Contro la neutralità
Questo articolo è stato pubblicato il 5 febbraio 2016 nel numero 1139 di Internazionale.
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a fotografia e le parole arrivano contemporaneamente. Si garantiscono a vicenda. Crediamo di più alle parole perché la fotografia le conferma, e ci fidiamo della fotografia perché ci fidiamo delle parole. Inoltre, ognuna orienta l’interpretazione: una fotografia di guerra, per esempio, può rendere accettabile una situazione disperata, così come un articolo su uno scandalo può fare apparire patetico il politico rappresentato nella foto. Ma a differenza delle parole, spesso le immagini sono ritenute neutrali. La fattualità di una fotografia può mascherare l’astuzia nella scelta dell’immagine e del suo contenuto.
Ecco perché sono rimasto colpito da un tweet di John Edwin Mason, uno storico della fotografia: “Un altro esempio di come la manipolazione, in fotografia, non abbia niente a che fare con Photoshop o i trucchi da camera oscura”. Sotto questa frase c’era un altro tweet con l’immagine di una ragazza. Era bionda e indossava un maglione scuro su una camicetta bianca. I suoi occhi guardavano da un lato. La foto era in bianco e nero e ricordava i vecchi ritratti dei divi di Hollywood. C’era il link a un articolo della rivista Foreign Policy, e il soggetto dell’articolo e della foto era una politica francese di 26 anni, Marion Maréchal-Le Pen, astro nascente del partito di estrema destra Front national.
Marion è la nipote di Jean Marie Le Pen, razzista convinto e cofondatore del Front national. Pur facendo attenzione a non usare gli stessi toni del nonno, resta molto vicina alle sue istanze nativiste e xenofobe. Secondo lei, per esempio, i musulmani di Francia non dovrebbero godere degli stessi diritti dei cattolici. E in un paese ormai preda della fobia degli immigrati, Maréchal-Le Pen e il Front national godono di una popolarità e di un successo politico sempre più ampi.
Quale tipo di comunicazione avviene quando si usa una fotografia accattivante per raffigurare un personaggio come Maréchal-Le Pen? Ho chiesto a Mason cosa intendesse per “manipolazione”, nel suo tweet. “Lo stile della fotografia è immediatamente riconoscibile come quello del ritratto di una celebrità”, ha risposto. “Ci invita a identificarci con il soggetto e a vederlo come attraente e desiderabile. Se lo scopo era rendere più glamour la giovane Le Pen, è stata scelta la foto giusta”.
Benjamin Pauker, il direttore di Foreign Policy, non ha visto niente di inappropriato in quell’immagine (del fotografo Joel Saget), che non gli sembra affatto glamour. Ma era difficile non contrapporre la foto di Saget, che appariva in home page, a quella di Patrick Aventurier che accompagnava il testo integrale dell’articolo. La foto di Aventurier è a colori e mostra Maréchal-Le Pen sul palco, in lontananza, insieme a molte altre persone e con le bandiere francesi in primo piano e sullo sfondo. È un’immagine che enfatizza sia il ruolo politico sia il nazionalismo di Le Pen, comunicando un messaggio molto diverso.
Quale sia l’immagine giusta per accompagnare un testo è una vecchia questione, che riguarda soprattutto la ritrattistica, ma è molto più dibattuta nella fotografia di guerra. Il tema è stato nuovamente sollevato dallo scrittore David Shields, nel suo recente libro War is beautiful: the New York Times pictorial guide to the glamour of armed conflict. Shields ritiene che il New York Times “abbia glorificato la guerra attraverso una parata incessante di belle immagini”. L’autore ha scelto 64 foto tra le migli-aia pubblicate sulle prime pagine del giornale tra il 2002 e il 2013, e le ha suddivise in dieci brevi capitoli che hanno titoli come “Parco giochi”, “Padre”, “Dio” e “Pietà” (il New York Times ha fatto causa all’editore sostenendo che pubblicando le sue prime pagine ha violato il diritto d’autore).
Il libro comprende una serie di immagini crepuscolari e minacciose di elicotteri e camion che sembrano prese da Apocalypse now. Ma vediamo anche un medico della marina che culla un orfano iracheno, il presidente George W. Bush che incontra le truppe in Qatar, il paesaggio devastato di una città irachena, un imam che benedice un neonato a Brooklyn, un palestinese distrutto dal dolore che porta in braccio un bambino ucciso durante una manifestazione di protesta e un soldato iracheno morto che giace nella polvere. Ma queste 64 immagini, alcune delle quali non sono affatto foto di guerra, sono davvero rappresentative di come il New York Times ha raccontato la guerra nel decennio in questione?
In realtà, le prove raccolte da Shields dimostrano solo che il New York Times ha pubblicato alcune immagini molto belle e altre meno belle, alcune che potevano essere interpretate come pacifiste e altre che sembravano propaganda bellica. Immaginate di guardare migliaia di fotografie scattate nel corso di molti anni dai fotogiornalisti più diversi: potreste trovarne 64 adatte a sostenere qualsiasi argomento.
Un’immagine dipende in tutto e per tutto dal contesto e dalla collocazione, ma anche da chi la guarda. Susan Sontag ha osservato: “Le rappresentazioni più oneste della guerra e dei corpi straziati sono quelle che ritraggono chi appare più estraneo e quindi meno riconoscibile. Con soggetti più familiari e vicini a noi ci si aspetta che il fotografo sia più discreto”. Il giornalismo americano, New York Times incluso, resta schiavo di questa aspettativa: un’aspettativa ormai matura per essere messa in discussione. Ma War is beautiful mi sembra un’occasione persa e mi ha fatto ripensare ad altri lavori che hanno affrontato questioni simili in modo più incisivo.
Disco night sept. 11 (2014), del fotogiornalista Peter van Agtmael, non è un libro concettualmente ambizioso come quello di Shields. In realtà non è per niente concettuale. È semplicemente una cronaca coraggiosa delle recenti guerre degli Stati Uniti realizzata da un fotogiornalista che è stato diverse volte nei più sperduti e pericolosi avamposti dell’Afghanistan e dell’Iraq, ma che ha anche visitato i reduci americani feriti e traumatizzati in posti come il Wisconsin e il Texas. Le foto di van Agtmael sono corredate di brevi reportage di poco più di un paragrafo, e le didascalie non sono meno evocative delle fotografie, incredibilmente precise e insieme oniriche.
Una sua tipica immagine è quella scattata nel 2009 nella provincia di Helmand, in Afghanistan. Sullo sfondo di un paesaggio desertificato marrone pallido, vediamo sette soldati che perlustrano il terreno alla ricerca di ordigni esplosivi improvvisati. Avanzano a pochi passi l’uno dall’altro. Lavorano insieme, ma ognuno è solo, e a questa distanza e da questa altezza (è difficile dire se il fotografo sia su un elicottero o su un’altura) quei soldati sembrano soldatini giocattolo. Cercano, senza trovare niente. Qualche minuto dopo, c’è un’esplosione. Disco night sept. 11, che propone molte immagini di momenti che precedono un evento terribile o, ancora più vividamente, gli strascichi di un conflitto, comunica la follia, la confusione, la teatralità e i paradossi della guerra. Mi ha indotto a farmi la domanda che ogni libro sulla guerra dovrebbe sollevare: ma che diavolo sta succedendo?
Un lavoro molto diverso è War primer 2 (2011), degli artisti Adam Broomberg e Oliver Chanarin. Come Shields, Broomberg e Chanarin fanno uso d’immagini già esistenti. In questo caso è una vera e propria appropriazione: War primer 2 è una riproposizione dell’Abc della guerra di Bertolt Brecht (1955), un libro di fotografie tratte in larga parte da giornali e riviste dei decenni precedenti che Brecht sottotitola con quartine amare e poetiche.
Nella loro versione aggiornata, Broomberg e Chanarin hanno scaricato da internet immagini legate alla guerra al terrorismo e le hanno “incollate” al libro di Brecht, sovrapponendole a quelle originali. Le nuove foto, esplicite e agghiaccianti come quelle vecchie, comprendono scene di torture ad Abu Ghraib, l’esecuzione di Saddam Hussein, la Casa Bianca durante la missione per assassinare Osama bin Laden, e George W. Bush che serve il pranzo ai soldati nel giorno del Ringraziamento. Con le quartine di Brecht, le immagini diventano un sorprendente atto d’accusa nei confronti della condotta statunitense nelle guerre recenti, ma anche un lamento sul male della guerra in sé.
La macchina fotografica è uno strumento di trasformazione. Può rendere ciò che vede più bello, più raccapricciante, più leggero o più drammatico, continuando a insistere sull’assoluto realismo della sua rappresentazione. Ecco cosa intendeva Brecht, nel 1931, quando scriveva: ‘‘La macchina fotografica è capace di mentire quanto la macchina da scrivere”. Quale uso dobbiamo fare di uno strumento così subdolo? Una possibilità è opporsi alla rappresentazione della violenza e schierarsi dalla parte del lettore che rifiuta un’immagine sgradevole e difende i confini del buon gusto. Un’altra possibilità – e per me la migliore – è capire che il problema non è che le immagini inquietanti sono troppe, ma che sono troppo poche. Rendere visibili le tragedie o le sofferenze vissute da alcune persone in alcuni luoghi non significa affatto violare i limiti del buon gusto.
“Abbiamo tutti forza sufficiente per sopportare i mali altrui”, scriveva François de La Rochefoucauld. La cosa difficile è immergersi fino in fondo nel proprio dolore. Dobbiamo vedere con i nostri occhi quello che succede veramente ai corpi dei nostri soldati in situazioni di guerra o di violenza di massa, sia nel momento in cui si svolgono, come ci mostra il libro di Broomberg e Chanarin, sia sulla loro scia, come nel libro di van Agtmael. Non dobbiamo distogliere l’attenzione dagli effetti che quel tipo di sofferenza potrebbe avere su di noi. Il fotogiornalismo che documenta la guerra, il pregiudizio, l’odio e la violenza persegue un’ottusa neutralità a spese di un’autentica imparzialità. Troppo spesso, le parole che leggiamo sui nostri giornali ci portano dritte al punto, mentre le fotografie, abituate a una certa sicurezza, si tirano indietro.
(Traduzione di Diana Corsini)
Questo articolo è stato pubblicato il 5 febbraio 2016 nel numero 1139 di Internazionale.