A voler essere maliziosi, basterebbe un’occhiata all’insegna del quartier generale per capire che l’ex colosso è ormai in declino: “thyssenkrupp”, iniziale minuscola, con la stessa modestia dell’omonima fermata del tram. Logico, visto che da anni il gruppo (un tempo una delle principali aziende tedesche alla borsa di Francoforte) non fa che ridimensionarsi. La zona occidentale di Essen, dove dal 2010 ha sede il quartier generale della Krupp (un moderno palazzo a forma di cubo e vari edifici accessori), in origine si chiamava “Thyssenkrupp Quartier”, mentre adesso ad accogliere i visitatori c‘è un’insegna con scritto “ruhr tech kampus essen”: è da un pezzo ormai che la Thyssenkrupp ha subaffittato vari locali.
Ma il gruppo-simbolo dell’industria pesante tedesca non si sta semplicemente spogliando delle maiuscole e di alcuni uffici: si sta letteralmente smembrando da solo nella speranza di sfuggire alla crisi della siderurgia tedesca, messa in ginocchio dalla concorrenza asiatica e dai prezzi alti dell’energia. La società per azioni Thyssenkrupp sta diventando una holding finanziaria.
La strategia dell’amministratore delegato Miguel López, infatti, prevede di cedere o quotare in borsa sempre più componenti del gruppo. Le controllate “devono avere accesso diretto al mercato dei capitali”, dice, e il quartier generale deve trasformarsi in una holding finanziaria. “Stiamo installando un sistema operativo nuovo di zecca”, ha annunciato López alla fine di gennaio all’assemblea degli azionisti.
La controllata Thyssenkrupp Marine Systems, che produce tra l’altro sottomarini venduti in tutto il mondo, è stata quotata in borsa nel 2025, mentre il comparto siderurgico è stato messo in vendita già da tempo: è sempre in crisi e López vuole tagliare le perdite.
Attualmente ne sta valutando l’acquisto il gruppo indiano Jindal Steel ma, se la trattativa non dovesse andare in porto, c’è anche un fondo d’investimento statunitense che nutre un certo interesse. Vendendo il comparto siderurgico, quello che un tempo era il principale gruppo industriale tedesco perderebbe il suo nucleo originario. E pensare che l’acciaio Krupp era famoso in tutto il mondo per la sua resistenza.
López ha promesso agli azionisti che il 2026 sarà “l’anno decisivo” in cui metterà in pratica i suoi progetti. A Essen la gente teme che faccia sul serio: si vocifera che voglia ridurre il quartier generale a cento dipendenti, che saranno trasferiti a Düsseldorf, capitale del land della Renania Settentrionale-Vestfalia, poco apprezzata da chi vive nella regione della Ruhr: gli abitanti di Essen la considerano poco più di un sobborgo.
La vita intorno all’azienda
Essen senza la Krupp e la Krupp senza Essen. Sembra impensabile, perché la città e l’azienda che Friedrich Krupp fondò 215 anni fa sono legate intimamente. Lo so bene io, che sono nato a Essen all’inizio degli anni sessanta: mio padre lavorava alla Krupp, sono cresciuto in un’area residenziale di proprietà della Krupp e il liceo dove mi sono diplomato era intitolato ad Alfred Krupp. Quando ho fatto il servizio militare, i commilitoni mi hanno accolto con un gioco di parole: “Se la Krupp è il numero uno quando si tratta di mangiare, noi siamo i numeri uno quando si tratta di bere” (Essen è il nome della città, ma in tedesco vuol dire anche mangiare).
La vita della mia famiglia e dei miei amici girava intorno alla Krupp, l’azienda che dava da mangiare ai nostri padri, impiegandoli negli stabilimenti e negli uffici sparsi per tutta la città. Assemblavano macchinari alla Friedrich (Fried.) Krupp Maschinenfabriken, veicoli industriali alla Fried. Krupp Motoren- und Kraftwagenfabriken e materiale rotabile ferroviario alla Fried. Krupp Lokomotiv- und Waggonbaufabrik; o, come mio padre, addirittura intere acciaierie alla Fried. Krupp Industriebau. Altri, invece, si davano da fare alla Fried. Krupp Schmiede und Gießerei, altri ancora producevano materiali alla Fried. Krupp Widia o lavoravano come tipografi alla Fried. Krupp Grafische Anstalt. All’epoca, tutte queste aziende facevano parte del gruppo industriale Krupp.
Oggi, invece, la Krupp a Essen non ha più neanche uno stabilimento: li ha venduti, delocalizzati o chiusi. È rimasto solo il quartier generale con i suoi duemila dipendenti. La produzione siderurgica è stata trasferita decenni fa a Duisburg e a Bochum. In passato la Krupp era parte integrante della vita di ogni abitante di Essen: i bambini nascevano in ospedali Krupp, crescevano in uno dei tredicimila appartamenti Krupp e imparavano un mestiere (fabbro, utensilista, meccanico industriale) nell’enorme officina didattica Krupp.
Per fare acquisti c’erano più di 120 negozi del centro commerciale Krupp e per la terza età c’erano i centri per gli anziani gestiti dalla Krupp. Di tutto questo oggi resta solo l’ospedale.
Nel segno dei tre anelli
Durante la mia infanzia, il simbolo della Krupp, tre anelli intrecciati tra loro, era onnipresente: si stagliava sulle bandiere davanti alle fabbriche, sui radiatori di tanti camion che attraversavano la città, sulle tute da lavoro dei nostri padri, per i quali sentirsi parte di tutto ciò era motivo d’orgoglio. Le auto aziendali si riconoscevano dalla targa, perché la Krupp si era aggiudicato l’utilizzo esclusivo dei caratteri E-RZ, per ricordare i minerali ferrosi (in tedesco ferro si dice erz) alla base della produzione siderurgica. Da bambini ci piaceva andare alla ricerca dell’auto targata E-RZ 1: si diceva, infatti, che fosse la Mercedes scura a bordo della quale se ne andava in giro Alfried Krupp von Bohlen und Halbach, l’ultimo proprietario unico del gruppo. Altrettanto famosa era l’auto targata E-RZ 2, sulla quale viaggiava Berthold Beitz, uomo di fiducia, plenipotenziario e successivamente esecutore testamentario di Krupp.
Per quanto ci sforzassimo, però, non riuscivamo mai ad avvistare queste auto nel nostro quartiere. A quanto pare il “vecchio Krupp”, come lo chiamavamo noi, non frequentava spesso queste strade, anche se erano di sua proprietà.
Alfried Krupp godeva di una fama leggendaria tra noi bambini: era pur sempre un miliardario! Quando venni a sapere che mio padre lavorava nell’imponente grattacielo che allora era anche sede del quartier generale, gli chiesi se avesse mai visto il titolare. Non solo l’ho visto, mi rispose mio padre, ci ho perfino parlato. E cosa ti ha detto Krupp, gli chiesi io. “Buongiorno”, mi rispose lui.
I Krupp non disdegnavano di fare affari con i governi. Ai tempi dell’impero guadagnavano parecchio e avevano pochi scrupoli
Krupp finiva per influenzare anche l’educazione di noi bambini: se rifiutavamo di mangiare la zuppa di lenticchie, le nostre madri, infatti, ci dicevano che Alfried Krupp se la faceva preparare dalla sua governante una volta alla settimana, perché era il suo piatto preferito. Insomma: se volevamo avere successo come lui, ci conveniva ripulire il piatto!
Molti anni dopo mi è capitato di incontrare Berthold Beitz, che all’epoca presiedeva la fondazione Krupp ed era ancora l’uomo forte del gruppo. L’ho intercettato in un momento favorevole (quando eravamo in bagno a lavarci le mani, per inciso) e ne ho approfittato per chiedergli se davvero la zuppa di lenticchie fosse stato il piatto preferito dell’ultimo Krupp. “No”, mi ha detto. “Però era il mio”. E poi mi ha spiegato dettagliatamente come avrei dovuto prepararla, con l’aceto, se non ricordo male.
Il principale datore di lavoro
Oggi quasi tutte le insegne Krupp sono sparite dallo spazio pubblico: una delle poche bandiere superstiti sventola davanti a una piccola casa a graticcio, a un tiro di schioppo dal quartier generale. La leggenda vuole che sia lì che tutto è cominciato: una volta, infatti, quella casetta si trovava proprio all’ingresso della fonderia che fu la culla del gruppo. Il fondatore, Friedrich Krupp, ci viveva con la famiglia.
Quella casa in realtà è un falso, da più punti di vista. Innanzitutto è una ricostruzione: l’originale è andato distrutto nei bombardamenti della seconda guerra mondiale e la copia è stata costruita circa cento metri più in là in occasione del 150° anniversario dell’azienda, nel 1961. Successivamente ha subìto diversi interventi di restauro e oggi è ancora più vicina all’originale. Inoltre, l’edificio sorge in una specie di parco ed era dal medioevo che questa zona non era più così verde.
Il terreno è stretto tra la sede della Skoda e quella della Porsche: dove oggi ci sono le vetrine che espongono auto sportive di Stoccarda, un tempo si ergeva il grattacielo caratteristico del profilo cittadino (è stato abbattuto nel 1976). Dall’altro lato della strada c’è quel che resta dell’ala amministrativa del vecchio quartier generale, circondato da impalcature: qualche tempo fa l’edificio è passato al comune, che dopo il restauro ci trasferirà i servizi sociali. Da tempo, ormai, il principale datore di lavoro di Essen è proprio la pubblica amministrazione.
Il sindaco di Essen, il cristianodemocratico Thomas Kufen, guarda alla Thyssenkrupp con il misto di filosofia e fatalismo tipico di questa zona, dove le trasformazioni strutturali non sono certo una novità. “Non che sia una cosa da prendere alla leggera, sappiamo bene cosa significa in termini di posti di lavoro qui in città e ancor di più al livello regionale”, spiega Kufen. Nel suo ufficio c’è la bandiera giallo-blu di Essen con il suo doppio stemma.
Uno dei bisnonni di Kufen arrivò in città alla fine dell’ottocento per lavorare da Krupp. Ovvio! “Per mille anni Essen è stata una cittadina talmente poco rilevante da non suscitare neanche l’interesse dell’arcivescovo di Colonia. E poi, di colpo, Krupp ci ha catapultati sulla scena mondiale”, sintetizza Kufen. “È con Krupp che Essen è diventata grande”.
E tale è rimasta, perfino quando è cominciato il declino del gruppo. Con quasi seicentomila abitanti, Essen è la decima città della Germania, con un bilancio demografico stabile. Nel 2025 ha anche battuto il record di 350mila occupati, il numero più alto mai visto in città.
**Capitale europea dell’energia **
Nove delle cento maggiori imprese tedesche hanno sede a Essen: oltre alla Thyssenkrupp, ci sono le aziende energetiche E.on e Rwe, motivo per cui qui piace molto parlare di capitale europea dell’energia.
Inoltre, ci sono le sedi centrali del gruppo edilizio Hochtief, delle aziende chimiche Evonik e Brenntag e della catena di supermercati Aldi Nord. La città è caratterizzata anche da un ceto medio dinamico e da una scena di startup piuttosto vivace. “Siamo parecchio differenziati”, dice Andre Boschem, amministratore delegato dell’azienda per la promozione dello sviluppo economico di Essen. Secondo Boschem, in città al momento ci sono quasi 23.500 imprese: “Non c’è più rischio di concentrazione, e questo significa che siamo meno soggetti alle crisi”.
Con la fine della monocoltura industriale si è trasformato anche il rapporto tra il governo cittadino e l’ex azienda dominante, un tempo caratterizzato dalla più completa sottomissione del primo alla seconda. Lo dimostra in modo esemplare una lettera del 1898 indirizzata dal sindaco Erich Zweigert a Friedrich Alfred Krupp. All’epoca il complesso siderurgico occupava più della metà della superficie di Essen. “I rapporti tra la città e la Sua fabbrica”, vi si leggeva, “sono i migliori che ci si possa immaginare”.
Ai consiglieri comunali, assicura il sindaco, aveva spiegato che “gli interessi della città coincidono perfettamente con quelli della fabbrica e, dove questa coincidenza non dovesse esserci, bisognerà trovarla”. Utile in tal senso era il sistema elettorale prussiano delle tre classi: essendo di gran lunga i maggiori contribuenti di Essen, infatti, i Krupp costituivano da soli la prima classe di censo ed esprimevano da soli un terzo dei consiglieri.
Fino al più recente passato, quanto meno fino alla morte di Berthold Beitz nel 2013, come prima visita ufficiale subito dopo l’insediamento ogni sindaco è andato in pellegrinaggio a Villa Hügel, magnifico palazzo torreggiante sopra il fiume Ruhr, che ha visto succedersi quattro generazioni di Krupp e oggi ospita, nell’ex foresteria, la sede della fondazione Krupp che, con poco più del 20 per cento, è il maggior azionista della Thyssenkrupp. “Di qui sono passati imperatori, re e presidenti di tutto il mondo”, racconta il sindaco Kufen. “Non che si siano mai presentati in municipio: venivano in villa. Una cosa del genere segna il destino della città”.
Effettivamente, la villa è stata visitata spesso da capi di stato e di governo per la squisita ospitalità, certo, ma anche per quello di cui la famiglia Krupp poteva rifornirli, innanzitutto le armi per i loro eserciti. I Krupp, dal canto loro, non disdegnavano certo di fare affari con i governi, innanzitutto con quello tedesco. Guadagnavano parecchio e avevano ben pochi scrupoli; per non parlare degli anni trenta, quando gli affari andavano a gonfie vele grazie al riarmo nazista. Sulle cartoline dell’epoca Essen si definiva “armeria dell’impero”. Durante la seconda guerra mondiale la Krupp raggiunse un numero di dipendenti che non è stata in grado di superare né prima né dopo: nel settembre del 1944 erano 228mila, di cui circa 74mila erano ai lavori forzati. È la pagina più buia della storia aziendale.
Crimini di guerra
Nel 1948 gli alleati condannarono Alfried Krupp a dodici anni per crimini di guerra e disposero la confisca del suo patrimonio, salvo graziarlo nel 1951 e restituirgli l’azienda due anni dopo. Krupp si impegnò a non produrre mai più armi. La controllata che oggi produce sottomarini e navi da guerra è entrata a far parte del gruppo solo alla fine degli anni novanta, grazie alla fusione con la Thyssen.
Villa Hügel ha visto andare e venire vari dittatori, sovrani e autocrati. Con la maggior parte di loro il destino non è stato clemente, tanto che da questo posto sembra emanare una sorta di provvidenziale maledizione.
L’ultima visita dell’imperatore Guglielmo II avvenne nel settembre del 1918: solo due mesi dopo abdicò. Tra l’ultima visita di Adolf Hitler a villa Hügel e la sua caduta, invece, trascorsero quattro anni. E, nel 1987, fece tappa alla villa il presidente della Repubblica democratica tedesca Erich Honecker in visita di stato nella Repubblica federale. Due anni dopo il muro crollò. Proporrei villa Hügel come spazio per il prossimo incontro tra il presidente statunitense Donald Trump e il suo collega russo Vladimir Putin.
Tra l’altro Putin è già stato qui, nel 2001. “Come molti altri capi di stato, anche lui ha visitato la villa”, conferma Ralf Stremmel, direttore dell’archivio storico Krupp a villa Hügel.
Stremmel, che custodisce dieci chilometri di scaffali con i documenti relativi all’intera storia aziendale, è il massimo esperto di Krupp a Essen ed è pronto a sciorinare per noi dati davvero impressionanti: nel 1910 aveva un legame diretto con la Krupp il 36 per cento della popolazione di Essen; durante la prima guerra mondiale i dipendenti del complesso siderurgico erano 120mila; nel 1970 la Krupp impiegava direttamente solo il 3 per cento degli abitanti di Essen, ma si trattava comunque di più di ventimila persone. “La Krupp ha dato il via a uno sviluppo di cui a Essen si sentono tuttavia gli effetti”, osserva Stremmel prima di ricominciare con l’elenco: ancora oggi c’è chi vive nei quartieri edificati dalla Krupp, poi passati a varie aziende immobiliari. E una fondazione legata alla Krupp possiede e gestisce la famosissima Margarethenhöhe, una zona residenziale idilliaca nello stile di una città-giardino inglese.
Una ristrutturazione radicale
Molti abitanti di Essen lavorano ancora per aziende fondate dalla Krupp e successivamente vendute. Chi visita il museo di Folkwang può ammirare capolavori impressionisti comprati con i soldi della Krupp e poi ceduti al museo ed esposti in un edificio di nuova costruzione voluta e pagata 55 milioni di euro dalla fondazione Krupp, come dono alla città.
Ma che ne sarà del quartier generale? Davvero lascerà Essen? Il gruppo ci risponde che la Thyssenkrupp ha la sua sede a Essen, mentre contenuti e personale della futura holding finanziaria sono in via di definizione. “Al momento la questione del dove non risulta prioritaria”. La storia della Krupp a Essen continua. Almeno per adesso. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati