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Béla ciao

Béla Tarr alla Berlinale, 15 febbraio 2011 (Sean Gallup, Getty Images)

Budapest, Ungheria, 6 febbraio 2026

Il cimitero di Fiumei út sembra più un parco che un cimitero. Ci sono viali e alberi. L’area è molto estesa, adatta alle passeggiate. Il tassista, vedendo la piccola folla che lentamente si addensava al cancello, ha detto: “Ci dev’essere qualcosa oggi”. Si chiamava Angelo, per metà era di origini italiane e parlava in perfetto inglese. “Sì, c’è la cerimonia di saluto al regista Béla Tarr”, ho risposto io. “Ah, Tarr Béla”, ha precisato Angelo, come si usa in Ungheria, paese che antepone il cognome al nome. In Ungheria si usa un’altra cosa che desta sorpresa. I funerali vengono celebrati da un mese a due mesi dopo il decesso. Non sono riuscito a capire il motivo. Questioni burocratiche, forse. Certo che a quella distanza temporale la cerimonia assume più un carattere di congedo. L’opera della morte è meno virulenta, il caos della decomposizione della carne già compiuto. Il corpo invisibile.

La cerimonia era prevista per le 14. Lungo l’ampio viale gruppetti di persone, molti giovani, una fila indiana lenta, in cadenza. Un cartello su un albero indicava con una freccia “Tarr Bèla temetèse”, funerale di Bèla Tarr. A seguire un Qr code: “For english translation of the cerimony. Please scan the code”.

Il tempo era grigio, umido. Il fondale della strada era reso scuro dalla pioggia. Si avanzava tra le composte architetture del viale principale. In fondo le persone andavano fermandosi in una specie di crocevia. Si cominciava a distinguere la musica. Lungo il percorso erano state disposte casse di amplificazione che accompagnavano la camminata e circondavano il luogo della cerimonia. La musica del compositore Mihály Víg, tante volte sentita nella colonna sonora delle pellicole, accompagnava i passi, i volti e i corpi tra i grandi alberi. Partiva dal basso e si levava al cielo come in un lungo piano sequenza. La massa delle persone arrivava in prossimità di un altare offerto agli occhi e alle videocamere. Sollevato da terra, il sarcofago di legno lucido era ornato di fiori e corone.

Sul lato destro dell’altare, immobili, resi sacri dalla musica, in breve fila, le compagne e i compagni più stretti. Il gruppo che aveva creato quella filmografia unica al mondo a partire da Perdizione, alterando, dilatando all’estremo i propri linguaggi in una colata su pellicola fatta di suono, di monologhi filosofici, d’interminabili piani sequenza. Come disse Tarr, lavoravano insieme, sentivano le cose nello stesso modo perché avevano “la stessa visione del mondo”.


A sinistra alto, paterno, solenne gigante magiaro László Krasznahorkai, autore e filosofo, recente premio Nobel per la letteratura, inconfondibile nel cappotto scuro e il bel cappello nero a falda larga tenuto in mano. Poi il ciuffo bianco ribelle, irridente di Mihály Víg. Musicista, attore, poeta, autore delle colonne sonore. Più a destra il volto minuto, affaticato, tenace di Agnes Hranitzky, montatrice e regista, e a lungo compagna di vita di Tarr. Più defilato l’ultimo suo direttore della fotografia, Fred Kelemen.

Dall’altra parte gli amici e i molti beneficiari dall’attività incessante di formazione che aveva occupato Béla a partire dal 2011, quando lasciò il cinema proprio nel momento in cui il mondo sembrava aprirsi a un riconoscimento più vasto. Scelse di dedicarsi ai giovani come atto di speranza nel futuro. Come ha detto uno di loro: “Il suo lascito vero non è stato solo il cinema ma tutti questi anni in cui si è messo a disposizione di chi viene dopo”. E non per insegnare tecnica o regia, ma per inoculare e diffondere un’attitudine, un modo di stare al mondo che metta al centro la libertà. La libertà della creatività, la libertà dal condizionamento sociale, dai dogmi, dall’industria dell’intrattenimento, dal potere, dalla corruzione e dallo stato.

L’opera di Béla Tarr ha saputo sempre guardare in faccia il dolore, senza per questo essere pessimista. Un cinema che riconosce la fine, la verità ultima della morte, ma è atto di amore e di speranza. Amava chiedere alle persone se la visione dei suoi film le avesse rese più forti o più fragili. Il principio è stato mantenuto fino alla fine.

Ascolta | Nel nido dei serpenti, un podcast di Zerocalcare sulla storia di Maja T.

Poi la musica si è interrotta e le persone hanno letto i loro interventi al microfono, alternandosi come in una polifonia in cui i temi si componevano in un discorso unico:

“L’opera non è un fatto commerciale, ma morale”.
“Béla non era social, era cosmico”.
“Continuiamo a credere che siamo liberi e che il cinema è la settima arte”.
“Libertà, coraggio, radicalità. No al compromesso”.
“Universalità e amore in contrapposizione a dolore e paura”.
“Un’incredibile costanza nella determinazione a cambiare il mondo”.
“Adesso puoi riposare. Il lavoro è fatto. Ci manchi. Ti amiamo”

Lo scrittore László Krasznahorkai al funerale di Béla Tarr . Budapest, 6 febbraio 2026

László Krasznahorkai non ha preso la parola. Osservava con gli occhi arrossati, statuario nella sua altezza commossa. Forse pensava alla lunga decomposizione che per cinque intere pagine chiude il suo romanzo Melancolia della resistenza (Bompiani 2018). Agli operai della distruzione già all’opera. All’emoglobina, ai carboidrati, ai lipidi, alle proteine, al coenzima A, alla deidrogenasi. Gli agenti putrefattivi aerobici, i batteri, la doglobina, il solfato ferrico. Alla loro opera “finché dell’antica fortezza non sarebbe rimasto più nulla. Anche se nessun atomo era andato perduto, mai più riproducibile in quella forma, svanito per sempre, dissolto nella forza infinita di un caos che si annidava tra i cristalli dell’ordine”.

Gli abbracci

Poi il feretro di Tarr è stato spostato dagli uomini delle pompe funebri. Si è fatto spazio attorno. Le persone sono arretrate. Con reverenza, con pudore, a decine ponevano il fiore fino a comporre un piccolo dosso di piante e petali. La linea degli intimi restava immobile. Gli occhi arrossati e stanchi. Fino alla fine. Poi sono arrivati gli abbracci e lentamente il cerchio è sfiorito.

Mihály Víg è stato il primo a rompere la rigidità del quadro. Tutto in lui era irriverenza. Gli occhi chiari, la bellezza dei tratti nella demolizione incombente dell’età. I capelli bianchi, folti con punte di giallo da fumatore. Aveva l’espressione estatica del cielo caduto. Portava addosso dolore e ubriachezza, con il bavero alzato dell’esperienza. Sorrideva a chi gli parlava. Sorrisi di confidenza. Fumava con tutto il teatro che ogni sigaretta può allestire. Il tabacco, la cartina, il rollare, l’accendino, il gesto, il respiro, il sospiro. Nell’opera e nella vita di Béla Tarr il fumare è parte della grammatica. Le sigarette danno le pause ai discorsi, segnano il punto e la virgola. Danno struttura al tempo. Concedono la pausa allo sguardo. Un fumatore con una sigaretta è un teatro ambulante.

Víg si è scusato con aria evasiva di non parlare bene inglese. “Vedete, io sono cresciuto in un paese comunista, e allora non era una cosa buona insegnare l’inglese, anzi era molto ostacolato”. Vasul, un amico che lavora alla casa della musica, ha provato a invitarlo a tenere un concerto. “Ah”, ha detto lui ridendo, “allora tu collabori col governo! Sei un fascista di sicuro, se no come puoi lavorare con loro. Al giorno d’oggi non basta più sembrare fascisti, bisogna essere fascisti per lavorare!”. L’ha detto come in una commedia. Víg rideva di se stesso ogni volta, come se l’avesse detta grossa.

Le domande si alternavano: “Come lavoravate? Che strumenti usavate?”.
Lui rispondeva: “Quello che c’era. Non parlavamo molto. Lavoravamo. Non c’era molto da dire. Del resto, non c’erano tanti soldi. Non c’erano molte persone a dirci fai questo o fai quello. Facevamo quello che ci piaceva. E ci piaceva stare insieme. Ci conoscevamo tutti . Non c’era molto da discutere”.
“Che effetto le ha fatto ascoltare la sua musica alla cerimonia oggi, con tutte quelle casse?”.
“Era musica da funerale”, ha detto. E poi ha aggiunto: “Come sempre!”.

Ha sollevato il bicchiere. Ha chiamato il brindisi: “A Béla, alla sua nuova vita! Riposa in pace, e che nessuno ti disturbi”. Poi ha aggiunto: “Non c’è problema. Béla vive, perché ha fatto film”.

Al tavolo del ristorante c’era una rivista che si distribuisce per strada, a offerta libera, per i senza tetto. In copertina Béla. “Who is this fucking guy?”, ha esclamato Mihály Víg ridendo e agitando la rivista. Il titolo sopra la fotografia incorniciata nel nero riprendeva un’espressione popolare tipo: “Fate un po’ di luce, figli”.

A Vienna, dice un’amica che lo conosceva bene, qualche anno prima Béla Tarr aveva preparato un’istallazione. Era un’ultima cena. Una cena per poveri. Gli avanzi messi in mostra. Anche a Napoli aveva proposto come opera d’arte un container con la distribuzione dei buoni pasto, ha aggiunto un altro.

Nirvana

Poi Mihály Víg ha preso una chitarra. Cantando, tornava bello e spettinato come sono i ribelli. Tutti gli altri erano in un buon ristorante, dove c’erano anche il sindaco, amici, personalità del cinema. Lui aveva preso un’altra strada, era ancora Irimiás, il Satana e il Budda di Sátántangó. Abitava la fine del mondo.

Vig ha cantato Nirvana degli Spions, un pezzo violentissimo alla Sex Pistols, e insieme beffardo, una parodia musicale della scena della controcultura ungherese dei grandi idoli degli anni novanta.

Nirvana, oh Nirvana
ballerini folk e poligoni di tiro
Nirvana, oh Nirvana
la polizia e i cani poliziotto
Nirvana, oh Nirvana
mattina infinita
Nirvana, oh Nirvana
ballo del sabato sera in un angolo
Nirvana, oh Nirvana
oh, faccia al muro
Nirvana, oh Nirvana
hai interpretato un patetico Nirvana, oh Nirvana
non merita pietà
Nirvana, oh Nirvana
perisci, non c’è niente da aspettare
Nirvana, oh Nirvana
hai interpretato il suo ruolo pietoso
Nirvana, oh Nirvana
cancella, non c’è niente da aspettare
Nirvana, oh Nirvana
oh, faccia al muro!

Fuori, intanto, per le strade di Budapest continuavano incessanti le sirene della polizia. Non si capiva se avessero tanti interventi da fare o se le attivassero così, per far sentire la loro presenza. La città era piena di cartelli luminosi che attaccavano il leader dell’opposizione, esponenti della comunità europea o il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj.

Pochi giorni fa le autorità giudiziarie ungheresi in mezz’ora hanno condannato a otto anni di carcere Maja T., l’attivista di nazionalità tedesca e parte del gruppo di antifascisti accusati di aver preso parte agli scontri avvenuti nel giorno dell’Onore del 2023 contro i manifestanti filonazisti che partecipavano alle parate per celebrare gli “eroi” tedeschi delle SS e dei loro alleati ungheresi impegnati a contrastare l’avanzata dell’Armata rossa.

In Italia c’è un governo che plaude alla cosiddetta democratura messa in piedi dal capo del governo ungherese, e che ha approvato una serie di misure definite “di sicurezza”, ma che inesorabilmente stanno demolendo il diritto al dissenso. Il sistema della democrazia partecipata indiretta attraverso i social media si sta rivelando un infallibile sistema di controllo delle opinioni. La somma di paura e individualismo produce soprattutto indifferenza, sottrazione e inconsapevolezza.

Per tutti questi motivi era importante venire a questa cerimonia. Non si sa se l’opera di Tarr Béla e dei suoi accoliti ci abbia reso più forti o più fragili. Di sicuro ha cercato di renderci meno vili.

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