A poco più di un anno dal caso della Deepseek, un’altra azienda tecnologica cinese ha dato un tremendo scossone al mercato dell’intelligenza artificiale (ia). Questa volta è stata la Moonshot, che il 17 luglio ha lanciato il suo ultimo modello, Kimi K3, sostenendo che non ha niente da invidiare ai prodotti di punta di rivali come l’OpenAi e l’Anthropic e che – cosa di estrema importanza – funziona a costi nettamente più bassi. Negli Stati Uniti le azioni della Silicon valley sono andate giù in picchiata e tra molti top manager sorge addirittura il dubbio se non sia il caso di togliere le restrizioni all’uso delle tecnologie cinesi. I dati più recenti dicono che le aziende statunitensi ricorrono sempre più a modelli di ia cinesi perché quelli locali costano troppo.

Da tempo, intanto, studiosi e osservatori si chiedono se ormai l’ascesa del paese asiatico sia inarrestabile e destinata a travolgere l’occidente. Non solo nel campo dell’ia. La paura regna per esempio in Europa, dove la sua principale economia, la Germania, è in preda al panico da quando una delle sue aziende più importanti, la Volkswagen, ha dichiarato che vuole chiudere quattro fabbriche e tagliare centomila posti di lavoro, aprendo una fase di scontri durissimi con i sindacati. Il gruppo prevede di ridurre del 20 per cento i costi strutturali, dimezzare i modelli e tagliare la produzione da dodici a nove milioni di auto all’anno.

La storica casa automobilistica deve aggiustare i conti perché non riesce a tenere il passo della concorrenza cinese, che la sovrasta sia in Cina (un tempo il principale mercato della Volkswagen) sia nel resto del mondo. I numeri sono impressionanti: ad aprile l’intera Unione europea ha registrato un deficit commerciale con la Cina pari a più di un miliardo di euro al giorno. La perdita di fabbriche e posti di lavoro riguarda un ampio spettro di settori e tantissime imprese (sia le grandi sia le piccole e medie) di tutti i paesi, e preoccupa ovviamente la politica, che da tempo studia misure per contenere la Cina.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha lanciato l’allarme. In occasione di un vertice con il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che “lo yuan svalutato, i sussidi di Pechino e la sovracapacità industriale stanno scaricando i loro costi sull’industria europea”. Di recente, tuttavia, lo scontro commerciale con gli Stati Uniti ha dimostrato che Pechino ha un’enorme capacità di resistere a dazi e altre misure restrittive, anche perché controlla settori (vedi il caso delle terre rare) indispensabili a molte industrie e perché può giocare sugli interessi differenti e spesso divergenti dei vari paesi dell’Unione europea.

Allo stesso tempo, però, emerge un aspetto centrale ma spesso trascurato del colosso asiatico: la straordinaria produttività di alcuni settori chiave e gli impressionanti numeri delle esportazioni nascondono un’economia interna alle prese con la bolla immobiliare e trainata da una moltitudine di lavoratori sottopagati e divorati dalla crescente automazione, che in parte permette di compensare il preoccupante invecchiamento della popolazione. Insomma, quella cinese è un’economia che gira a due velocità.

Descrive bene questa realtà un articolo del Wall Street Journal. La DeRucci è il colosso cinese dei mobili: la sua fabbrica a Dongguan, grande quanto dodici campi di football, sforna cinquemila materassi al giorno. Solo che da tempo la merce è fabbricata soprattutto dai robot, che hanno permesso di dimezzare il personale. I profitti della DeRucci arrivano in gran parte dall’estero: nel 2025 le esportazioni sono cresciute del 67 per cento rispetto all’anno precedente, mentre le vendite interne sono diminuite dell’8,8 per cento, visto che i cinesi fanno fatica a comprare casa e quindi acquistano meno mobili. Il caso della DeRucci è un esempio di quello che succede in tutti i comparti manifatturieri: la debole domanda interna spinge le aziende a puntare sulle esportazioni. A giugno la vendita di auto all’estero ha superato per la prima volta il milione di unità, mentre le vendite in Cina sono diminuite del 23 per cento.

La corsa alle esportazioni significa tagliare i prezzi il più possibile, innescando una concorrenza feroce che lascia in vita solo le aziende più forti. I prezzi bassi sono garantiti anche dallo yuan svalutato e dai generosi incentivi di Pechino, che però privilegia i settori ritenuti strategici. Tutti gli altri puntano sull’automazione e sui salari bassi. In Cina il tasso di disoccupazione ufficiale è del 5 per cento, ma la realtà è diversa.

Il Wall Street Journal cita l’economista Li Daokui, secondo il quale il tasso effettivo è almeno del 10 per cento, visto che le statistiche ufficiali escludono chi non è in grado di trovare un nuovo lavoro da almeno due anni. Si tratta di 24 milioni di persone, tra cui giovani con età compresa tra i 16 e i 24 anni. Sempre più cinesi, inoltre, sbarcano il lunario grazie alla gig economy, con lavori come le consegne a domicilio e i trasporti, senza mai avere un vero contratto: il loro numero quest’anno dovrebbe arrivare a 320 milioni, contribuendo a più del 40 per cento dell’occupazione nei centri urbani.

Pechino subisce da tempo pressioni perché cambi il suo modello, incentivando i consumi interni invece delle esportazioni, ma una svolta simile non è facile: non fosse altro perché finora la Cina si è assicurata in questo modo lunghi anni di crescita e soprattutto la possibilità di sfidare il dominio degli Stati Uniti. Per ora, quindi, gli obiettivi strategici prevalgono sulle preoccupazioni per la tenuta del modello e in generale dell’economia del paese asiatico. È un problema degli altri contenere l’avanzata della Cina.

Giorni fa Branko Milanović, economista serbo-statunitense esperto di disuguaglianze e globalizzazione, ha scritto che “nessuno può prendere sul serio le lamentele europee sulla Cina. La Cina ora sta costruendo cose meglio e più a buon mercato della Germania o della Francia. Quando la Francia e la Germania costruivano cose meglio e più a buon mercato degli altri, deridevano tali lamentele. Ora stanno perdendo e non gli piace. Inoltre, l’Europa è arrivata a quella posizione sfruttando il resto del mondo. La Cina no”.

Gli ha risposto il collega Michael Pettis: “La Cina non sta necessariamente producendo cose in modo migliore e più economico rispetto alla Germania o alla Francia, ma le sta sicuramente vendendo a prezzi molto più bassi, e questa differenza si riflette sia nella quota estremamente bassa di ricchezza destinata alle famiglie sia nell’impressionante aumento del rapporto tra debito e pil nazionale. Questa è stata la stessa strategia del Giappone negli anni ottanta, che non solo era insostenibile, ma alla fine ha costretto Tokyo a un aggiustamento straordinariamente difficile a causa del debito elevato e della bassa quota di consumi. Se la Germania e la Francia fossero disposte a ridurre i salari o a indebitarsi per sovvenzionare la competitività delle loro aziende, è abbastanza ovvio che sarebbero anche loro in grado di vendere più a buon mercato. Politiche simili, però, non rendono la produzione manifatturiera più efficiente, ma spostano parte dei costi economici sul resto del paese”.

Milanović a sua volta ha osservato che “questa è la natura della competizione internazionale. Francia e Germania non possono (o non vogliono) ridurre i salari e perdono il mercato”. Alla fine forse ha ragione Martin Wolf, quando sul Financial Times scrive che ormai viviamo “in un’era mercantilista”, in cui ogni paese “cerca potere e sicurezza o, in altre parole, la capacità di fare i prepotenti con gli altri e resistere alle prepotenze che riceve”. In fondo è il modello che cerca di imporre Donald Trump, minacciando continuamente la stabilità dell’economia mondiale e i rapporti tra le potenze. Il fatto su cui riflettere, conclude Wolf è che “la Cina sembra meglio preparata al mercantilismo rispetto agli Stati Uniti e all’Unione europea”.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

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