Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Marie, 38 anni.

Il primo giorno

“È un albergo a mezz’ora da casa mia. Sulla strada per andarci non mi sento tranquilla, ho paura. Sono combattuta tra la voglia di godermi la vita, quei momenti di intensità che a volte capitano, e il rischio che corro venendo qui. È un edificio ai limiti della zona commerciale, un palazzo anonimo per lavoratori in trasferta. Arrivo nel parcheggio, è tutto un po’ stereotipato, come in un film: il sole che tramonta, la luce dai riflessi arancioni, lui davanti alla sua auto che mi aspetta passeggiando avanti e indietro. Giacca, jeans neri, occhiali; né alto né basso, i capelli corti, uno zaino sulle spalle. Nel vederlo, sembra nervoso quanto me.

Non l’ho mai visto prima: i nostri sguardi si incrociano, sono contenta, sembra gentile, simile a quello che mi aveva fatto vedere, sono rassicurata, esiste davvero. Penso: ‘Adesso sono nella merda’. Sono madre da sei anni, con un marito diventato talmente padre da non essere più un vero marito. Volevo ridiventare donna, lasciare una porta aperta all’incontro senza provocarlo veramente.

Ho conosciuto Antoine su un gruppo Facebook, gli ho mandato una richiesta di amicizia. È nata una conversazione amichevole, mi ha mandato qualche foto ma non mi sono sentita attratta da lui, se non per il suo sguardo blu e verde. Mio marito è sempre stanco, torna tardi la sera e si addormenta sul divano. Questo mi lascia il tempo per parlare con Antoine. Con il passare del tempo la nostra conversazione assume un carattere sessuale, cerchiamo un modo per vederci perché viviamo a due ore di distanza l’uno dall’altra. Ci parliamo molto, sempre, per definire i termini della nostra relazione: amiamo i nostri partner, ma ci manca qualcosa che vogliamo darci a vicenda. Il passaggio all’atto avviene in questo albergo lungo la strada.

‘Ho già preso la chiave’, mi dice lui salutandomi, per evitare l’imbarazzo della coppia illegittima davanti al sorriso divertito dell’addetto alla reception. Lui sembra più a suo agio di me. Altra scena: la porta magnetica non si apre, la spia rossa luminosa lampeggia e si rifiuta di diventare verde, contribuendo al disagio e alla tensione del momento. La conseguenza è un ritorno un po’ imbarazzato alla reception dell’albergo e la richiesta di una nuova scheda.

Alla fine riusciamo a entrare nella camera, per lui tutto sembra semplice, ma per me non è così, lo lascio fare come se fosse normale lasciarlo fare. Rimaniamo lì dalla fine del pomeriggio a notte inoltrata, in una sorta di bolla senza telefono per ricordarci il mondo esterno.

Adesso dobbiamo separarci, salutarci nella notte del parcheggio. Guardare nello specchietto retrovisore l’auto che se ne va, tornare a casa, farsi una doccia e infilarsi nel letto accanto al marito addormentato. Non mi sento colpevole, al contrario mi sento euforica. L’avventura è stata all’altezza delle aspettative. I giorni successivi sono occupata dai figli, da tutte le varie necessità, le lavatrici, la spesa, la gestione dei bagnetti dei bambini e dei pasti”.

L’ultimo giorno

“Non fa davvero freddo in questo pomeriggio di primavera sulle rive dell’Ouche, a Digione. Sono seduta sulla sponda del fiume, non lo vedo da quattro giorni, da quando ho lasciato tutto, mio marito, i miei figli, la mia casa, per andare a cercare lavoro nella sua città. Da quattro giorni dormo in un misero Airbnb e sono respinta da tutti i posti di lavoro per cui mi candido.

La sera sprofondo nello sconforto nel mio piccolo appartamento, e mi chiedo che cosa ho fatto, perché ho lasciato tutto per lui. Lui che è sposato e che non ha intenzione di lasciare la moglie. Per quanto io sia ‘la sua perla’, come mi ripete spesso, non c’è esclusività né futuro, solo uno scambio di favori. Ho traslocato a Digione portando in valigia l’amore che provo per lui. Ma lui non la vede così: mi dice che sono invadente. Sono nel suo territorio e minaccio la sua vita professionale e personale. Da qualche tempo ha deciso di rimettere ordine nella sua vita, di riprenderne il controllo e io non rientro nei suoi piani.

Sulle rive dell’Ouche finisco per ricevere un messaggio di rottura, quello che dice che non vuole più essere il mio amante, che sono troppo dipendente e triste, che tutto questo deve finire. Penso di buttarmi nel fiume, voglio dimenticare tutto e sparire. Voglio cancellare questa vita, questa storia assurda ed esaltata, questo amore fallito che mi ha portato fin qui.

Un’amica mi chiama, mi sostiene, mi dice che non posso rimanere da sola, col pensiero di buttarmi nell’acqua. Per questa notte sarà il mio angelo custode, mi dice che ho dei figli e non posso fare una cosa del genere. Sono settimane che non mangio più nulla, i miei occhi sono vuoti e rossi a forza di piangere. Il giorno prima sono crollata in lacrime nelle braccia dell’addetta all’accoglienza del posto a cui volevo lasciare il curriculum.

Passiamo quattro ore al telefono, la mia amica riesce a rendere meno intense queste emozioni troppo forti che mi travolgono. Mi alzo e lascio la riva del fiume. Recupero le mie cose, mi metto a piangere sul divano letto, lascio un messaggio ancora più lacrimevole ad Antoine. Il giorno dopo torno a casa mia, senza lavoro e depressa. Ritrovo mio marito, che ha dei dubbi ma non vuole davvero vedere.

Mi aiuta a rimettermi in piedi, mi ricostruisco. Cerco anche di superare questa maternità alienante, questa esperienza di privazione del mio corpo. Non ho mai amato mio marito come amavo Antoine, che mi aveva visto come donna e non solo come madre. La nostra relazione si è innestata sulla depressione che ho avuto dopo la gravidanza e mi ha svuotata di quel po’ di sostanza che rimaneva in me”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.

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