Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Guillaume, 55 anni.

Il primo giorno

“È una domenica d’inverno e un amico mi telefona. Mi propone di andare al mare con lui e due sue amiche che sono sorelle. Sul momento dico di no: ho del lavoro da fare e un progetto da consegnare. Frequento ingegneria e sono un tipo abbastanza studioso. Sono alto, discreto, riservato, una specie di genero ideale, forse anche troppo. Sto abbastanza bene da solo, anche se sono molto romantico. Aspetto quei ‘giorni felici’ da vivere in coppia.

Un’ora dopo quella telefonata, non riesco ad andare avanti, così richiamo il mio amico – che quindici mesi dopo sarà il mio testimone di nozze. Il destino ha voluto che nel preciso momento in cui squillava il suo telefono fisso lui stesse chiudendo la porta di casa per uscire. Ma decide di rispondere e così posso raggiungerli in auto. Sono io a guidare, non parlo molto, sono concentrato sulla strada. Ma dallo specchietto osservo le due ragazze sul sedile posteriore, i loro sguardi, i visi, le nuche. Le scopro durante il tragitto.

Su questa spiaggia della costa atlantica il tempo è bello e freddo. Siamo coperti, camminiamo, parliamo per scaldarci. Chiacchiero soprattutto con le due ragazze, una studia, l’altra è infermiera. Alla fine della giornata, nel parcheggio prima di ripartire, mi butto e invito l’infermiera a cena. Non accetta subito, mi risponde che sta uscendo da una rottura che fa fatica a superare. Alla fine accetta, ma devo farle una corte assidua per convincerla, lei rimane dubbiosa.

Tre mesi dopo, a casa mia davanti alle crêpes, faccio quella cosa romantica e stupida di mettermi in ginocchio per dichiararle il mio amore e chiederle di sposarmi, anche se non abbiamo ancora avuto rapporti fisici. Mi risponde di sì. Cominciamo un percorso di preparazione al matrimonio con un prete. Non un prete tradizionale, ma un uomo di chiesa che conosce la psicoanalisi, qualcuno che, una volta al mese per un anno, ci fa parlare di amore e di perdono. Ci prepara alla fragilità del sentimento amoroso e all’importanza del perdono per poter costruire una vita insieme.

La nostra relazione non è simmetrica, ma questo non mi dà fastidio, trovo normale che sia sempre l’uomo a fare il primo passo e a battersi per la coppia. Facciamo un bel matrimonio. Nonostante qualche problema di consegne e di prenotazioni, alla cerimonia in chiesa ci sono trecento persone e rimangono quei ricordi fugaci e irreali di felicità”.

L’ultimo giorno

“Sdraiati a letto, al buio, parliamo e piangiamo. Per la prima volta le spiego che, se continua così, dovremo divorziare. L’insoddisfazione tra noi aumenta, nonostante tutte le discussioni che proviamo ad affrontare per sistemare le cose. Non riesco a immaginare di lasciarla. Ma ci sono divergenze sull’educazione dei nostri figli: io sono ottimista, lei tende a dubitare. La nostra unione manca di tenerezza.

Non è una rottura improvvisa, ma un lento deterioramento, come una marea che si ritira piano piano. I miei orari di lavoro si allungano, rientro a casa sempre più tardi. Ci incrociamo appena, parliamo solo di questioni pratiche. Cominciamo a passare le vacanze separatamente. La nostra vita sociale si svuota, non invitiamo più nessuno a casa. Ho paura dei suoi scatti di rabbia o di ansia, a cui anche i bambini sono esposti.

Propongo di andare da un consulente di coppia. ‘Non ci parliamo più, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a ritrovare un dialogo’. Lei reagisce come chi, per non essere licenziato, si rifiuta di presentarsi al colloquio preliminare al licenziamento. Qualche mese dopo, accetta.

È uno studio accogliente. Una sedia per la psicanalista, due poltrone imbottite per noi. E una scatola di fazzoletti posata su un tavolino nel mezzo. Viviamo ancora insieme ma spesso percorriamo il tragitto verso lo studio senza neanche camminare uno accanto all’altra. A volte l’atmosfera tra noi è talmente fredda, che ci ritroviamo solo ai piedi delle scale. Per cinque mesi, due volte alla settimana, parlo delle nostre difficoltà mentre lei sembra cercare soluzioni per rimettere in piedi il nostro rapporto. Ho cominciato sapendo che la separazione era molto probabile, lei no. Non abbiamo le stesse aspettative: io penso ‘abbiamo bisogno di parlare’, lei risponde ‘parlo per rimanere insieme’.

Quaranta ore di lavoro da quella psicoanalista per rileggere due volte la nostra storia dall’inizio. Ci eravamo incontrati al momento giusto: io volevo prendermi cura di qualcuno, lei voleva che ci si prendesse cura di lei. Arriva la penultima seduta. È l’ora del bilancio: ‘Sei pronta a cambiare?’. Ciascuno pone le sue condizioni. ‘Per andare avanti ho bisogno di questo, questo e quest’altro’. Ma lei non può, mi dice che non ne è capace. ‘Se non cambi, allora basta, sono al limite delle mie forze’. Il divorzio diventa una necessità. Ho l’impressione che un peso di dieci tonnellate voli via dalle mie spalle. Trattengo un sorriso. Finalmente è finita.

Con lei assorbivo lo stress come una spugna: mal di schiena, problemi gastrici e così via. Ho visto una decina di medici e non posso fare a meno di pensare che i miei disturbi fossero legati alla tensione che lei generava. ‘È ora di andare via’, scrivo ai miei amici. Lei non condivide il mio senso di sollievo, al contrario è a pezzi e molto arrabbiata. Pensava che mi sarei preso cura di lei per tutta la vita.

La sera stessa, sul divano di casa, lo diciamo ai nostri figli. Il più piccolo non si era reso conto di nulla, è sbalordito, mia figlia piange, il maggiore rimane in silenzio. Dopo, ceniamo tutti insieme. L’atmosfera è un po’ isterica, un misto di risate e di lacrime. Mia moglie si alza da tavola, fa rumore in cucina, rompe anche un piatto, credo per farci capire che le nostre risate sono inappropriate.

Vuole rovinare l’atmosfera familiare: lei è molto triste, quindi tutti devono esserlo. ‘Visto che non ci amiamo più, è fuori discussione che dormiamo ancora sotto lo stesso tetto’, mi dice due giorni dopo. La separazione è brutale: abbiamo impiegato molto tempo a prendere questa decisione, ma nessun ritorno indietro è possibile. È come per il nostro matrimonio: ne abbiamo parlato a lungo prima di farlo, e adesso è lo stesso percorso al contrario. Gli ultimi quattro anni sono stati di troppo, ho rimandato a lungo il bilancio della nostra vita. Rileggo il nostro accordo di divorzio”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.

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