L’epidemia che minaccia la feta e l’economia della Grecia
A gennaio un allevatore greco si è impiccato dopo aver dovuto abbattere il suo gregge di pecore nel comune di Vrontou, nella Pieria. Il corpo dell’uomo, 52 anni, è stato trovato dal fratello nel magazzino della casa alle prime luci dell’alba. Il presidente dell’Associazione apicoltori della Pieria, Nikos Tsertikídis, ha affermato in un post su Facebook che il suicidio era avvenuto dopo l’eliminazione delle sue mille pecore.
Il governo greco è alle prese con un’epidemia di vaiolo ovino e caprino che ha già causato l’abbattimento di circa mezzo milione di animali. Il primo focolaio è stato individuato il 21 agosto 2024, nel nord del paese. Da allora la malattia si è estesa senza controllo. Secondo i dati del comitato scientifico nazionale per la gestione e il controllo del vaiolo, tra l’agosto 2024 e il dicembre 2025 sono stati confermati 1.985 casi in 2.449 allevamenti del paese, con la soppressione di 450.233 animali.
Tuttavia, il governo esclude la vaccinazione, anche se è raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità animale e dalla Commissione europea. La ragione principale è di natura economica, e riguarda la feta, il formaggio tipico greco.
L’80 per cento del latte ovino e caprino prodotto in Grecia è destinato alla produzione della feta, spiega il microbiologo Raúl Rivas, dell’università di Salamanca. E, di questa produzione, il 65 per cento è esportato. Quindi “se si decidesse di fare i vaccini, come vorrebbero alcuni allevatori, la Grecia perderebbe il suo status di paese indenne dal vaiolo ovino e sarebbe dichiarato paese dove la malattia è endemica, con pesanti restrizioni alle esportazioni”.
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La feta, prodotta con latte di pecora e capra cagliato, è un formaggio a denominazione di origine protetta (Dop) e si può produrre solo in Grecia. “Qui nasce un ulteriore problema”, continua Rivas: se l’Unione europea rendesse più flessibile la normativa per non lasciare sfornito il mercato e permettesse ad altri paesi di produrre formaggi con le stesse caratteristiche o perfino con la stessa denominazione, “il contraccolpo per la Grecia sarebbe enorme”.
Il vaiolo che colpisce pecore e capre è una malattia molto contagiosa. È causata da ceppi di un virus della famiglia dei Capripoxvirus, ed è caratterizzata da febbre, lesioni cutanee o noduli generalizzati, lesioni interne e morte. “È un virus relativamente vicino a quello del vaiolo umano o al vaiolo delle scimmie, l’Mpox, ma non può essere trasmesso all’essere umano”, dice Rivas. Il suo impatto economico e sociale però è enorme, “perché nei ruminanti ha un tasso di mortalità molto alto”
Nei recinti contaminati può resistere fino a sei mesi; nella lana degli animali o nelle croste secche della pelle può rimanere in vita fino a tre mesi, “perciò eliminarlo è complicato se non si applicano misure di disinfezione e controllo biosanitario”.
Si trasmette in modo diretto, attraverso il contatto tra gli animali, le mucose e l’inalazione della polvere delle croste secche, e in modo indiretto. “Quando il virus è diffuso nell’ambiente, insetti come i tafani o le mosche delle stalle possono fungere da vettori meccanici trasportandolo da un luogo all’altro”, sottolinea Riva.
Un problema anche per i consumatori
“Nessun paese europeo ha realizzato una vaccinazione contro il vaiolo”, ha detto a ottobre il ministro greco dello sviluppo rurale e dell’alimentazione Kostas Tsiaras. I paesi che l’hanno fatto, per esempio la Turchia e l’India, “hanno dichiarato lo status endemico e non possono più esportare i loro prodotti”.
La decisione di vaccinare è una risposta alla grande diffusione di un virus in un paese “e questo implica che la malattia sia definita ‘endemica’ in quella zona”, spiega il microbiologo. “Il che fa subito perdere lo status di paese indenne dalla malattia”, aggiunge, e le esportazioni “in molti casi si bloccano”.
Affinché un paese possa essere di nuovo dichiarato indenne dalla malattia devono passare anni senza che ci siano nuovi casi. Ma “in quel periodo si perde molto mercato”, continua Rivas. È proprio quello che il governo greco vuole evitare.
Per la Grecia quello della feta è un mercato rilevante: negli ultimi anni le esportazioni, soprattutto verso Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Australia, sono aumentate. Secondo i dati dell’autorità statistica nazionale del 2023, la Grecia produce duecentomila tonnellate di formaggio a pasta molle ogni anno. La feta è al primo posto, con circa 140mila tonnellate.
Nel 2024 il valore annuo delle esportazioni del formaggio dalla Grecia ha raggiunto i 785 milioni di euro. “È una cifra esorbitante”, dice Rivas. Oggi i produttori stanno attingendo alle riserve di latte a disposizione, ma con quasi cinquecentomila animali abbattuti la produzione di latte è diminuita. “Tra qualche mese i prezzi potrebbero subire un’impennata e la feta potrebbe diventare un bene di lusso”, sostiene l’esperto.
Le raccomandazioni di Bruxelles
Il 14 gennaio la deputata Evangelia Liakouli, del partito socialista Pasok, ha accusato il governo di non aver reso pubblica una lettera della Commissione europea in cui si affermava che, data la situazione, la vaccinazione “era necessaria”.
“Ci sono prove convincenti del fatto che le misure applicate in Grecia da più di un anno non bastino per fermare la diffusione della malattia né per ridurre il numero di animali da abbattere”, avvertiva il commissario europeo per la salute e il benessere degli animali, Oliver Várhelyi, nella lettera del 6 ottobre 2025.
“La vaccinazione dev’essere impiegata in aggiunta al normale abbattimento sanitario, oltre ad altre misure di controllo e restrizione”, avvertono da Bruxelles.
Per ora il governo greco ha preferito “abbattere un intero allevamento ogni volta che viene individuato un animale infetto, per poi smaltire le carcasse in modo controllato attraverso l’incenerimento e il seppellimento”, spiega Rivas.
Nel frattempo alcuni allevatori greci stanno vaccinando i propri animali con vaccini importati non autorizzati. “Purtroppo sembra che molti allevatori, preoccupati, stiano importando vaccini illegali dalla Turchia”, ammette Rivas. “Il governo è di fronte a una scelta difficile: il vaccino aiuterebbe, ma dal punto di vista economico sarebbe un duro colpo”.
Nelle aziende agricole l’impatto dell’epidemia si fa già sentire. Il governo concede indennizzi di 200 o 250 euro per animale, che per gli allevatori sono insufficienti. Dopo l’abbattimento in massa di un intero allevamento da 500, 600 o anche mile capi, possono volerci fino a due o tre anni per ripristinarlo con animali da latte produttivi. Inoltre molti focolai si sono verificati in piccoli allevamenti nelle zone rurali, dove probabilmente le persone saranno costrette ad abbandonare l’attività.
Si pensa che il virus sia arrivato in Grecia attraverso la Turchia. Il vaiolo ovino e caprino è endemico in Nordafrica, Medio Oriente, Turchia, Iran, Afghanistan, India, Nepal, in alcune zone della Cina e, dal 1984, in Bangladesh. Negli ultimi anni sono stati rilevati alcuni focolai anche nell’Europa meridionale.
Tre anni fa gli allevatori spagnoli erano riusciti a contenere la diffusione dell’epidemia. Ma a differenza di quello che succedendo in Grecia, in Spagna “gli allevamenti colpiti erano stati relativamente pochi”, spiega il professore di salute animale Christian Gortázar, dell’università di Castilla-La Mancha. “Di fronte a focolai così circoscritti, l’intervento più sensato è la soppressione”, aggiunge.
Si potrà fermare l’epidemia in Grecia senza vaccini, o è troppo tardi? “In Spagna ci siamo riusciti”, spiega Rivas. “Ma in Grecia l’emergenza sta assumendo dimensioni enormi”, aggiunge. “Nelle ultime settimane il numero di focolai è aumentato”.
(Traduzione di Giulia Zavagna)