Il successo dei Mondiali dipende dal punto di vista da cui lo si guarda. Jennifer Li, direttrice della coalizione Dignity 2026, di cui fanno parte decine di gruppi nazionali e internazionali impegnati a promuovere un torneo attento alle comunità che lo rendono possibile, lo sa perfettamente. “Credo che la Fifa lo definirà un successo. Credo che per gli appassionati di calcio sarà fantastico: dall’inizio delle partite fino al fischio finale, avremo tutti un’enorme scarica di dopamina. Ma non possiamo dimenticare le persone che vivono qui, perché sono loro a reggere il peso di questo mondiale”, afferma in videochiamata una settimana prima che il pallone inizi a rotolare.

Jennifer Li coordina e guida le organizzazioni della società civile che stanno lavorando affinché il più grande evento sportivo del pianeta garantisca i diritti dei lavoratori e degli spettatori, oggi e in futuro.

Le questioni sono varie, dalla salute pubblica ai diritti del lavoro, all’alloggio. Ma forse la più discussa è stata l’eventuale presenza di agenti dell’Immigration and customs enforcement (Ice) alle partite e, in generale, alle attività di contorno ai Mondiali. In tutto il paese hanno raddoppiato i loro sforzi i gruppi che si sono mobilitati fin dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump con lo scatenarsi di un’offensiva sull’immigrazione senza precedenti.

Il copione è simile ovunque. A Dallas, l’organizzazione El Movimiento Dfw ha intensificato i corsi di formazione per far conoscere alla gente i propri diritti in materia di immigrazione, ha potenziato la linea telefonica diretta per chiedere aiuto in caso di arresto e ha distribuito kit con fischietti e informazioni.

“Mentre i governi elaborano piani di sicurezza, le comunità di immigrati preparano piani di emergenza. In tutto il paese, le famiglie frequentano corsi di formazione sui propri diritti. I genitori compilano liste di contatti di emergenza. I volontari creano reti di pronto intervento. Anche gli avvocati stanno organizzando l’assistenza legale. Le persone della comunità stanno imparando a chi rivolgersi se qualcuno viene arrestato o scompare nel sistema dell’immigrazione”, dice Azael Álvarez, un organizzatore di El Movimiento che lavora in uno dei luoghi dove ci sono stati più arresti di immigrati.

Il Texas è stato una sorta di campo di prova per le politiche migratorie che sono state poi applicate a livello federale, afferma Jennefer Canales-Pelaez, avvocata dell’Immigrant legal resource center di Houston. Negli ultimi giorni, la legge Sb4 è entrata in vigore nello stato del Texas dopo anni di battaglie giuridiche, consentendo ai cosiddetti “agenti di pace” – che vanno dal guardaboschi allo sceriffo – di arrestare chiunque ritengano si trovi in Texas senza autorizzazione.

“In altre parole, permette la profilazione razziale”, sottolinea Canales-Pelaez. “Le persone che abitano qui o sono di passaggio devono fare attenzione quando vanno in giro nella nostra città e nel nostro stato. Anche se la costituzione degli Stati Uniti tutela chiunque si trovi nel paese, indipendentemente dal suo status migratorio. E il più importante dei diritti garantiti dalla carta è quello di rimanere in silenzio”, avverte l’avvocata, prevedendo una forte presenza della polizia.

La coalizione No Ice in the Cup, che riunisce altri settanta gruppi a livello nazionale, ha lo stesso obiettivo di formazione della comunità in materia di diritti e di rafforzamento delle squadre di sostegno. Ma lo fa parallelamente a iniziative più positive, incentrate sulla creazione di legami nelle comunità.

“Abbiamo appena celebrato un torneo di calcio giovanile a Brooklyn in cui abbiamo collaborato con un’organizzazione locale di New York dedicata all’immigrazione. Questi piccoli eventi sono molto importanti per le comunità. Ciò che ha permesso alla resistenza e alla lotta contro l’Ice a Minneapolis di avere successo, se così si può dire, sono state le piccole e complesse connessioni tra vicini. È questo che stiamo costruendo qui”, spiega Paola Mendoza, un’artista e organizzatrice della coalizione che è stata coinvolta in queste iniziative fin dalla Women’s march durante il primo mandato di Trump.

Sul sito della coalizione è possibile scaricare poster realizzati da artisti, collegarsi alla coalizione in diversi modi o organizzare una visione collettiva delle partite aperta al pubblico.

Una forma di prevenzione

La preparazione della comunità a possibili retate migratorie nel contesto dei Mondiali è in una certa misura preventiva. Le autorità hanno dato messaggi contraddittori nel corso dei mesi sulla presenza dell’Ice negli stadi dei Mondiali e nelle loro vicinanze.

Mentre qualcuno dell’amministrazione assicura che l’Ice sarà sicuramente presente, qualcun altro lo smentisce o fa marcia indietro, precisando che si limiteranno a svolgere compiti di supporto alla sicurezza. Alcune autorità locali nelle città ospitanti hanno assicurato che le forze dell’ordine locali non collaboreranno alle operazioni sull’immigrazione, ma in Texas potrebbe essere esattamente il contrario.

Un recente sondaggio del Washington Post ha rilevato che la maggioranza degli statunitensi è contraria alla presenza dell’Ice negli stadi. In ogni caso, le comunità si stanno preparando al peggio.

Le organizzazioni stanno inoltre lottando per i diritti di chi lavora all’evento. Il caso che ha fatto più notizia è stato quello di Los Angeles, dove il SoFi Stadium è diventato l’epicentro della resistenza sindacale. Yolanda Fierro, addetta al settore alberghiero nello stadio e iscritta al sindacato Unite Here Local 11, spiega che dopo più di un anno passato a cercare di negoziare un contratto equo la pazienza dei lavoratori si è esaurita. “La proprietà dello stadio non vuole darci salari equi per il lavoro che facciamo; vogliamo poter provvedere alle nostre famiglie, dato che il costo della vita in California è estremamente alto”, sottolinea Fierro.

Questo venerdì il 96 per cento degli iscritti al sindacato ha votato a favore di uno sciopero durante i Mondiali, compresa la partita inaugurale della nazionale statunitense, il 12 giugno al SoFi Stadium. E non dimenticano la questione migratoria: il sindacato pretende che gli agenti dell’Ice non entrino nel complesso dello stadio, una garanzia sia per i dipendenti che per gli spettatori.

A Miami, Kat Passley, condirettrice dell’organizzazione sindacale e per i diritti degli ex detenuti Beyond the bars, denuncia un metodo di sfruttamento più opaco: la proliferazione di agenzie di lavoro interinale e catene di subappalto che diluiscono la responsabilità dei datori di lavoro. “Questo sistema apre la porta al furto di salari, a condizioni di lavoro rischiose e, nel peggiore dei casi, alla tratta di esseri umani”, afferma Passley, tracciando un parallelo diretto con le violazioni dei diritti documentate durante la costruzione delle strutture per i Mondiali in Qatar.

Il sogno fallito dei Mondiali di calcio
Miliardi di persone nel mondo amano questo sport, ma negli anni è stato corrotto dal denaro e dalla politica

La contraddizione tra i grandi investimenti per il torneo e l’indifferenza per i bisogni primari degli abitanti è un’altra delle denunce ricorrenti. Da nessuna parte è così evidente come a Kansas City, diventata un simbolo di questo distacco con la costruzione di una prigione realizzata esplicitamente con il pretesto dei Mondiali.

Amaia Cook, direttrice di Decarcerate Kc, sottolinea le decisioni paradossali: “Si sta stendendo un tappeto rosso per i turisti mentre si impongono tariffe per l’autobus (fino a poco tempo fa il sistema di trasporto pubblico era gratuito), permessi di circolazione per consentire ai residenti di tornare a casa loro e nuove celle per la gente del posto”.

Non finisce qui

Ad Atlanta, il ricordo delle Olimpiadi del 1996 è un trauma ancora vivo che plasma la risposta attuale. Michael Collins, direttore di PlayFair Atl, ricorda che migliaia di persone senza dimora furono arrestate o portate via in pullman per offrire un’immagine “pulita” al mondo.

Oggi gli attivisti denunciano che i miglioramenti alle infrastrutture servono solo allo spettacolo, mentre i residenti sono continuamente alle prese con tubature collassate o mancanza di manutenzione di base. Collins critica in particolare quello che definisce il “peccato originale” dei Mondiali: una pianificazione guidata da grandi aziende – come la Coca-Cola o la Home Depot, entrambe con sede ad Atlanta – che privilegiano il profitto economico rispetto al benessere dei residenti.

Nel tentativo di valutare le prestazioni di ogni città ospitante, Dignity 2026 ha sviluppato in collaborazione con l’università di Georgetown una scheda di valutazione. Questo sistema non valuta le prestazioni sportive, ma usa venti indicatori – basati sugli stessi standard di diritti umani della Fifa – per misurare se le sedi soddisfano criteri come salari dignitosi, disponibilità di alloggi e tutele contro le discriminazioni, basandosi sull’esperienza diretta della popolazione locale.

La scheda di valutazione, spiega Jennifer Li, continuerà a esistere ben oltre la fine della finale nel New Jersey per riflettere il fatto che il vero successo di questo mondiale non si misurerà nei libri contabili della Fifa, ma nell’eredità sociale e infrastrutturale che lascerà nelle città. Allo stesso modo, i leader delle coalizioni e delle organizzazioni civili sottolineano che il 19 luglio non segnerà la fine del loro lavoro. Al contrario, concordano tutti, i Mondiali sono stati il pretesto perfetto per organizzarsi e rafforzare i sindacati, proteggere il diritto alla casa e migliorare la sanità pubblica a lungo termine.

L’obiettivo va oltre questo mondiale o altri eventi sportivi all’orizzonte, come le Olimpiadi di Los Angeles del 2028. Molto più vicine, però, sono le elezioni di medio termine di novembre, quando queste reti e questi legami di comunità potrebbero rafforzare la resistenza di base all’amministrazione Trump.

Iscriviti a
Americana
Cosa succede negli Stati Uniti. A cura di Alessio Marchionna. Ogni domenica.
Iscriviti
Iscriviti a
Americana
Cosa succede negli Stati Uniti. A cura di Alessio Marchionna. Ogni domenica.
Iscriviti

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it