Nel primo trimestre del 2026 il pil dell’eurozona è sceso dello 0,2 per cento rispetto allo stesso periodo di un anno fa. Non ci sarebbe niente di cui sorprendersi – in questa prima parte del 2026 l’economia mondiale ha dovuto subire il colpo durissimo della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran – se non fosse che la contrazione è dovuta al calo clamoroso dell’economia irlandese: -12,1 per cento.
Secondo la società di consulenza Oxford Economics, senza l’Irlanda l’eurozona sarebbe cresciuta dello 0,2-0,3 per cento nonostante la crisi energetica provocata dal blocco dello stretto di Hormuz. E nel secondo trimestre le cose non dovrebbero andare meglio: una stima preliminare del pil irlandese per il mese di aprile prevede un calo del 17,1 per cento.
Il risultato è emerso dopo che Dublino ha rivisto i dati: una misurazione precedente segnava una diminuzione del 2 per cento. Il pil irlandese è spesso soggetto a revisioni, perché dipende dai flussi finanziari delle multinazionali che hanno sede nel paese. Il calo del 12,1 per cento riflette in gran parte le difficoltà dei gruppi farmaceutici che hanno impianti in Irlanda: nel 2025 le loro esportazioni negli Stati Uniti sono state penalizzate dai dazi e dalle pressioni di Donald Trump.
In generale nel primo trimestre del 2026 il pil nazionale è stato influenzato da una contrazione del 27 per cento nel settore delle multinazionali. Al contrario, i settori produttivi nazionali sono cresciuti nel complesso dello 0,6 per cento.
Sembrano emergere delle crepe nel miracolo dell’Irlanda, che negli ultimi anni ha registrato dati economici fuori dal comune, assicurando ai conti pubblici eccedenze ricchissime, in perfetta controtendenza con il resto dell’Unione europea. Il segreto è il sistema fiscale di Dublino, in grado di attirare moltissime multinazionali – in gran parte statunitensi – che registrano fatturati e utili enormi. In sostanza queste aziende aprono una filiale in Irlanda che fattura e raccoglie i profitti generati in tutto il mondo, ma poi abbatte l’imponibile pagando ingenti royalties a una società di comodo che detiene i diritti di proprietà intellettuale sui prodotti e le tecnologie.
Come spiega Brad Setser, economista del centro studi statunitense Center for foreign relations (Cfr), dall’inizio del millennio le multinazionali che hanno preso la residenza in Irlanda hanno incassato utili per centinaia di miliardi di dollari, una cifra astronomica per il piccolo paese nordeuropeo. Nel 2025 questi profitti – circa trecento miliardi – hanno assicurato alle casse di Dublino 35 miliardi di euro di imposte sugli utili societari, e poco meno della metà è arrivata da tre multinazionali statunitensi: i colossi tecnologici Apple e Microsoft e la casa farmaceutica Eli Lilly, che da un paio d’anni ha scavalcato la Pfizer in questa speciale classifica.
Rompere il giocattolo
Gli altri paesi hanno cercato di arginare il fenomeno irlandese. L’Ocse, in particolare, ha lanciato il progetto dell’imposta minima globale, in base alla quale nessuna multinazionale può pagare sui propri utili un’aliquota inferiore al 15 per cento. L’organizzazione, inoltre, ha cercato di tagliare i legami tra le filiali aperte in Irlanda e le società di comodo con sede in qualche paese dei Caraibi.
Tutto questo però non ha fatto cambiare idea alle multinazionali, che continuano a fatturare e produrre utili in Irlanda. Un esempio eclatante è la Eli Lilly, che nel 2025 ha versato a Dublino tasse per sei miliardi di euro, anche se gran parte delle sue vendite è avvenuta negli Stati Uniti, dove invece ha pagato la metà delle tasse irlandesi. Lo stesso discorso vale per la Microsoft (4,8 miliardi di euro nel 2024) e per la Apple (5,8 miliardi nel 2024).
Ma dall’inizio del 2025 è entrato in gioco Donald Trump, che ha deciso di rompere il “giocattolo irlandese”, perché aveva promesso agli statunitensi di ridurre drasticamente il prezzo dei farmaci.
Appena entrato in carica, nel gennaio 2025, Trump ha attaccato l’Irlanda, accusata di essersi “impossessata delle case farmaceutiche statunitensi e di sottrarre le entrate fiscali che queste aziende avrebbero dovuto pagare a Washington”. Negli Stati Uniti il settore farmaceutico registra fatturati enormi grazie al fatto che nel paese i prezzi sono alti: secondo alcune stime superano di circa tre volte quelli praticati nel resto del mondo.
Eppure tutto questo non si traduce in utili che generano tasse per il fisco statunitense. Le aziende sono in perdita: nel 2023 la Pfizer ha chiuso il suo bilancio negli Stati Uniti in rosso per 4,4 miliardi di dollari, la AbbVie per 3,5 miliardi, la Merck per 15,6 miliardi, la Johnson & Johnson per due miliardi. Tra le grandi case farmaceutiche statunitensi solo la Eli Lilly ha registrato utili.
Trump non se la prende certo con le norme fiscali che permettono alle multinazionali statunitensi di trovare paesi in cui pagare meno tasse. Come spiega Le Monde, preferisce attaccare i sistemi sanitari europei, che regolamentano i prezzi dei farmaci. “Le aziende farmaceutiche”, dice Trump, “non hanno altra scelta che applicare prezzi molto alti negli Stati Uniti con cui compensare i prezzi europei, rifarsi dei loro investimenti e finanziare la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti”. Secondo la Casa Bianca, se l’Europa aumentasse i prezzi, le case farmaceutiche potrebbero abbassarli negli Stati Uniti senza subire perdite di fatturato.
A loro volta, le aziende farmaceutiche, per paura di subire dazi ad hoc da Trump, hanno annunciato investimenti per decine di miliardi di dollari per spostare la produzione negli Stati Uniti. Negli ultimi mesi, inoltre, hanno siglato accordi con il governo statunitense sulla riduzione dei prezzi, permettendo a Trump di rivendicare un successo. Il 1 dicembre 2025, infine, il Regno Unito è stato il primo paese europeo a cedere alle pressioni statunitensi: il governo Starmer ha firmato un accordo di principio impegnandosi ad alzare i prezzi.
Il resto del continente per ora resiste. Ma è prevedibile che nei prossimi mesi la pressione congiunta della Casa Bianca e delle aziende farmaceutiche diventerà sempre più forte.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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