infettano l’essere umano, anche se (finora) con più difficoltà. I primi casi umani di H7N9 risalgono al 2013 e in seguito ci sono state epidemie annuali contenute. Per Gilbert, però, “finché il virus non si è rivelato patogeno per i polli non è stato fatto niente. Quando è diventato un importante problema di natura economica la Cina ha avviato la vaccinazione di massa del pollame, mettendo fine alla trasmissione a noi umani”.

Teorie a confronto
La Cina sarà anche uno dei principali esportatori mondiali di pollame, ma la proprietà degli allevamenti non è solo cinese. Dopo la recessione del 2008, per esempio, la banca d’investimento newyorchese Goldman Sachs ha diversificato puntando proprio sugli allevamenti di pollame della Cina. Il paese, quindi, non è l’unico responsabile del salto di specie dei virus. Ecco perché, quando si tratta d’individuare le cause di una malattia, Wallace sottolinea il concetto di geografie relazionali e non assolute. O, come dice lui, bisogna “seguire i soldi”.

Non tutti vedono un legame diretto tra allevamenti intensivi e forme nuove e pericolose d’influenza. Michael Worobey, biologo evolutivo della University of Arizona, ricorda che prima di essere chiusi in gabbia i polli crescevano all’aperto. Magari potenziano l’aggressività del virus, ma gli allevamenti probabilmente proteggono gli animali dalle infezioni.

Nemmeno Worobey, però, dubita del fatto che gli allevamenti intensivi e altre forme d’interazione tra gli esseri umani e gli animali abbiano inciso sull’ecologia delle malattie. Il suo team sta riportando su un albero genealogico le sequenze dei virus influenzali di vari ospiti, esseri umani compresi, per provare a capire l’evoluzione dell’influenza. Sebbene sia in costante mutazione – ecco perché ogni anno il vaccino stagionale va ritoccato – l’influenza muta a un ritmo diverso a seconda dell’ospite, quindi l’albero genealogico fornisce informazioni sia sull’origine e l’ospite intermedio di ogni ceppo sia sulla collocazione approssimativa nel tempo dei salti di specie del passato.

È possibile, ma per niente certo, che l’influenza sia giunta a noi circa quattromila anni fa, quando i cinesi cominciarono ad allevare le anatre attirando per la prima volta quel serbatoio animale nelle nostre comunità. Eppure possiamo scambiarcela (contrarla e trasmetterla) anche con il maiale, un altro animale accanto a cui viviamo da millenni. Alcuni anni fa Worobey ha avanzato l’ipotesi – controversa – secondo cui i volatili potrebbero non essere sempre stati i principali ospiti intermedi dei virus influenzali trasmessi all’essere umano. Fino a circa un secolo fa forse l’influenza si prendeva dai cavalli. Poiché più o meno al tempo in cui i veicoli a motore hanno soppiantato i cavalli si stava doffondendo l’allevamento del pollame nell’emisfero occidentale, Worobey ritiene possibile che i volatili abbiano assunto all’epoca il ruolo di principali ospiti intermedi.

Questa teoria non convince tutti. Se è vero che in passato i cavalli erano i principali ospiti intermedi del virus influenzale, osserva la virologa dell’Imperial College London Wendy Barclay, “la maggior parte dei virus aviari dovrebbe contenere l’adattamento ai mammiferi”, mentre non è così. Per David Morens del National institute of allergy and infectious diseases di Bethesda, in Maryland, è più probabile che il cavallo sia stato una parentesi e che i principali ospiti intermedi del virus influenzale siano sempre stati gli uccelli, specie gli esemplari selvatici. Tutti però concordano sul fatto che siamo stati noi a modificare le relazioni ospite-agente patogeno tramite lo sfruttamento dei terreni e delle altre specie animali. Tra l’altro, fa notare Worobey, vista la smisurata crescita della popolazione mondiale viene da pensare che in questo secolo si tratti di uno sfruttamento senza precedenti. Secondo i suoi calcoli, oggi le anatre allevate potrebbero essere più di quelle selvatiche.

Sono molto solide le prove a sostegno del fatto che il modo in cui è prodotta la carne ha contribuito alla comparsa del covid-19

E il fenomeno non riguarda solo i volatili. Gilbert è convinto che l’aumento della virulenza dei virus si stia verificando anche tra i maiali. La sindrome riproduttiva e respiratoria dei suini, descritta per la prima volta negli Stati Uniti alla fine degli anni ottanta, si è ormai diffusa in tutto il mondo e i ceppi individuati da non molto in Cina sono più virulenti dei primi scoperti negli Stati Uniti. In uno studio del 2015 Martha Nelson e i colleghi dei National institutes of health statunitensi hanno mappato le sequenze genetiche dei virus dell’influenza suina scoprendo che i principali esportatori mondiali di maiali – i paesi europei e gli Stati Uniti – sono anche i principali esportatori dell’influenza suina.

Nei social media circolano commenti, postati anche da vegani, secondo cui se si mangiasse meno carne il covid-19 non ci sarebbe stato. Curioso come certi post siano stati bloccati dai mezzi d’informazione tradizionali perché ritenuti “in parte falsi”. In fondo sono anche in parte veri. Se i collegamenti che individuano sono troppo semplicistici, le prove a sostegno del fatto che il modo in cui è prodotta la carne – non solo in Cina – ha contribuito alla comparsa del covid-19 sono invece molto solide.

Come affermano Fearnley e Lynteris, è ovvio che per prevenire o quantomeno rallentare la nascita di nuove zoonosi occorre regolamentare meglio i mercati cinesi, ma è anche necessario andare oltre i mercati e riflettere su come viene prodotto a livello globale il cibo che mangiamo.

Adesso non ci sembrerà così, dice Wallace, ma con questo nuovo coronavirus abbiamo avuto fortuna perché è di gran lunga meno letale sia dell’H7N9, che uccide circa un terzo di quelli che infetta, sia dell’H5N1, che uccide perfino di più. Secondo lui ci viene offerta l’occasione di analizzare il nostro stile di vita – perché se il pollo costa un milione di vite umane non è a buon mercato – ed eleggere politici che impongano al settore agroindustriale standard di sostenibilità ecologica, sociale ed epidemiologica più alti. “Con un po’ di fortuna”, dice, “cambieremo le nostre pratiche di produzione agricola, utilizzo del suolo e conservazione”.

(Traduzione di Stefania De Franco)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian

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