“Penso che se mi vuole bene è perché non mi ama più”
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Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Nancy, 67 anni.
Il primo giorno
“È una caffetteria fredda con pareti e pavimenti grigi, e tavoli alti rotondi e di metallo. Camerieri vestiti di bianco. L’edificio è in marmo e vetro trasparente, incastrato tra una via residenziale e l’autostrada. È l’unico luogo di ritrovo di questi uffici della Commissione europea. Vivo da sola a Bruxelles con i miei due figli. Dopo il divorzio dal loro padre, avrei molta voglia di incontrare qualcuno, ma è complicato tra il lavoro e i figli da gestire.
Lo noto mentre fa colazione con i colleghi. Alla persona che mi accompagna dico che quel ragazzo alto dagli occhi blu scuro mi piace. Mi risponde: ‘Mah’. Io invece lo trovo dolce e romantico. La settimana dopo è seduto da solo. Lo vedo e agisco senza pensarci troppo. Come quando ci si tuffa nell’acqua fredda o si salta con il paracadute, mi butto. Lo avvicino. ‘May I?’. Mi lascia sedere, non sembra così sorpreso dalla mia audacia. Ci scambiamo delle banalità: parliamo della direzione generale in cui lavoriamo – lui alle politiche economiche, io alla protezione dell’ambiente – delle nostre nazionalità, da quanto tempo lavoriamo lì.
‘È sposato?’, gli chiedo scorgendo la fede nuziale brillare al dito. Sì, ha due figli, come me. Ci salutiamo senza scambiarci i numeri di telefono, gli mostro solo dove lavoro. Poi ci incrociamo più volte per caso per le strade della capitale belga. Ma non succede nulla. Sono agitata, penso spesso a lui, mi piace molto.
Un giorno piomba nel mio ufficio per propormi un caffè, proprio mentre ci sono i miei nipoti che sono venuti a trovarmi a Bruxelles. Gli rispondo che non posso, lui esce dalla stanza. Mio nipote di 14 anni si gira verso di me: ‘Quel tipo è pazzo di te, è evidente’. Continuiamo il balletto della caffetteria, i caffè liofilizzati sui tavoli di alluminio. ‘Sei la mia migliore amica’, mi dice davanti al distributore un giorno. La sua ingenuità mi lascia perplessa.
Non ne posso più dei caffè, dei miei passaggi fintamente spontanei davanti alla porta del suo ufficio. Finalmente un pranzo. Questa volta andiamo al museo di Tervuren a vedere le maschere africane. Ci baciamo. È complicato perché lui è irlandese, viene da una famiglia molto cattolica, ed è sposato da dieci anni con la prima donna che ha incontrato al di fuori della sua famiglia. Ma io sono innamorata, quindi corro il rischio.
Ci vediamo quando possiamo, c’è molto desiderio tra noi. Un giorno di giugno, a casa mia, sdraiati su un letto inondato di sole, mi dice che sono il suo amore. L’estate ci separa, andiamo in vacanza, sentiamo la mancanza l’uno dell’altra. A settembre ricominciamo, poi lui va nel panico. Mi spiega che dobbiamo farla finita, che non vuole perdere i suoi figli, che non vuole vivere una doppia vita. Gli rispondo che sono pronta ad aspettarlo.
In autunno in Irlanda viene approvata la legge che autorizza il divorzio. A Natale si separa dalla moglie e si trasferisce in un monolocale. La sua ex torna in Irlanda con i figli. Lui soffre per questa separazione e fa di tutto per restare in contatto con loro. Si trasferisce da me, compriamo una casa. Più tardi, mi confessa che la mia apparizione alla caffetteria era il segno che aspettava, una sorta di miracolo, e che dopo la nascita di sua figlia ero stata la seconda donna a salvarlo”.
L’ultimo giorno
“Washington è una città noiosa, non ci vuole molto per conoscerla bene. Da quando l’ho seguito dall’altra parte dell’Atlantico, dove ha avuto un importante incarico in un’istituzione internazionale, sono relegata al ruolo di casalinga. Ho preso un anno sabbatico per accompagnarlo, però mi sento inutile. La nostra vita è stereotipata, mi sento in gabbia. Non fa altro che lavorare e rientra sempre tardi. Alla fine torno a Bruxelles per riprendere il lavoro. Continuiamo a passare le vacanze insieme.
Non è solo la distanza ad allontanarci. Lui ama le sottigliezze della politica statunitense, a me interessano poco. Parla solo di lavoro. È assente, mi chiedo se non sia il caso di mettere fine alla nostra relazione. Mi raggiunge per firmare la vendita della nostra casa, diventata troppo grande da quando i miei figli se ne sono andati. Ci dividiamo il ricavato, vuole parlarmi.
‘Dobbiamo separarci, la nostra relazione non ha più senso’, mi annuncia il giorno dopo, nella sala da pranzo dell’appartamento dove vivo. ‘Voglio rimanere negli Stati Uniti, adoro il mio lavoro, ma ti voglio bene’, aggiunge. Penso che se mi vuole bene, è perché non mi ama più. Non ha nessuna emozione, mentre io provo un grande dolore. Non faccio che piangere nelle tre notti che ci separano dalle nostre rispettive partenze, lui per Washington, io in vacanza nel sud della Francia. Piango per l’uomo della caffetteria, quello che ho tanto amato, l’uomo di prima.
Quello di oggi non è più lo stesso, è sfibrato, consumato dal lavoro. È sempre stanco, è dimagrito. Ho l’impressione che mi sacrifichi per gli Stati Uniti. Veniamo da due mondi molto diversi: io sono cresciuta durante il maggio del sessantotto, con la critica delle norme conservatrici e la liberazione sessuale. Lui invece era in Irlanda, sotto la cappa del cattolicesimo, appassionato di calcio. Ha lasciato la sua famiglia per la prima moglie. Io l’ho portato nel mio mondo, ma ora le sue radici irlandesi lo stanno riprendendo.
Perché Washington è la periferia di Dublino. A ogni angolo di strada incontra i suoi connazionali emigrati. Io non posso tornare là, non ho niente da fare, lo disturberei, tra il golf, il baseball e i programmi politici che guarda la sera. Quella domenica, tre giorni dopo la nostra rottura, me ne sono andata alle sei del mattino, lasciandolo lì. In tre giorni quasi non l’ho visto: è rimasto chiuso in una stanza, davanti al computer, a lavorare.
Qualche tempo dopo, ci sentiamo al telefono. È dispiaciuto che io sia triste, ma lui non lo è. Mi dice che dovrei andare da uno psicologo. Ripenso a quella canzone di Nancy Sinatra che ascoltavamo spesso, Bang bang (my baby shot me down). Gli scrivo: ‘You shot me down, e vuoi mandarmi da un dottore?’. Il suo amore e il suo desiderio sono stati risucchiati dagli Stati Uniti”.
(Traduzione di Andrea De Ritis)
Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.