×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Viaggio senza fine sulla rotta dei Balcani

Trieste, 21 luglio 2020. Migranti pachistani si riposano nell’ex area portuale di Trieste. (Michele Lapini)

Questo articolo è stato pubblicato in inglese sul sito dell’agenzia The New Humanitarian.

Molti richiedenti asilo hanno raccontato di essere stati respinti dall’Italia in Slovenia, poi in Croazia, un altro paese che fa parte dell’Unione europea. A loro volta le autorità croate, accusate di abusi sistematici, li hanno espulsi in Bosnia Erzegovina, fuori dell’Unione.

“Di solito nel giro di un paio di giorni una persona scompare dall’Italia e riappare in Bosnia”, racconta Gianfranco Schiavone, dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), una ong italiana che dà assistenza legale ai migranti e ai richiedenti asilo. Per le ong i respingimenti delle autorità italiane sono illegali, perché impediscono di presentare richiesta d’asilo in Italia e così i migranti sono espulsi dall’Unione europea senza un procedimento corretto.

I Balcani sono un passaggio obbligato nella rotta migratoria che dalla Turchia e dalla Grecia porta all’Europa settentrionale e occidentale. Secondo l’organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), circa ventiduemila richiedenti asilo e migranti si trovano bloccati nei Balcani.

Le accuse di illegalità rivolte all’Italia arrivano in un momento di forte preoccupazione per i respingimenti irregolari e spesso violenti dei migranti ai confini dell’Unione, soprattutto in Grecia e Croazia, denunciati dalle ong e dalla Commissione europea.

I respingimenti violano le leggi europee e sono proibiti dalla Convenzione europea per i diritti dell’uomo. A luglio la ministra dell’interno Luciana Lamorgese aveva indirizzato una lettera al parlamento italiano in cui sottolineava che i trasferimenti dei migranti facevano parte di un accordo tra Italia e Slovenia e rispettavano la legge, perché la Slovenia è un paese dell’Unione europea. In seguito Lamorgese ha fatto marcia indietro dichiarando che solo le persone senza documenti in regola, e non i richiedenti asilo, vengono riportati in Slovenia.

Alla fine di ottobre il governatore del Friuli Venezia Giulia, la regione italiana che confina con la Slovenia, ha dichiarato che nel 2020 le persone riportate in Slovenia sono state 1.321. Tra gennaio e settembre del 2019, secondo il ministero dell’interno, erano state solo 250. Vista la rapidità dei trasferimenti le ong escludono che le autorità italiane completino alla frontiera le procedure per determinare se i migranti abbiano diritto a una protezione internazionale.

“Secondo la legge europea la polizia deve accettare le richieste d’asilo presentate alla frontiera”, spiega Schiavone.

I respingimenti non sono una novità, ma si sono intensificati con l’aumento degli arrivi in Friuli Venezia Giulia dei migranti provenienti dalla Slovenia alla fine della prima ondata della pandemia di covid-19. Il governo italiano ha stanziato più militari al confine con la Slovenia per “combattere l’immigrazione irregolare”.

Impronte digitali
Nei primi dieci mesi del 2020 le autorità del Friuli Venezia Giulia hanno registrato 4.500 migranti. Nello stesso periodo le persone arrivate in Italia via mare sono state quasi 28mila. In realtà è difficile scoprire con precisione quanti migranti entrino in Italia dalla Slovenia, perché i funzionari locali e le organizzazioni internazionali non pubblicano regolarmente dati completi sugli arrivi via terra. Inoltre le persone che attraversano il confine sfuggono spesso alle autorità per evitare di essere riportate indietro o di farsi prendere le impronte digitali, subendo l’applicazione del protocollo di Dublino, in base al quale devono presentare la domanda d’asilo nel primo paese europeo in cui arrivano.

Gran parte dell’attività migratoria interessa Trieste, a pochi chilometri dal confine sloveno, e le campagne circostanti. Trieste è un punto di transito molto importante, e per molti migranti e richiedenti asilo rappresenta un momento di sollievo dopo un viaggio difficile e pericoloso tra le montagne dei Balcani. Chi riesce ad arrivare senza essere respinto è spesso in cattive condizioni di salute ma trova poco sostegno da parte delle autorità locali. “I servizi e l’accoglienza riservati alle persone che arrivano qui non sono assolutamente all’altezza. Bisognerebbe fare molto di più”, ha dichiarato lo scorso ottobre Chiara Cardoletti, rappresentante per l’Italia dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, dopo una vista a Trieste. “Il coronavirus sta complicando la situazione”, ha aggiunto Cardoletti.

Trenta persone circondate da vecchie scarpe per bambini, cataste di vestiti consunti, materassi di gomma coperti di muffa e zaini lacerati

I migranti hanno soprannominato il viaggio nei Balcani “il gioco”, perché per raggiungere l’Italia devono provare e riprovare ad attraversare diversi confini, affrontando regolarmente respingimenti e violenze. Per molti il gioco finisce sotto gli archi di un edificio abbandonato nei pressi della stazione di Trieste. Quando a ottobre siamo stati lì, all’interno risuonava un’eco di voci. Trenta persone (arrivate da poco dalla Slovenia) si erano rifugiate nella struttura durante una mattinata piovosa, circondate da vecchie scarpe per bambini, cataste di vestiti consunti, materassi di gomma coperti di muffa e zaini lacerati. Erano quasi tutti adolescenti, al massimo poco più che ventenni, arrivati dal Pakistan o dall’Afghanistan. Come altri prima di loro, riposavano un paio di giorni prima di continuare il viaggio verso Milano, la Francia o altre destinazioni in Europa.

Dopo aver raggiunto la Grecia dalla Turchia, tutti erano stati costretti a fermarsi a Bihać, un piccolo centro della Bosnia Erzegovina nei pressi del confine croato, dove spesso i migranti restano bloccati tentando di entrare nell’Unione europea. Quando finalmente erano riusciti ad attraversare il confine ci hanno messo una ventina di giorni a superare le montagne croate e slovene e a entrare in Italia. Molti avevano pagato migliaia di dollari ai trafficanti per essere accompagnati lungo il percorso; alcuni erano rimasti senza mangiare per giorni ed erano stati costretti a bere acqua piovana. Molte delle persone nell’edificio abbandonato riuscivano a malapena a camminare.

Umar, vent’anni, pachistano, che ci ha chiesto di non scrivere il suo vero nome, ha raccontato di aver provato ad attraversare i Balcani nove volte prima di arrivare a Trieste, e che già a maggio era riuscito a entrare in Italia. “La polizia ci ha fermati e ci ha messo in una tenda mimetica insieme a molte altre persone”, ha detto Umar. “Hanno preso le nostre impronte digitali. Ho spiegato alla polizia che saremmo rimasti in Italia. Gli abbiamo mostrato le ferite ai piedi, ma ci hanno detto che dovevamo tornare indietro”. Umar ha raccontato che il mattino dopo le autorità italiane lo hanno consegnato alla polizia slovena, che a sua volta ha affidato il gruppo in cui si trovava alla polizia croata, che li ha caricati su un furgone e lasciati oltre il confine con la Bosnia. “Non c’era aria dentro il furgone, faceva caldissimo”.

Terzo tentativo
Umar voleva continuare il viaggio fino a Udine, 65 chilometri da Trieste, per fare richiesta d’asilo. Aveva paura di presentarla alle autorità triestine, perché era convinto che Trieste fosse troppo vicina al confine e che potessero riportarlo un’altra volta in Slovenia.

Molti dei migranti che abbiamo trovato a Trieste avevano alle spalle storie simili a quella di Umar. Anche loro avevano già raggiunto l’Italia ed erano stati riportati indietro fino in Bosnia Erzegovina. Muhammed, 21 anni, pachistano, ha raccontato di essere arrivato in Italia al terzo tentativo e di essere stato portato nella stessa tenda di Umar. “C’era un traduttore che ci ha detto ‘voi ragazzi resterete in Italia’. Invece ci hanno riportati indietro. Arrivati in Croazia dei poliziotti ci hanno presi a calci e pugni, ci hanno rubato i soldi e ci hanno lasciato oltre il confine con la Bosnia”.

Al quarto tentativo Muhammed è entrato di nuovo in Italia e ha presentato la richiesta d’asilo a Trieste.

A Schiavone i respingimenti dall’Italia alla Slovenia sembrano indiscriminati. “Hanno respinto tutti, a prescindere dalla nazionalità. Afgani, siriani, iracheni, persone che avevano chiaramente bisogno di protezione”. Schiavone è convinto che le procedure siano state costantemente ignorate e che i migranti non abbiano avuto la possibilità di chiedere asilo prima di essere riportati in Slovenia.

Un portavoce della polizia di frontiera di Gorizia, altra città della regione, ha inoltrato a The New Humanitarian una dichiarazione in cui sostiene che il dipartimento operi nel pieno rispetto delle direttive del ministero dell’interno, e che le persone appartenenti a “categorie protette come i bambini non accompagnati e le donne incinte, o chiunque abbia bisogno di assistenza medica” sono escluse dai trasferimenti. “Per garantire i diritti dei migranti i colloqui si svolgono alla presenza di un interprete e vengono distribuiti volantini in diverse lingue”, ha aggiunto il portavoce.

I richiedenti asilo di Trieste hanno raccontato a The New Humanitarian che le autorità gli hanno preso le impronte digitali e gli hanno consegnato un foglio di carta prima di riportarli in Slovenia. “È diventata un’operazione sistematica”, sottolinea Marco Albanese, supervisore in un centro d’accoglienza in Italia vicino al confine sloveno. “Respingono persone che non riescono nemmeno a camminare”. I migranti intercettati che non sono respinti trascorrono un periodo di quarantena in un accampamento situato nella campagna friulana, prima di essere trasferiti in un centro di accoglienza. Altri riescono a fuggire. A fornire i servizi basilari ai richiedenti asilo e ai migranti non registrati dal sistema ufficiale sono soprattutto le organizzazioni di volontari.

Gli abusi della polizia croata
La piazza della stazione di Trieste si riempie di stranieri intorno alle sei del pomeriggio. La sera in cui ci siamo passati noi c’erano circa quaranta persone divise in piccoli gruppi. Molte non avevano scarpe. I piedi erano gonfi e coperti di vesciche e tagli. I volontari servivano pasti caldi e consegnavano vestiti pesanti. Giovani medici e infermieri dell’associazione Strada Si.Cura controllavano la temperatura, facevano gli esami medici di base e prestavano le cure più urgenti.

Sharif, 16 anni, afgano, a cui abbiamo cambiato il nome per proteggerne l’identità, aspettava in fila per farsi curare una vescica infetta nel piede. Ha passato due anni in Bosnia Erzegovina ed è stato respinto sedici volte prima di raggiungere Trieste. Come quasi tutti gli altri, anche lui ha subìto gli abusi della polizia croata. Ha detto di essere stato spogliato, bastonato e abbandonato nei pressi del confine con la Bosnia. Molti migranti nella piazza hanno rivolto un pensiero ai compagni di viaggio che non ce l’hanno fatta a raggiungere l’Italia e sono ancora bloccati nei Balcani. “Nel nostro gruppo c’erano ottanta persone”, ha spiegato Sami, 23 anni, pachistano. “Molte hanno avuto gravi problemi fisici e sono rimaste nei boschi della Croazia o della Slovenia perché il percorso era troppo difficile”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 1387 di Internazionale. L’originale era apparso in inglese sul sito dell’agenzia The New Humanitarian. La traduzione in italiano è a cura di Internazionale, The New Humanitarian non è responsabile della sua accuratezza.

pubblicità