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I palestinesi vogliono ancora giocare a calcio

Gaza, Palestina, 26 aprile 2026 (Ahmad Hasaballah, Getty Images)

Ai Mondiali di calcio maschile del 2026 la Palestina non ci sarà. La nazionale palestinese non si è mai qualificata alla Coppa del mondo, perché riuscire a mettere insieme una squadra all’altezza è stato praticamente impossibile a causa dell’occupazione, dell’assedio e poi del genocidio. Eppure, anche quest’anno a Gaza la gente guarderà il torneo nei rifugi di fortuna e in quel che resta delle case sventrate dalle bombe. Il gioco avrà ancora una volta il significato che ha sempre avuto, anche a una distanza così abissale dagli spazi in cui originariamente ha acquistato il suo senso: i campetti, i parchi giochi e le stanze (oggi per lo più distrutte) in cui la voce della radio andava e veniva a intermittenza.

Molte foto di famiglia di un tipo piuttosto diffuso nelle case palestinesi saranno ormai sepolte tra le macerie. Sono le foto di un padre, uno zio o un fratello maggiore con una maglia da calcio, le braccia spalancate, il sorriso ancora più largo, in posa su un campo di terra battuta o di cemento, pieno di crepe, con una rete (se c’è) probabilmente strappata. Ma niente di tutto questo traspare dall’espressione del volto. Nell’immagine il gioco diventa per un istante il mondo intero.

Per gran parte della mia vita guardare il calcio in tv è stata una sfida che richiedeva una triangolazione collettiva. Ricordo che durante i Mondiali del 2010 i blackout erano talmente comuni a Gaza che la mia famiglia aveva sempre un piano di emergenza per le partite. Finché c’era l’elettricità guardavamo tutto quello che potevamo: l’incredibile avanzata del Ghana, ingiustamente fermata dal fallo di mano di Luis Suárez sulla linea di porta; la Germania che faceva a pezzi l’Argentina con quattro gol chirurgici; poi la lenta e drammatica vittoria in finale della Spagna contro l’Olanda.

Quando mancava la luce, passavamo alla radio. Mio padre ruotava piano la manopola, alla ricerca di una frequenza in cui la radiocronaca fosse abbastanza chiara. Quando il segnale si perdeva le frasi rimanevano sospese a metà. In quei giorni avevamo imparato a cogliere gli indizi sull’andamento della partita dalle reazioni dei tifosi. Passavamo le serate seduti con le orecchie premute contro la radio, accompagnati dal ronzio di droni lontani e, occasionalmente, dal suono brusco degli aerei da guerra in volo sopra le nostre teste.

Nel 2014, il giorno prima che la Germania travolgesse il Brasile 7 a 1 nella semifinale di Coppa del mondo, Israele lanciò la sua ennesima guerra contro Gaza: nelle successive sei settimane, le forze armate israeliane uccisero più di duemila palestinesi e ne ferirono più di undicimila. Ricordo in occasione di quella partita familiari e vicini sfollati accalcati intorno alla radio nel nostro salotto, sperando che il segnale reggesse. La radiocronaca andava e veniva mentre la Germania infilava gol uno dopo l’altro, più veloce di quanto noi riuscissimo a capire quello che stava succedendo. Anche se il segnale era disturbato, sentivamo l’incredulità nella voce del radiocronista.

Per i palestinesi il calcio si è tramandato di generazione in generazione attraverso momenti come questi. I giovani giocavano sui terrazzi e nei vicoli, i pali delle porte si improvvisavano con pietre o ciabatte. La densità demografica di Gaza ha accentuato questa cultura, dando vita a una geografia di rivalità di strada e fuoriclasse locali. I club fungevano da spazi sociali e da luoghi di incontro politico.

Si costruivano archivi mettendo insieme foto, storie di quartiere e ricordi dei calciatori: Suleiman al Obaid, “il Pelé palestinese”, o Mohammed Barakat, la leggenda di Khan Yunis. Nomi che abbiamo sentito per la prima volta in radio, nei campi e per le strade, e che circolano ancora oggi, molto tempo dopo che i campi su cui giocavano sono spariti. Anche quando le strutture di Gaza sono andate in rovina a causa del blocco israeliano, il calcio ha sempre offerto una forma di continuità. I campionati locali e le partite di strada non si sono mai interrotti.

Campi profughi

Il calcio organizzato in Palestina risale al periodo del mandato britannico. Arrivò attraverso le solite rotte coloniali (soldati e amministratori britannici) e fu assorbito nella cultura locale, un po’ come succedeva altrove nel mondo. I palestinesi ci giocavano senza sosta, dando a questo sport un significato che i suoi promotori originali non avevano mai immaginato.

Nel 1928 la Palestinian football association (Pfa) fu fondata da Yosef Yekutieli, un sionista che dirigeva l’associazione di atletica Maccabi e che successivamente avrebbe istituito le Maccabiadi, spesso chiamate le Olimpiadi ebraiche. La Pfa era viziata fin dalla fondazione: al suo incontro inaugurale parteciparono quattordici rappresentanti sionisti e un solo delegato arabo. Quando tre anni dopo fu lanciato il campionato, c’erano regolamenti diversi per le squadre ebraiche e quelle palestinesi. Quando la Pfa nel 1934 incorporò la bandiera sionista nel suo logo, era ormai già stata istituita la Arab Palestine sports federation (Apsf), che da allora in poi avrebbe organizzato autonomamente i suoi campionati.

Durante la rivolta araba del 1936 le autorità britanniche vietarono i club palestinesi, accusati di essere luoghi di organizzazione politica. Di fronte a queste pressioni, la federazione fu sciolta. Fu ricostituita anni dopo dagli stessi club, quando questi furono riammessi. Tra le squadre più importanti del periodo c’erano l’Orthodox sports club di Gerusalemme, l’Islamic sports club di Giaffa e lo Shabab al Arab di Haifa, che vinse gli ultimi due campionati della federazione prima della Nakba.

Bambini palestinesi a Nazareth, Israele, 1990

Dopo il 1948 l’Apsf fu di nuovo sciolta, stavolta definitivamente. Le squadre che avevano fondato la cultura calcistica urbana di città come Haifa si dispersero o si disgregarono. Lo Shabab al Arab smise di esistere. L’Orthodox sports club e l’Islamic sports club svanirono, insieme alle città a cui appartenevano. Nei campi profughi del Libano, alcuni squadre si ricostituirono sotto nuovi nomi, presi direttamente in prestito dalle aree da cui era fuggito chi ne faceva parte: Giaffa, Haifa e Jenin, per esempio, giocavano tutte in campionati informali a Beirut. Anche molti giocatori ricomparvero nei campionati dei campi profughi in Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Le partite diventarono parte della vita quotidiana degli sfollati, permettendogli di rivendicare la propria appartenenza, anche se i luoghi in cui un tempo vivevano ormai non esistevano più.

La Palestinian football association fu rilanciata come istituzione araba nel 1962, e dopo gli accordi di Oslo, nel 1998, fu ammessa a pieno titolo nella Fifa. Ma questo non ha cambiato le reali condizioni del calcio palestinese. I viaggi da Gaza alla Cisgiordania, indispensabili per i campionati nazionali, sono stati vincolati per decenni all’obbligo di ottenere i cosiddetti permessi di coordinamento da Israele. Che spesso venivano negati senza spiegazioni o revocati all’ultimo minuto.

Poiché i giocatori che vivono in Palestina riescono raramente a viaggiare all’estero, la nazionale oggi è composta soprattutto da persone della diaspora. Un caso esemplare è quello di Mahmud Sarsak, giocatore palestinese del Balata Youth, che nel 2009 è stato arrestato a un valico di frontiera mentre era diretto in Cisgiordania per gli allenamenti della nazionale. Accusato di essere un combattente illegale, è stato incarcerato senza processo e senza incriminazioni formali per tre anni e liberato solo dopo uno sciopero della fame durato tre mesi.

Nella squadra che ha disputato le qualificazioni per i Mondiali del 2026 venticinque giocatori su ventisette hanno un contratto con dei club stranieri, in Giordania, Egitto, Qatar, Belgio, Cile e Stati Uniti. Ai gazawi è stato per lo più impossibile partecipare.

L’idea stessa di giocare “in casa” ha ormai da tempo perso significato. Le partite della Palestina si giocano spesso all’estero, in Qatar, Giordania, Kuwait, ovunque si trovi un accordo. La nazionale non aveva mai giocato una partita ufficiale nel suo territorio fino all’ottobre 2008, quando ne disputò una con la Giordania, finita 1 a 1, nello stadio Faisal Al Husseini in Cisgiordania.

Proprio quella struttura, quanto di più simile a uno stadio di casa per la nazionale della Palestina, è stato più volte sottoposto a restrizioni, danneggiato e chiuso dalle operazioni militari israeliane. Lo stadio Palestina a Gaza ha subìto una sorte ancora peggiore. Nel 2006, dopo che un bombardamento israeliano aveva lasciato un immenso cratere al centro del campo, la Fifa ha finanziato il suo ripristino e le ristrutturazioni. Quando è stato di nuovo bombardato nel 2012, più di cinquanta giocatori, tra cui Eden Hazard e Demba Ba, hanno firmato una petizione chiedendo che non fosse Israele a ospitare gli europei Under 21 dell’anno successivo.

Neppure gli edifici amministrativi sono stati risparmiati. Gli uffici della Pfa a Gaza sono stati distrutti più di una volta; le strutture in Cisgiordania sono state in varie occasioni attaccate o chiuse. Mentre nella maggior parte dei paesi le istituzioni calcistiche accumulano a poco a poco una storia, il calcio palestinese invece ha dovuto più e più volte ricostruire quegli spazi.

Senza stadio

Dopo il 7 ottobre 2023 le forze israeliane hanno ripetutamente bombardato lo stadio Palestina e hanno demolito lo stadio Yarmouk, entrambi a Gaza. Yarmouk, tra l’altro, sembra sia stato usato dagli israeliani come luogo di detenzione e interrogatori. Dopo il loro ritiro, quel che restava della struttura è stato convertito in un campo per sfollati. Anche altri campi e gradinate, luoghi in cui generazioni di palestinesi hanno imparato a giocare, oggi sono diventati centri di accoglienza.

Decine di calciatori sono stati uccisi dal fuoco israeliano. Hani al Masdar, allenatore della squadra olimpica, è stato ucciso da un attacco aereo nel gennaio 2024, pochi giorni prima che i suoi giocatori partecipassero alla Coppa d’Asia a Doha. Mohammed Barakat è stato ucciso da un bombardamento israeliano sulla sua casa la prima mattina di Ramadan di quello stesso anno. Imad Abu Tima, che giocava nella nazionale palestinese Under 20, è stato ucciso qualche mese dopo, insieme ad altre nove persone della sua famiglia a Khan Yunis. Suleiman al Obaid è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre era in attesa di aiuti umanitari nell’agosto 2025. A marzo di quest’anno la Pfa aveva confermato la morte di 565 calciatori.

L’adesione alla Fifa un tempo portava con sé un peso simbolico per un popolo senza uno stato sovrano. Dall’inizio dell’assedio israeliano l’organismo internazionale che governa il calcio mondiale ha rilasciato solo qualche tiepida dichiarazione esprimendo preoccupazione per la situazione a Gaza.

Ma non ha espulso Israele, pur avendo imposto la sospensione della Russia a causa della guerra lanciata da Mosca contro l’Ucraina nel 2022. A febbraio del 2026 la federazione ha annunciato una partnership da 75 milioni di dollari con il consiglio di pace di Donald Trump per la “ricostruzione” a Gaza, che – stando al loro video promozionale generato con l’intelligenza artificiale – comprenderà anche uno stadio realizzato in mezzo alle tendopoli.

Nonostante questi intrecci tra potere, denaro e nazionalismo, la cultura calcistica della Palestina ha comunque trovato il modo di perseverare. Nel 2024 la nazionale ha compiuto un’impresa inaspettata nella Coppa d’Asia superando il primo turno e perdendo solo di misura agli ottavi dopo una partita combattuta con il Qatar, finita 2 a 1 per i padroni di casa. Ora è di nuovo qualificata per l’edizione 2027 del torneo, dopo essere arrivata seconda in un girone con Australia, Libano e Bangladesh.

Anche se i risultati sono importanti, quello che conta davvero è il fatto che si continui a giocare. Finché c’è il calcio, c’è la speranza che un giorno, in qualche modo, sarà di nuovo possibile vivere una vita normale.

(Traduzione di Francesco de Lellis)

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