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“Saremo una coppia fino alla fine”

Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Françoise, 72 anni.

Il primo giorno

“Partecipo a uno corso per dirigenti al castello di Bonnelles, in un grande parco nella valle di Chevreuse, a sudovest di Parigi. Per cinque settimane, distribuite nell’arco di sei mesi, ci offrono il caffè la mattina, la cucina è eccellente e beviamo ottimi vini. Prendiamo tutti tre chili. Ovviamente c’è una prevalenza maschile. Ci sono dodici uomini e quattro donne: un maschiaccio, una femminista radicale che rompe le scatole a tutti con le desinenze delle parole e una madre di famiglia. Io sono l’unica veramente libera, emancipata ma non volgare. Sono vicina ai quaranta e sono single da sempre. Sono una provocatrice, non mi lascio sfuggire l’occasione di dire qualcosa solo per il piacere di scandalizzare.

La prima mattina ci danno un caso di management da risolvere divisi in piccoli gruppi. Lui ha già la risposta pronta, non è possibile alcuna discussione. Ne faccio una questione di principio e mi ribello: ‘Mi dispiace, signore, mi deve convincere! Deve dimostrarmelo!’. Il pomeriggio lo provoco ancora e lui mi dice seccamente: ‘Signora, non vorrà continuare così per cinque settimane’. Non lo sopporto, mi irrita profondamente.

Non sopporto i suoi capelli biondi un po’ crespi e i suoi occhi blu che virano al verde. A me piacciono i tipi bruni con gli occhi neri, e lui non risponde a nessuno dei criteri fisici che preferisco. Né tantomeno a quelli intellettuali. Di solito frequento persone brillanti e creative. Lui non è così, è un uomo serio da camicia bianca. Quelle con le righine che non si distinguono da lontano per lui sarebbero impossibili. Per fortuna il caso fa sì che siamo sempre seduti uno accanto all’altra: non devo neanche guardarlo.

Nella terza settimana, per la prima volta, è seduto di fronte a me. L’argomento della sessione è la comunicazione e questo ci spinge a dare prova d’immaginazione. Gli aspetti del carattere di ognuno si rivelano poco a poco, al di là delle prime impressioni. Lo sento dire cose sensate, perfino belle. Non mi aspettavo che potesse dire cose così profonde. Poi parla delle sue origini, non in modo chiaro, ma capisco che i suoi capelli crespi provengono da origini miste, è per un quarto africano. Questo elemento suscita in me un’attrazione che mi dà voglia conoscerlo. La sera gioca a backgammon con una ragazza. Io non so giocare, non mi piacciono i giochi da tavolo, ma scivolo dietro di lui e gli passo una mano tra i capelli. Penso di sentire una criniera, invece ha capelli molto morbidi. Lui sembra apprezzare.

Senza rendercene conto ci avviciniamo e parliamo molto. Vengo a sapere che ha vissuto nel mio quartiere, è qualcosa che ci unisce, e che ha solo un anno più di me. Per l’esattezza, una gravidanza in più: è nato alla vigilia del matrimonio dei miei genitori, io sono nata nove mesi dopo la cerimonia. Quando giochiamo a bocce durante le pause, mi dice delle parole carine, mi chiama ‘tesorino’. La cosa mi colpisce, nessuno mi aveva chiamato così.

È premuroso e comincio a sentirmi a disagio. Mi sono così atteggiata a donna libera che ora ho paura che mi giudichi. Ma forse proprio perché ha una grande conoscenza del management e delle persone, riesce a farsi un’idea chiara di me e non mi fa nessuna domanda. Fin da subito mi accetta per come sono. Non mi era mai successo. Durante la quinta settimana viene nella mia camera. Il giorno dopo uno dei partecipanti un po’ geloso mi chiama ‘signora R.’, dal cognome del mio nuovo amante. Gli do uno schiaffo”.

L’ultimo giorno

“Siamo alla fine del viaggio. Vivo in ospedale perché non voglio lasciarlo solo. Mi sono unita a lui e saremo una coppia fino alla fine. Anche se l’atmosfera nella stanza è molto cupa, il personale medico ci osserva con grande serenità. Jean è moribondo. Sappiamo che la fine è vicina, ma io non posso ancora credere che morirà.

Quattro mesi prima, il 21 aprile, il medico mi convoca per dirmi che mio marito non ce la farà. Non dico nulla a Jean, faccio in modo che non si renda conto di niente, voglio rendergli la vita più facile, ma ho l’impressione di vivere nella menzogna. La sera guardiamo il film Innocenza e malizia, finalmente posso piangere. Quando ci stringiamo l’uno all’altra per dormire, sfogo liberamente il mio dolore. Una volta piango nello studio della mia ginecologa. Lei mi capisce: ‘Signora, quando avrà voglia di piangere, prenda appuntamento e venga a farlo nel mio studio’. Alcune persone sono davvero gentili.

Jean non vuole che lasci il lavoro per lui. E visto che l’ospedale non è lontano dal mio ufficio, vado da lui all’ora di pranzo e la sera. Sotto l’effetto della morfina, si crede nella prigione del re del Marocco. La cosa non è del tutto assurda perché il suo gastroenterologo è stato anche il medico di Hassan II. Una notte quasi si butta dalla finestra. Così decido di dormire in ospedale, prima su una poltrona e poi su una brandina che porto da casa.

Alla fine non lavoro più, sono in ospedale tutto il giorno. ‘Adesso ci spostano. Non voglio che continui a dormire in queste condizioni’, mi sussurra. Ha ottenuto una camera con due letti, li avviciniamo. Rimaniamo lì tutto il tempo, sempre insieme. Jean ha occhi solo per me. Anche quando c’è sua madre, chiede di me appena esco dal suo campo visivo: ‘Dov’è mia moglie? Dov’è mia moglie?’. Vuole che non ci separiamo mai. Quando non mi vede è come se gli mancasse l’aria. Difficile che una tale prova d’amore possa ripetersi nella vita di una persona.

La sera, due giorni prima della fine, preghiamo insieme. Non siamo molto credenti, né io né lui, ma recitiamo il Padre nostro, un’Ave Maria e un Gloria al padre. ‘Se riuscirò a salvarmi, faremo il giro del mondo’, mi dice subito dopo. È terribile, ha ancora un’enorme voglia di vivere. Parliamo fino all’ultima sera. Le infermiere capiscono che sta per succedere, lasciano la luce accesa. Jean ha delle visioni: ‘Ah, quell’uomo di 55 anni’, mormora, come se qualcuno gli facesse un cenno. Ripeto il suo nome in continuazione. Non dice più nulla ma respira forte. In realtà comincia a rantolare. Non sapevo cosa fosse un rantolo. Credo di essermi addormentata nel momento in cui è morto. Non so se ero cosciente o meno. Non lo so, e ancora oggi me lo rimprovero. In ogni modo è morto in un’assoluta serenità.

Il suo passaggio nella mia vita è stato così breve ma così intenso da riempirla ancora. Dico sempre che sono morta a metà, ma anche che sono viva a metà. Sono felice di aver vissuto la mia vita grazie a quello che ho vissuto con lui. È l’unica mia storia d’amore che merita di essere raccontata. La sola che posso chiamare ‘Amore’. Non mi sembra ancora finita. E sono certa che lassù lo ritroverò”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.

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