A riprova dello stato disastroso in cui versa il mondo e dell’ambizione da capogiro del nuovo volume di Simon Kuper, _World cup fever: a footballing journey in nine tournaments _(Febbre da Mondiali: un viaggio calcistico in nove tornei), dopo aver letto questo libro mi sono sentito fisicamente male. Presentato come un resoconto aneddotico degli ultimi nove campionati del mondo di calcio, tutti seguiti dall’autore, in realtà è una fotografia impietosa di come la storia ha spazzato via le speranze delle generazioni cresciute dopo la fine della guerra fredda. Kuper, che vive a Parigi e si occupa di calcio (e non solo) per il Financial Times, ripercorre gli sviluppi sociali e politici più recenti attraverso la lente dello sport più seguito. E anche se scrive dall’Europa, il fascino universale del “Mundial” gli permette di offrire una prospettiva globale.
Generazioni di tifosi di calcio sono cresciute nella convinzione che la sconfitta dei totalitarismi avrebbe finalmente permesso di giocare e celebrare il calcio ovunque, in qualsiasi modo e in qualsiasi momento. La speranza era realizzare finalmente l’ideale dei primi organizzatori: Jules Rimet, il presidente più longevo (1921-54) della Fifa, la federazione internazionale del calcio, il suo successore Stanley Rous (1961-74) e i volenterosi uruguaiani del 1930, che ospitarono i primi Mondiali superando grandi difficoltà logistiche e politiche. Gli appassionati erano convinti che la caduta dell’impero sovietico avrebbe portato nel mondo la luce di una democrazia fondata sullo stato di diritto, e che l’avvento di un capitalismo più umano avrebbe dato ai popoli i mezzi per costruire un ordine globale più equo e competitivo. Invece ci siamo ritrovati con parassiti assetati di denaro, potere e influenza: loschi opportunisti come Sepp Blatter e Gianni Infantino, Vladimir Putin e l’emiro del Qatar.
Con grande attenzione ai particolari, Kuper spiega che molte aspettative riposte nel calcio dopo la guerra fredda si sono rivelate infondate, facendo capire che ci siamo sbagliati anche in tutto il resto. Miliardi di persone nel mondo amano profondamente il calcio, ma – succede spesso con le cose a cui si tiene molto – questo sport è stato corrotto dal denaro e dalla politica. Con i Mondiali 2026 ormai alle porte – si terranno quest’estate in Messico, Canada e Stati Uniti – è difficile guardare il “gioco più bello del mondo” senza tener conto dell’atto d’accusa complesso e appassionato di Kuper. E per chi vive in America del nord è impossibile scongiurare il rischio che Donald Trump – già insignito del premio Fifa per la pace – segua l’esempio di autocrati come Putin (2018) e lo sceicco Tamim bin Hamad Al Thani (2022) e sfrutti l’occasione per ripulirsi l’immagine e coprire le sue nefandezze.
Nel 2018, prima di partire per Mosca come inviato, Kuper temeva una riedizione di Berlino 1936, quando Adolf Hitler sfruttò le Olimpiadi per corteggiare i visitatori e accrescere la sua influenza prima di avviare la sua campagna di conquista globale e genocidio. Allora aveva concluso che le analogie non fossero così stringenti da rendere la situazione inaccettabile, ma è evidente che i suoi dubbi ci sono ancora. Con l’eccezione del periodo vicino al torneo del 2018, la Russia ha passato il tempo a invadere l’Ucraina, il paese che, insieme alla Polonia, aveva ospitato gli Europei del 2012. “Mentre scrivo, nell’estate del 2025”, osserva Kuper, “Donetsk è sotto occupazione russa e Kharkiv è attaccata. Lo stadio di Donetsk non è usato dal 2014. Le città che hanno ospitato Euro 2012, in un certo senso, non esistono più”.
Kuper non si avventura in previsioni sui prossimi Mondiali nordamericani né su quelli futuri, ma la tendenza che ricostruisce è chiara: “La disponibilità della Fifa ad appoggiare regimi brutali, dalla giunta militare argentina degli anni settanta fino a Vladimir Putin e Mohammed bin Salman, è stata una costante. Faceva tutto parte della logica della ‘pace attraverso lo sport’”. Se i dirigenti del calcio non disdegnano l’accesso facile ai soldi e ai favori delle autocrazie ospiti, spiega Kuper, diplomatici e tifosi spesso sono disposti a digerire l’idea di portare una grande manifestazione sportiva lì, sperando che l’evento favorisca un cambiamento positivo: l’attenzione globale è come un faro puntato, l’interazione tra visitatori e residenti può far nascere idee di libertà, e la semplice gioia di organizzare il torneo può cambiare la percezione che un paese ha di sé. “I Mondiali sono un carnevale, e i carnevali rovesciano l’ordine abituale delle cose”, scrive Kuper. “Nei carnevali del medioevo, gli uomini si vestivano da donne e le donne da uomini. Ai Mondiali, i civili russi si sono ripresi le strade dalle forze di sicurezza”.
Ma le speranze riposte nella manifestazione del 2018 sono state deluse prima ancora di nascere. La Russia aveva già occupato la Crimea nel 2014. Si è fermata per i Mondiali e per il covid-19, poi ha invaso di nuovo l’Ucraina nel 2022. “Quando il carnevale finisce”, osserva Kuper,
il mondo torna alla normalità. La paura più profonda di Putin era una rivoluzione popolare come quella a cui aveva assistito nel 1989 da agente del Kgb a Dresda, nella Germania dell’Est. Non voleva che i russi si sentissero padroni degli spazi pubblici. Circolava un video in cui un cittadino chiedeva a due poliziotti se, dopo i Mondiali, sarebbe stato permesso bere per strada. La risposta fu: “Sei russo? Allora no”. Il torneo era destinato a svanire come un sogno.
Il libro di Simon Kuper è molto più di una semplice riflessione sulla corruzione della Fifa e sull’ascesa delle autocrazie internazionali. È anche un racconto autobiografico
Con le stesse speranze e gli stessi risultati, Amnesty international e altre organizzazioni hanno scelto di non chiedere il boicottaggio dei Mondali in Qatar del 2022. Oltre a confidare nella filantropia dei padroni di casa, molte ong speravano che la grande vetrina globale avrebbe portato a una maggiore apertura nel paese, attirando l’attenzione sul sistema della kafala, definito eufemisticamente come “sponsorizzazione” del lavoro. Ma nonostante il clamore della stampa occidentale – con una serie di drammatiche inchieste su morti e condizioni di lavoro assimilabili allo schiavismo – la Fifa ha fatto ben poco, al di là di comunicati stampa che invocavano la liberalizzazione di uno stato petrolifero razzista, misogino e ostile alle persone lgbt+. La federazione si è rivelata talmente debole che, su pressione dei conservatori musulmani, non è riuscita nemmeno a tenere aperti i bar come previsto dagli accordi con lo sponsor produttore di birra.
Giocatori che in altre circostanze si sarebbero probabilmente schierati a favore delle donne o delle comunità lgbt+ sono stati messi nella condizione di non nuocere, scrive Kuper. Le loro obiezioni non sono state sistematicamente cancellate dai mezzi di comunicazione (come nel caso dei calciatori iraniani, che si sono rifiutati di cantare l’inno nazionale) ma sono state scoraggiate dietro la minaccia di un’ammonizione (per esempio se si indossava la fascia arcobaleno durante le partite). I giocatori migliori, invece, hanno subìto un condizionamento più sottile: dopo la crisi finanziaria del 2008, il fondo sovrano del Qatar ha “sponsorizzato” il Barcellona e ha acquistato il Paris Saint-Germain. Era chiaro che gli organizzatori avrebbero spinto per una finale Messi contro Mbappé: i due compagni di squadra del club parigino erano le stelle assolute del club di proprietà qatariota.
World cup fever, però, è molto più di una semplice riflessione sulla corruzione della Fifa e sull’ascesa delle autocrazie. È un saggio che contiene almeno sette libri diversi, e Kuper ha le competenze per scriverli tutti. È una storia dei Mondiali, ma anche un racconto autobiografico. È una descrizione dell’amore per il calcio che s’intreccia con il senso di comunità. È una riflessione su come la politica del calcio rispecchia quella globale. È una storia delle vicissitudini del giornalismo occidentale, e del giornalismo sportivo in particolare, da quando il denaro, il prestigio e il potere associati alla professione si sono progressivamente ridotti con il passaggio dal quasi monopolio della carta stampata e della tv generalista alla proliferazione di contenuti online a basso costo. È una versione del libro che Kuper aveva pensato di scrivere dieci anni fa sulla parabola dei Mondiali sudafricani del 2010, dall’ideazione originaria fino agli stadi-cattedrali nel deserto rimasti inutilizzati. Infine (forse, paradossalmente, è l’aspetto meno centrale) è una storia del calcio: di come il gioco in campo e l’atteggiamento dei giocatori sono cambiati da quando l’autore ha cominciato a osservarli per lavoro.
Come scrittore, Kuper ha ottime credenziali: con Stefan Szymanski è autore di Calcionomia (Il Saggiatore 2019) e di Calcio e potere _(Isbn 2008), che resta uno dei migliori libri sul rapporto tra calcio, cultura e politica. Ha scritto anche _Ajax, la squadra del ghetto _(Isbn 2005), una delle opere più importanti sul rapporto tra calcio e Shoah, e _Barça: the rise and fall of the club that built modern football _(Barça: ascesa e caduta del club che ha costruito il calcio moderno, 2021), un’analisi approfondita di quella che era considerata da molti la miglior squadra del mondo. In _World cup fever Kuper si presenta, a seconda dei momenti, come un ingenuo ottimista o come un cronista stressato dal lavoro, ma scrivendo questi “sette libri” uno dentro l’altro (e non appesantendone nessuno, tranne forse quello sul Sudafrica), riesce a restituire tutte le sfumature di storie spesso poco edificanti senza dare l’idea che la democrazia, il calcio professionistico, il capitalismo e il giornalismo siano irrimediabilmente condannati. Anche se, alla fine, è proprio questa la sensazione che lascia il libro.
Io e Kuper siamo diversi sotto molti aspetti – io sono statunitense, lui è cresciuto in Olanda da genitori sudafricani e oggi vive in Francia – ma condividiamo alcuni interessi e parte del percorso. Un tempo provavo una certa invidia per come è riuscito a trasformare una passione in una professione, ora non più. Attraverso la lente dei Mondiali, Kuper denuncia il processo sgradevole e spesso avvilente che produce il giornalismo sportivo. Racconta di camere d’albergo mal tenute, notti insonni, spostamenti continui, partite noiose e piccole faide di potere – dentro e fuori dalle redazioni – che finiscono per rovinare la magia del gioco. Forse la cosa che lo disgusta di più, racconta, è stata la reazione sua e dei suoi colleghi alla morte improvvisa del giornalista Grant Wahl durante il quarto di finale tra Olanda e Argentina nei Mondiali del 2022: “Alla mia sinistra c’era una persona che conoscevo e stimavo, forse in fin di vita. Ma davanti a me c’era la mia squadra, che stava giocando una partita appassionante. Non ne vado fiero, ma per mezz’ora ho continuato a voltarmi un po’ verso Grant, un po’ verso il campo. E lo stesso hanno fatto molti colleghi intorno a me”.
Anche se Kuper si lamenta dei ritmi di lavoro massacranti e delle tante partite mediocri che è costretto a seguire, si capisce che lo sport gli piace ancora. Spiega che, alle Olimpiadi del 2024 a Parigi, ha riscoperto la gioia e la curiosità di assistere a un evento sportivo da semplice tifoso. Quella gioia, però, serve più che altro a sottolineare quanto si è disamorato del calcio, logorato dalla fatica e dalla noia di raccontare un torneo per un mese intero.
Questo senso di stanchezza è anche il destino di ogni comitato organizzatore della manifestazione. Per il paese ospitante, all’inizio i Mondiali sono un sogno: un’occasione per investire in infrastrutture e stadi di livello internazionale. Per la Fifa sono soprattutto un affare colossale (per i suoi dirigenti la fase delle candidature è il momento delle tangenti, per l’organizzazione, il vero bottino è il torneo in sé). Il Sudafrica, come racconta Kuper, è un caso unico: è riuscito a unire intorno allo sport un paese che dopo l’apartheid era ancora molto diviso, e lo ha fatto con il calcio, tradizionalmente legato alla popolazione nera. Il prezzo per ospitare i Mondiali del 2010, però, è stato la distruzione dell’identità calcistica sudafricana. E ovviamente ne fanno parte anche i soldi spesi per costruire gli stadi, imposti dalla Fifa ma inutili al paese. Come ricorda Kuper, “l’impianto di Polokwane, costruito per una città senza una grande squadra di calcio, ha superato da solo i 158,5 milioni di dollari che erano stati stanziati per tutti i nuovi stadi, l’allestimento tematico delle strutture e la sede della Fifa messi insieme”.
La Fifa era stata originariamente fondata per mettere in contatto tra loro gli appassionati di calcio e, in generale, per il bene del gioco e di chi lo pratica: era questo lo spirito del modesto avvocato francese Jules Rimet, che diede il nome al primo trofeo dei Mondiali. E proprio il furto di quella coppa, avvenuto nel 1966, è la metafora perfetta della perdita d’innocenza della federazione. Dal 1974 in poi, dopo Rimet e Stanley Rous, è diventato chiaro che i dirigenti della Fifa potevano usare i soldi dei Mondiali per comprare i voti dei notabili locali del calcio finanziando progetti faraonici e incontrollati. I notabili a quel punto votavano per i dirigenti, perpetuando così il circolo vizioso. È il sistema autoreferenziale attraverso cui i paesi ospitanti, o aspiranti tali, finanziano l’arricchimento dei dirigenti calcistici di mezzo mondo in nome del calcio globale. “Il campione assoluto di questo sistema è stato Jack Warner, che era vicepresidente della Fifa”, scrive Kuper: “Ha incassato almeno 26 milioni di dollari per costruire il Dr. João Havelange centre of excellence a Trinidad e Tobago, su un terreno che poi si è scoperto essere di sua proprietà (radiato a vita dal calcio nel 2015, Warner vive ancora tranquillamente a Trinidad)”.
La Fifa ha una sola attività davvero redditizia, i Mondiali, ma l’organizzazione dipende in modo pressoché totale dal paese ospitante. Allo stesso tempo, il paese ospitante ha bisogno della Fifa per trasformare il suo sogno in realtà. Gli stati che non sperano di ripulirsi l’immagine sfruttando il fascino del calcio mondiale sono tagliati fuori. Questo significa che le ambizioni di sfruttare l’evento per investire in infrastrutture necessarie o costruire stadi sostenibili non coincidono affatto con gli interessi della federazione e, quasi sempre, non si realizzano.
Un tempo i Mondiali erano un incontro tra sconosciuti e stili di gioco diversi. Tifosi che altrimenti non si sarebbero mai incrociati si mescolavano per le strade, mentre la televisione, per le prime volte, permetteva agli spettatori di vedere sullo schermo i giocatori che avevano fatto sognare altri paesi. Ma il torneo era anche l’occasione per mettere a confronto i “caratteri” delle varie nazionali: il coraggio e l’agonismo dell’Inghilterra, l’efficienza spietata della Germania, la tecnica e la spettacolarità del Brasile. Con la globalizzazione c’è stata un’omologazione generale, che ha appiattito la varietà degli stili nazionali. Le nazionali sono costrette ad adeguarsi ai sistemi di gioco che i club hanno metabolizzato per reggere alla velocità implacabile del calcio contemporaneo.
Le migliori squadre di club di oggi travolgerebbero senza difficoltà le leggendarie nazionali di un tempo. E la visibilità mondiale del calcio fa sì che non ci sia più spazio per la sorpresa: i giovani fenomeni stranieri giocano già in squadre famose, le loro partite vengono trasmesse ovunque, i loro numeri fanno il giro del mondo su TikTok.
Attraverso il calcio immaginiamo un mondo diverso. Per paesi come il Brasile o l’Argentina è un mondo in cui la loro supremazia non è messa in discussione dagli Stati Uniti o dalla Cina. Per i giocatori è un mondo in cui, per cento minuti dentro un rettangolo di linee bianche, tutti hanno le stesse possibilità. Per Kuper e per i tifosi più ottimisti, è un mondo in cui i popoli si incontrano per condividere la passione per il gioco:
In un vagone della metropolitana durante la fase a gironi si vedono tifosi sauditi uno accanto all’altro insieme a tifosi e tifose iraniani, osservati con bonaria curiosità da corpulenti inglesi rasati, tutti intenti a filmarsi a vicenda e a scambiare battute in un inglese rudimentale, mentre un gruppo di statunitensi canta in coro: “Credo che vinceremo!”. Donne in hijab integrale si mescolano a donne in pantaloncini corti. Si mescolano perfino brasiliani e argentini. Non si tollerano solo le differenze religiose, però si tollera anche di respirare la puzza di sudore di perfetti sconosciuti e di ascoltare la loro musica orrenda sparata dai telefonini all’una di notte, in un vagone strapieno, dopo che la propria squadra ha perso. Forse c’è un po’ di verità nel vecchio luogo comune secondo cui, se si mettono insieme persone comuni di paesi diversi senza i politici di mezzo, alla fine andrebbero tutti d’amore e d’accordo.
Man mano che il potere e il denaro si sono concentrati nelle mani dei dirigenti del calcio, la corruzione è aumentata. Kuper cita l’osservazione di Henry Kissinger: “La politica del calcio mi fa venire nostalgia della politica del Medio Oriente”. Purtroppo oggi le due cose non sono più separate ed entrambe sono infinitamente peggiorate da quando nel 1983 Kissinger fece quella battuta. Non c’è modo per i calciatori del mondo di unirsi senza passare per la Fifa e la sua corruzione interessata. Rimet e Rous erano dilettanti innamorati del calcio, che non facevano i propri interessi ma s’impegnavano per servire lo sport che amavano. Da quando personaggi come João Havelange, Blatter, Infantino e i componenti del comitato esecutivo hanno preso il controllo della Fifa, il loro unico obiettivo è monetizzare i loro voti, tradendo la fiducia dei movimenti che rappresentano.
Ogni quattro anni, lo sport più popolare del pianeta organizza una competizione internazionale per stabilire quale paese sarà campione del mondo. Sarebbe un errore, però, considerare i Mondiali un semplice evento sportivo, o leggere _World cup fever _come un normale libro sullo sport. Questi sette libri in uno raccontano un grande pellegrinaggio che è cresciuto a dismisura nel corso del novecento. Così come la chiesa cattolica non si riduce alla preghiera, i Mondiali non si riducono al calcio. Nell’ultimo secolo, e soprattutto negli ultimi settant’anni (diciamo da quando giocava Pelé in poi), il torneo è diventato un evento spirituale, politico, aspirazionale. La nausea che provo leggendo la testimonianza di Kuper non nasce da una sensazione solo di perdita, ma anche da un senso di profanazione.
Pur essendo l’evento più seguito del mondo, la maggior parte delle persone non è particolarmente interessata ai Mondiali. Ma gli Stati Uniti amano i grandi eventi e, anche se il torneo di quest’estate sarà quasi certamente una delusione, lì la gente resterà comunque incollata agli schermi per seguire lo spettacolo. Per i lettori statunitensi, quindi, World cup fever _è un compagno avvincente in vista del torneo: una lente attraverso cui guardare oltre al tabellone dei risultati. Per chi invece vive il gioco come cultura, come politica, come rito, questo libro non offre una risposta definitiva, ma un invito: guardare, pensare e, soprattutto, sentire cosa significa lasciarsi travolgere dallo spettacolo febbrile, bellissimo ed esasperante del più grande palcoscenico del calcio. ◆ _fas
**Dan Friedman **
è un giornalista sportivo statunitense. Questo articolo è la recensione di un libro di Simon Kuper, _World cup fever: a footballing journey in nine tournaments _(Profile Books 2025). È uscito sulla Los Angeles Review of Books con il titolo “World cup nausea”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati