Una scena dell’Odissea di Cristopher Nolan girata in Marocco (Universal Studios)

Nelle settimane precedenti all’uscita nelle sale, il film Odissea di Christopher Nolan è finito al centro delle polemiche dopo che Elon Musk aveva attaccato il presunto cast woke del film. Al di là di queste critiche strumentali, ce n’è una più importante da rivolgere a chi ha fatto il film: la decisione di girare nell’ultima colonia africana, il Sahara Occidentale. Beneficiando dei generosi sussidi dello stato marocchino, la produzione ha dato legittimità a un’occupazione illegale.

Mentre la scorsa estate Nolan e la sua troupe giravano lungo la costa vicino alla città portuale di Dakhla, è stata pubblicata una lettera aperta di condanna firmata da personaggi di spicco del cinema mondiale, tra cui Javier Bardem, Pedro Almodóvar e Paul Laverty. “Nolan ha girato senza il consenso del popolo sahrawi”, si legge. “L’unica approvazione che ha ottenuto è quella dalla potenza occupante: il Marocco”.

In particolare, il premio Oscar Javier Bardem ci è andato pesante. Condividendo la lettera sul suo profilo Instagram, ha aggiunto: “Da cinquant’anni il Marocco occupa il Sahara Occidentale, cacciando il popolo sahrawi dalle sue città. Dakhla è una di queste, trasformata dagli occupanti marocchini in una destinazione turistica e ora in un set cinematografico, sempre con l’obiettivo di cancellare la sua identità sahrawi”.

Grande quanto il Regno Unito, il Sahara Occidentale è classificato dalle Nazioni Unite come “territorio che non si autogoverna” ed è incluso nell’elenco di quelli ancora in attesa di decolonizzazione. Rimasto sotto la Spagna di Francisco Franco mentre altre colonie europee ottenevano la libertà, non diventò indipendente neanche dopo la morte del dittatore, nel 1975.

I vicini Marocco e Mauritania lo invasero, costringendo il 40 per cento della popolazione sahrawi a scappare in Algeria per sottrarsi alla campagna di bombardamenti dell’aviazione marocchina. Mezzo secolo dopo, 173mila sahrawi vivono ancora nei campi profughi algerini. Invece, quelli che abitano nelle terre annesse unilateralmente dal Marocco devono fare i conti con uno dei sistemi politici meno liberi del mondo, come lo ha classificato Freedom house.

La nuova diplomazia di Trump

Quella dell’Odissea è la prima grande produzione hollywoodiana ad aver fatto delle riprese nel Sahara Occidentale. Una scelta simile sarebbe stata impensabile prima del 2020, l’anno in cui il presidente Donald Trump ha riconosciuto la sovranità del Marocco sul territorio, rompendo con decenni di politica estera statunitense. La decisione rientrava in uno scambio di favori che ha portato alla normalizzazione dei rapporti tra Marocco e Israele.

I quattro giorni di riprese di Nolan e della sua troupe a Dakhla mostrano con quanta rapidità gli studios hollywoodiani si siano mossi per sfruttare le opportunità create dalla diplomazia mercantile di Trump. Questo cinema d’occupazione sovvenzionato è l’ennesimo segno della disgregazione di quel che restava dell’ordine liberale mondiale basato sulle regole.

Per i dirigenti marocchini la presenza della troupe dell’Odissea è stata un bel colpo in termini di propaganda. Hanno messo in chiaro che è solo l’inizio dello sviluppo di Dakhla come centro di produzioni cinematografiche internazionali. E questo nonostante il resto del Sahara Occidentale continui a essere teatro di un conflitto armato tra l’esercito marocchino e il movimento indipendentista sahrawi, il Fronte Polisario.

A giugno tre combattenti del Polisario sono stati uccisi in un attacco con i droni nei pressi del berm, il muro di sabbia lungo 2.700 chilometri che separa il territorio controllato dal Marocco dalle aree in mano al Polisario.

Se negli anni ottanta la costruzione del muro di sabbia rappresentava il tentativo di Rabat di consolidare il controllo militare sul Sahara Occidentale, la trasformazione di Dakhla in meta turistica e centro per la produzione di energia verde serve a rendere l’occupazione una realtà economica irreversibile.

Agli occhi della classe dirigente marocchina, l’indipendenza sahrawi apparirà sempre più irrealistica se Rabat riuscirà a sviluppare il territorio insieme agli investitori internazionali. I coloni marocchini inoltre sono incentivati a trasferirsi nel Sahara Occidentale con la promessa di generosi sussidi e posti di lavoro.

L’espressione più chiara di questa strategia è l’Iniziativa atlantica del Marocco, che punta a garantire ai paesi del Sahel senza uno sbocco sul mare un accesso all’Atlantico attraverso un nuovo porto da 1,3 miliardi di euro in costruzione a Dakhla (e destinato a entrare in funzione entro il 2028). Trasformando la città occupata in uno snodo logistico cruciale per l’Africa nordoccidentale, il progetto vuole integrare ulteriormente il Sahara Occidentale nelle reti commerciali regionali.

Anche il turismo è fondamentale per normalizzare il controllo marocchino. Dakhla, in particolare, è pubblicizzata come meta internazionale per il kitesurf e l’ecoturismo. Durante una visita nel 2022, Ivanka Trump e Jared Kushner sono stati fotografati in uno dei numerosi hotel di lusso della penisola e su quella stessa costa che avrebbe poi attirato la troupe dell’Odissea. Il servizio fotografico restituiva un’immagine fatta di resort di lusso e svago, da cui l’occupazione militare e la popolazione locale sahrawi erano state cancellate.

Nel 2024 la compagnia aerea Ryanair ha annunciato nuovi voli diretti dalla Spagna verso Dakhla e la capitale sahrawi El Aaiún, segnando un ulteriore ampliamento del modello di turismo dell’occupazione, anche se la Commissione europea aveva comunicato alle compagnie aeree che le rotte nel Sahara Occidentale non rientrano nell’Accordo euromediterraneo nel settore del trasporto aereo tra l’Unione e il Marocco.

Negli ultimi diciotto mesi giornalisti, sindacalisti e attivisti per i diritti umani di vari paesi hanno cercato di rompere il blocco dell’informazione marocchino imbarcandosi su questi voli low cost, ma sono stati trattenuti in aeroporto o arrestati non appena entrati in contatto con gli attivisti sahrawi del posto. All’inizio del 2025 ha circolato il video di una delegazione di europarlamentari di sinistra a cui le forze di sicurezza marocchine hanno impedito fisicamente di scendere da un aereo della Ryanair.

Attivisti in carcere

La produzione sovvenzionata dell’Odissea si inserisce in questo tentativo di presentare Dakhla come meta internazionale, ma chiaramente marocchina. Eppure, quando la scorsa estate è emersa la notizia delle riprese in città, sui social media registi, giornalisti e attivisti sahrawi hanno messo a confronto la piena libertà concessa a Nolan e la repressione sistematica che loro subiscono quando cercano di documentare le violazioni dei diritti umani marocchine o, semplicemente, di esercitare la loro libertà creativa.

“Sono cresciuto nei campi profughi sahrawi in Algeria e oggi, come regista sahrawi originario della città occupata di Dakhla, non posso entrare liberamente nella mia terra per raccontare le mie storie”, ha scritto il regista Brahim Chagaf per una campagna online organizzata dal Western Sahara international film festival (FiSahara). “È la grande contraddizione che si nasconde dietro questo paesaggio: mentre pochi privilegiati come Nolan possono trasformarlo in un film, altri aspettano il giorno in cui poterci tornare”.

Ancora più diretto il messaggio dell’attivista Ghalia Djimi: “Signor Nolan, io difendo i diritti umani. Il Marocco mi ha fatta sparire per 3 anni e 7 mesi in una prigione segreta nella El Aaiún occupata”.

La sua esperienza è tutt’altro che eccezionale. In un rapporto del 2024 l’ong per i diritti umani Codesa ha documentato decine di abusi compiuti quell’anno dalle forze di sicurezza marocchine: tra questi, la ripetuta repressione violenta di manifestazioni pacifiche, le vessazioni e la detenzione arbitraria di attivisti e la morte sospetta in custodia di tre civili sahrawi.

Nel novembre 2023 il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite ha stabilito che erano illegali le detenzioni di 24 attivisti e giornalisti sahrawi, reclusi fin dai tempi dell’accampamento di protesta di Gdeim Izik nel 2010. Ha inoltre accertato che nel caso di 18 studenti attivisti arrestati nel 2016 era stata usata la tortura per estorcere confessioni.

Mentre l’Odissea esce in tutto il mondo, uno dei prigionieri di Gdeim Izik, Naâma Asfari, è in sciopero della fame dall’8 giugno. Nel chiederne la scarcerazione, l’ong Front line defenders si è detta “preoccupata per le notizie che riferiscono di negligenza medica, ritorsioni e altre forme di maltrattamento nei confronti dei difensori sahrawi dei diritti umani in carcere”.

“Quando Christopher Nolan camminerà sul tappeto rosso per andare alla proiezione della prima, calpesterà anche il diritto internazionale”, ha dichiarato María Carrión, la direttrice del FiSahara. “Chiediamo al pubblico di trattare questo film come ne tratterebbe uno girato nell’Ucraina occupata con i permessi di Putin o negli insediamenti illegali in Palestina con la benedizione di Netanyahu”.

Nell’ultimo decennio la corte di giustizia dell’Unione europea ha ripetutamente stabilito che il Sahara Occidentale è un territorio con uno status “separato e distinto” da quello del Marocco e che, sul piano giuridico, le sue risorse non possono essere sfruttate senza il consenso dei sahrawi.

Quelle sentenze riguardano specifici accordi commerciali tra Bruxelles e il Marocco, che l’Unione ha cercato di rilanciare nonostante una serie di decisioni dei suoi stessi giudici ne avesse dichiarato la contrarietà al diritto internazionale. Le sentenze sollevano interrogativi più ampi sulle responsabilità delle imprese internazionali che operano nel territorio occupato, comprese le produzioni cinematografiche.

Considerato il suo repertorio, la bravura di Nolan come sceneggiatore e regista è indiscutibile. Eppure, con l’Odissea, lui e la Universal Pictures hanno creato un precedente pericoloso, facendosi pionieri di una nuova forma di cinema adatta alla nostra epoca trumpiana: il cinema dell’occupazione. Un paese sottoposto a una brutale colonizzazione e a un sistema di apartheid non è lo sfondo adatto per il turismo internazionale né per un blockbuster hollywoodiano. ◆

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