Dicono che la prima volta la vide in sella a un cavallo bianco e ne restò incantato. Se ne innamorò e la sposò poco dopo. Lui era il figlio di un mercante di tabacco, Christidis, istruito alla Grande scuola della nazione a Costantinopoli. Lei era una donna cattolica di origini franco-inglesi e veniva da Adana (in Turchia). La coppia visse a Xanthi nella casa della famiglia di Christidis, un palazzo neoclassico a due piani con influenze russe in via Orfeos. Lui viaggiava spesso per affari. Lei passava le mattinate sul balcone, al secondo piano, ma la vista era parzialmente ostruita dai tanti piccoli negozi.
Un giorno, tornando da uno dei suoi viaggi, Christos Christidis decise di fare una sorpresa alla sua amata Julie: pagò mille sterline d’oro per compare tutti i negozi ed espandere il cortile della loro casa. Poi piantò un centinaio di rose nel giardino che ancora oggi è uno dei più grandi e profumati della città vecchia. A Xanthi i giardini aristocratici confinano con i cortili più piccoli imbiancati a calce, adornati da piccoli vasi di fiori. Le grandi ville di quelli che un tempo erano i signori del tabacco sorgono accanto alle case popolari, dai soffitti bassi, e le moschee che a loro volta sono affiancate dalle chiese. L’eclettismo incontra l’architettura tradizionale e la magnificenza convive in armonia con l’umiltà.
Xanthi è una città multiculturale, resiliente e simbolica, che conquista il visitatore per il suo patrimonio architettonico, ben preservato e per i tanti aneddoti che si annidano in ogni angolo. “Le persone intorno a noi spesso conoscono storie straordinarie, che però non sono ancora state raccontate”, spiega Triantafyllos Vaitsis, un artista delle ombre di fama internazionale, arrivato a Xanthi nel 1994 per studiare ingegneria ambientale e mai più ripartito.
Ombre sui muri
Nel 2014 Vaitsis ha fondato The house of shadow (la casa delle ombre) nel cuore della città vecchia, una galleria unica nel suo genere in cui le sculture composte con materiali poveri proiettano sui muri le loro ombre inquietanti. Oggi Vaitsis lavora a una serie di opere ispirate alla storia moderna della città: i terremoti che hanno devastato Xanthi nel 1829; la ricostruzione fatta dai muratori arrivati dall’Epiro; l’era della belle époque, l’avvento della ferrovia, la nascita di Manos Hadjidakis (compositore e poeta greco)nel 1925, la seconda ondata della ricostruzione fatta di condomini e la fondazione del politecnico.
“Al centro di tutto c’è un uomo di Xanthi, una persona come tante ma con una vita per niente ordinaria”, spiega Vaitsis. “Ho scelto il nonno di mia moglie, che riuscì a sfuggire alla morte per tre volte: in Bulgaria, a Dachau e durante la guerra civile greca. In quanto veterano di guerra gli avevano assegnato un piccolo chiosco da gestire”.
A cinque minuti di distanza, su via Aristeidou, un’altra storia straordinaria si nasconde letteralmente sotto la superficie. Nello scantinato di una casa a due piani oggi di proprietà della famiglia Fysekiadis si trova un frammento di un hammam del sedicesimo o diciassettesimo secolo, probabilmente uno dei più antichi monumenti di Xanthi.
“Mio padre ha comprato la casa nel 1958 per ventimila dracme dalla famiglia di distillatori Kougioumtzoglou”, racconta l’attuale proprietario, Dimitris Fysekiadis. “All’epoca la città era in declino e gli abitanti più ricchi si trasferivano a Salonicco. È così che abbiamo scoperto le due cupole, di altezza diversa. La più piccola la usiamo per conservare la legna per il camino, mentre quella più alta è stata integrata nel nostro salotto”. La residenza è uno dei 593 edifici di Xanthi protetti da un decreto presidenziale del 1995, anche se l’area era già sottoposta a tutela architettonica dal 1976. “Ironia della sorte, noi abbiamo finanziato la ristrutturazione, ma una volta completata il servizio archeologico ha acquisito il diritto di supervisionare la gestione del bene in base alla legge sul patrimonio culturale”.
Salvaguardare le dimore storiche del centro di Xanthi è un compito sempre più gravoso per i proprietari, soprattutto a causa delle regole severe imposte dal ministero della cultura. “Il primo problema sono le case abbandonate”, spiega Katerina Mavroudi, che presiede l’Associazione dei residenti della città vecchia. L’associazione è stata fondata nel 1992 per ravvivare e proteggere il centro storico e ne fanno parte circa 150 famiglie, sia cristiane sia musulmane. “Esistono molti edifici con diversi proprietari. Gestirli è complicato, non solo per i limiti imposti dal servizio archeologico, ma anche per il costo enorme dei restauri”, spiega Mavroudi.
L’ingegnere civile Triantafyllos Sfyris, che ha restaurato molti edifici del centro, è d’accordo con Mavroudi: “Ristrutturare e restaurare un edificio tutelato usando i materiali tradizionali costa molto più che costruirne uno nuovo con metodi e materiali moderni. Lo stato dovrebbe quanto meno coprire la differenza, perché non si può fare cultura affidandosi solo alla buona volontà dei singoli. La città vecchia rischia di diventare un cumulo di rovine”, avverte Sfyris.
Bachriye Kehagia prova la stessa frustrazione. La donna vive con suo marito, i figli e i genitori nella casa in cui è nata, nei pressi della moschea di Ahrian. “Qui è un mondo diverso, un quartiere. Non siamo come chi vive in un grande condominio, in tanti in poco spazio e senza nemmeno conoscersi”.
È questa la sensazione che è offerta dalla città vecchia ai visitatori: i residenti salutano i passanti calorosamente, i bambini giocano in strada o nei cortili, i vicini si scambiano le notizie del giorno da un balcone all’altro e le donne si siedono insieme in strada a ricamare. È un bellissimo “villaggio” senza rumore e cemento.
La convivenza
Il quadro cambia drammaticamente ogni settembre, quando durante il festival della città vecchia le strade si riempiono di visitatori. L’evento è stato organizzato per la prima volta nel 1991, su iniziativa del sindaco Philippos Amoiridis, con l’obiettivo di far incontrare gli abitanti di tutte le comunità e fargli riscoprire la città. Oggi, tuttavia, sono in molti a lamentarsene, a causa del rumore, della spazzatura e degli episodi di vandalismo.
“Nei giorni del festival è tutto più difficile”, spiega Ersin Servili, la cui famiglia possiede da tre generazioni la storica torrefazione Servili. “Non è solo il rumore. Per una settimana i nostri cortili si trasformano in bagni pubblici”.
Comunque molti abitanti ritengono che i tour organizzati dall’amministrazione comunale siano un sistema perfetto per osservare la città. “Perdersi nei vicoli è la cosa migliore da fare”, spiega la museologa Natassa Michailidou, che durante il festival accompagna scolaresche e visitatori arrivati da tutta la Grecia e dall’estero. Il suo monumento preferito è una casa costruita nel 1849 (l’edificio privato più antico) in via Silivrias. “Non è imponente”, spiega Michailidou, “ma le sue sachnisia (finestre a bovindo) sono sopravvissute, insieme all’angolo smussato. Gli artigiani lo costruirono così per evitare che i carri lo danneggiassero, e le loro ‘firme’ sono ancora visibili: una coccarda e il seno di una donna, scolpiti per portare fortuna ai proprietari”.
Un altro esempio distintivo dell’architettura locale, con una sachnisi e un cortile quasi semicircolare è la casa dove un tempo viveva la poeta Katina Veikou Serameti, che arrivò a Xanthi da Neoi Epivates, nella Tracia orientale, per fare l’insegnante. Veikou Serameti scrisse, tra le altre cose, brevi quartine in rima nel dialetto locale (xanthiotika), con l’obiettivo di preservare la lingua per le generazioni future.
Veikou Serameti è uno dei motivi per cui il filologo, autore e poeta Thanasis Mousopoulos ha deciso di trasferirsi nella città vecchia: “Due amici che non sono più con noi vivevano qui. Erano due pilastri della vita culturale di Xanthi: Katina Veikou Serameti e il poeta e scrittore Stefanos Ioannidis, un uomo straordinario. Una delle meraviglie di questo quartiere è la convivenza”, sottolinea Mousopoulos. “Persone di culture, lingue e religioni diverse vivono insieme. Il problema nasce quando la politica si mette di mezzo. Nella città vecchia non abbiamo bisogno di salvatori. Finché staranno lontani, le persone continueranno a vivere in armonia, a prescindere da dove vengano”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati