“La mia fiducia, i miei punti della patente, la mia dignità, si è preso tutto”
Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Helena, 38 anni.
Il primo giorno
“Quella sera mi esibisco sul palco. Faccio un concerto in un cabaret durante il festival di Avignone. Canto, felice e orgogliosa, ma sono impantanata in una relazione con uno dei miei musicisti. Uno di quegli uomini con cui bisogna pianificare la data della separazione, se non vuoi farti rovinare la vita. Ho previsto di lasciarlo il giorno dell’ultimo spettacolo. ‘Non c’è bisogno di aspettare così a lungo’, mi consiglia un altro componente del gruppo. Provo a non pensarci quando vedo entrare un reggimento della Legione straniera.
Insomma, non tutta la truppa, solo un russo, un montenegrino e un caporale brasiliano. Durante la pausa li raggiungo, so parlare il russo. Il montenegrino è molto alto e attraente. Mi piace, sarà perfetto per togliermi dalla mente il mio collega musicista. Ha quell’aria da ‘sono bello e lo so’. Torno a cantare e mi stupisco dell’assembramento che si forma intorno ai bagni. Mentre osservo la scena da lontano, il mio futuro ex, geloso, viene da me e mi rimprovera: ‘Allora, che fai, stai annettendo il Montenegro?’. Di fronte a noi, troppo ubriaco, il caporale brasiliano ha vomitato, e i tre soldati hanno in mano uno straccio per rimediare al disastro. Vedere quel bellimbusto che pulisce mi diverte.
Facciamo di nuovo una pausa, e loro sono ancora lì. Il montenegrino mi bacia sulla guancia, mi dice che ha 25 anni, io ne ho appena compiuti 34. Il giorno dopo setaccia i social, mi trova e mi propone di bere qualcosa. Ci vado, c’è talmente tanta gente che faccio fatica a vederlo. Al mio messaggio preoccupato perché non riesco a trovarlo, risponde insolente dall’alto dei suoi 195 centimetri: ‘Aspetta, mi alzo’, sembra compiaciuto della sua statura. Dopo camminiamo per Avignone, piazza del Palazzo dei papi, mi bacia, ma deve rientrare. Il giorno dopo deve prendere servizio alle 6:30. Arriva il fine settimana, continuiamo a vederci, ma non cerco una storia seria.
Un giorno, sul mio divano, ha un tono solenne: ha qualcosa da dirmi. Mi siedo agitata, mi aspetto che mi spieghi che in realtà ha una moglie e dei figli in Montenegro. ‘Non ho 25 anni ma 19’, mi annuncia. Scoppio a ridere, una risata nervosa che conferma la mia intuizione: questa storia deve finire presto. Ma lui fa di tutto perché io mi innamori. Nonostante la sua giovane età, mi legge come un libro aperto, vede quello che cerco tanto di nascondere, che dietro l’aspetto di lavoratrice instancabile c’è un’ipersensibilità con cui faccio fatica a convivere. Con lui mi sento autorizzata a essere davvero me stessa. Così mi innamoro, vive da me, lo mantengo. Lo amo a tal punto che ogni mattina mi alzo alle 5:15. Prendo l’auto e lo accompagno al suo reggimento dove la sveglia suona alle 5:30”.
L’ultimo giorno
“Tutti i fine settimana invita degli amici a casa mia. Orde di militari a cui offro vitto e alloggio, come una scema. ‘Se non sei contenta, andiamo in albergo’, mi risponde quando protesto. Ma io non voglio che vada in albergo, voglio che resti con me, sono follemente innamorata. Le sue parole sono tanto belle quanto sono brutti i suoi gesti.
Questa mattina dorme come sempre, con il suo sonno pesante da militare. Io, nel letto, resto in silenzio e rifletto, mi atteggio a donna assennata, che rifiuta di essere trascinata nella violenza di una relazione passionale condita in salsa slava. Frugo distrattamente nel suo telefono. Ho paura, senza avere prove. Finché, illuminata dalla piccola luce bianca dello schermo, trovo delle foto in cui lui abbraccia e bacia una ragazza, poi dei messaggi che descrivono con entusiasmo la notte precedente.
Troppo alto, troppo bello. Passa la vita a guardarsi allo specchio, ad accarezzarsi i muscoli. Ama troppo se stesso per poter amare qualcun altro. A volte le donne cercano di rimorchiarlo perfino in mia presenza. Metto via il telefono e penso: ‘Questa non può essere la mia vita’.
Non dico nulla, ma decido che è finita. Si sveglia e prende la mia auto – la mia auto, il mio appartamento, il mio stipendio, perché manda tutta la sua paga in Montenegro. La mia fiducia, i miei punti della patente, la mia dignità, si è preso tutto, ed è quasi un anno che mi dico che non sono né abbastanza vecchia né abbastanza ricca per sopportarlo. Va a una grigliata con i suoi amici militari. Ne approfitto per lasciarlo. Quello che detesto di più nelle separazioni è il momento in cui si prendono le proprie cose, quando l’altro se ne va con il suo fagotto e rende concreta la rottura sentimentale.
Così gli preparo le valigie. Raccolgo i suoi vestiti – resisto alla tentazione di fargli i pantaloni e le camicie a frange, stile cowboy, a colpi di forbici. Metto tutto nelle mie borse perché, ovviamente, lui non ne ha. Gli mando un messaggio: ‘È finita, sei andato troppo oltre’. Non mi crede, pensa che cambierò idea, come al solito. Non mi chiede neanche qual è il problema.
Mi manda una foto di lui e i suoi amici riuniti intorno a pezzi di carne sulla griglia. ‘Non preoccuparti, non ci sono ragazze’. Gli rispondo: ‘Guarda, forse è meglio che tu ti preoccupi’, con una foto delle sue valigie sul pianerottolo. Torna di corsa, agitato. È arrogante: ‘Calmati, cosa ti succede?’. E mi dice questa frase che mi resterà impressa: ‘Sono andato troppo oltre, altrimenti avresti continuato a fare tutto quello che volevo’.
Lo butto fuori, prende solo uno zaino. Non voglio che usi le valigie come scusa per tornare, per cercare di riconquistarmi. Così chiamo i suoi amici che, da bravi militari solidali tra di loro, rifiutano di recuperare le sue cose. Attraverso tutta Avignone con tre enormi borsoni che lascio sotto casa del suo amico, sul marciapiede. Non aspetto che scenda a prenderli, la cosa non mi riguarda più.
Sulla via del ritorno crollo: ‘Cosa ci è voluto, povera te, per farti rispettare!’. È pazzesco come il sentimento amoroso possa essere un’alienazione, come ci si possa dimenticare di tutto. Lui torna sul mio pianerottolo, bussa alla porta, io sussulto, piango, ma rifiuto di aprirgli e di rispondergli. Mi declama i versi in serbo-croato di Aleksa Šantić, un celebre poeta serbo. Torna spesso sul mio pianerottolo: le poesie, la porta, le suppliche. Vedo la mia condizione evolvere, mi rifugio in cucina con le cuffie sulle orecchie e non lo ascolto più.
Viene a tutti i miei concerti. È sempre lì, a osservarmi. Un giorno entra perfino nel mio camerino mentre mi sto preparando, con un mazzo di fiori in mano. Piange, gli manco. Vado a parlare con il buttafuori del locale, gli chiedo perché l’ha lasciato entrare: ‘Si è presentato come il suo fidanzato’. Non si scusa per questo, non si è mai scusato di niente. Scopro dai suoi amici che cerca di farsi mantenere da altre ragazze. Non so con chi sono più arrabbiata: se con lui per avermi fatto tutto questo, o con me stessa per averlo accettato”.
(Traduzione di Andrea De Ritis)
Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.