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L’esposizione costante alla guerra sta ridefinendo l’empatia

La mostra Gaza through their eyes al museo Thyssen-Bornemisza. Madrid, 23 settembre 2025 (Alejandro Martinez Velez, Europa Press/Getty Images)

Dentro di me piango e ho il cuore spezzato, ma non riesco a versare lacrime.
Il culmine della tragedia è perdere la capacità di piangere.
Perfino le voci dentro di me sono soffocate, perché le parole perdono significato davanti alle immagini di morte che ci circondano da ogni direzione.
Non resta nulla. Tutto è andato perduto.
Non sto bene. Per niente”.

Sono le parole di Sondos Arafat, una palestinese di trent’anni che scrive poesie per dare un senso alla sofferenza che la circonda. In uno dei suoi testi descrive una vita segnata da perdite incessanti, dall’uccisione del suo insegnante alla distruzione della sua casa. Dice che mentre scrive sente un dolore che trasforma in parole, come per dimostrare al mondo che è ancora viva.

Ma per gran parte del mondo che osserva da lontano, la violenza che colpisce tutta l’Asia occidentale – dalla Palestina all’Iran, dallo Yemen, al Sudan e alla Siria – spesso appare come un flusso di numeri: bilanci delle vittime, conteggi dei morti e notifiche di ultime notizie. I massacri, un tempo racconti di vite individuali, sono trattati sempre più spesso come statistiche invece che come tragedie umane.

Per molte persone in tutto il mondo le immagini di quella violenza sono sconvolgenti . I video e le foto di luoghi come Gaza, che circolano ampiamente online, spezzano il cuore, provocano ansia e lasciano molti con un senso di impotenza. Eppure la distanza, sia fisica sia digitale, consente anche un certo grado di distacco. Quando il flusso di violenza si fa travolgente, ci si può allontanare dagli schermi, silenziare alcune parole o distogliere l’attenzione.

Secondo gli esperti, questa esposizione costante sta modificando il modo in cui le persone elaborano la sofferenza: molti sperimentano quello che gli psicologi descrivono come un processo di desensibilizzazione, talvolta definito anche “anestesia psichica” o “stanchezza da compassione”.

Yaqeen Sikandar, psicologo specializzato in trauma e tecniche cognitivo-comportamentali che vive in Turchia, afferma che questa reazione non indica una mancanza di empatia, ma dimostra semplicemente che la mente umana ha dei limiti: “Quando l’entità della perdita diventa troppo grande per essere elaborata emotivamente, il cervello trasforma la tragedia in qualcosa di quantificabile”.

A suo parere, gli esseri umani non sono fatti per assistere in tempo reale a perdite di questa portata. “Oggi vediamo morte e distruzione in un flusso infinito di video e didascalie, ma senza i rituali o lo spazio necessari per elaborare il lutto”, spiega.

Il risultato è un netto contrasto tra chi vive la violenza e chi la osserva da lontano. Per chi assiste alle guerre dall’esterno, la sofferenza si mostra solo nella forma di immagini fugaci su uno schermo, qualcosa che si può scorrere passando oltre.

Ma per chi, come Arafat, vive la guerra a casa sua, ogni giorno significa paura, perdita e incertezza. “Dietro ogni numero, c’è un intero mondo che è stato demolito”, dice Arafat. “Le foto di famiglia, le conversazioni, le risate, i sogni: l’intera famiglia è morta sotto le macerie”. Gli esseri umani nelle guerre, dice, non sono numeri da contare. “Siamo un padre, una madre, un figlio, una figlia, un nipote, una nipote, un amico, un amante e una famiglia”.

L’antropologa iraniana Narges Bajoghli scrive che questa situazione è il risultato di decenni di “guerre infinite”: “Siamo arrivati a un punto in cui la distruzione della capitale di un grande paese (Teheran) non è più percepita come qualcosa di sconvolgente”. Mentre prosegue l’intervento di Stati Uniti e Israele nel suo paese, Bajoghli scrive che la distruzione di Teheran, dove vivono milioni di famiglie, studenti, lavoratori e bambini, è “raccontata come se fosse il meteo”. Chiede alle persone di rifletterci su. “Perché questo è ciò che siamo diventati”.

Nella sua poesia Arafat si chiede: “Finirò per diventare un testo da leggere?”. Dice che è diventata una delle sue più grandi paure. Definisce i bombardamenti, il terrore, la fame, il freddo e la perdita un elenco infinito di sofferenze. “Non biasimo le persone per la loro stanchezza, ma le biasimo se si arrendono e si abituano alla vista del nostro sangue che scorre!”, afferma.

È noto quanto i social media contribuiscano a desensibilizzare rispetto alla guerra esponendo gli utenti a un flusso costante di immagini violente. L’esposizione ripetuta, guidata dagli algoritmi, può farci abituare alle scene di violenza, diminuendo col tempo la risposta emotiva e l’empatia. Mentre qualcuno diventa emotivamente insensibile o esausto a causa della quantità di contenuti tragici, altri sperimentano ansia, paura o traumi secondari dovuti alla ripetuta esposizione alla violenza online.

Vittime ridotte a numeri

Sanjeev Jain, psichiatra del National institute of mental health and neuro sciences (Nimhans) di Bangalore, in India, aggiunge che le società possono gradualmente assuefarsi alla violenza quando la morte viene separata dal suo contesto umano.

Richiamandosi alla filosofa Hannah Arendt e alla sua idea della “banalità del male”, spiega che le atrocità avvengono non solo per odio, ma anche attraverso ordinari processi burocratici in cui gli individui si limitano a eseguire ordini. Con il passare del tempo, questo può trasformare la sofferenza umana in un dettaglio amministrativo e ridurre le vittime a statistiche. “Quando uccidere diventa una routine, semplicemente un’altra procedura da seguire, la scala della violenza può espandersi in modo drammatico”, afferma Jain.

Secondo lo psichiatra, le gerarchie globali influenzano anche l’empatia: mentre i morti in occidente sono spesso raccontati attraverso storie personali, in gran parte del mondo non occidentale le vittime sono ridotte a “numeri”.

Jain avverte che l’esposizione ripetuta alla violenza e il modo in cui oggi viene raccontata possono approfondire ulteriormente questo distacco, arrivando a ridefinire il modo in cui le società pensano all’empatia e alla moralità. “Le persone imparano per imitazione”, afferma. “Quando vedono la violenza normalizzata su larga scala, cominciano a considerarla accettabile”.

La psicologa clinica Zoya Mir, che ha lavorato con persone colpite da decenni di violenza durante il conflitto in Kashmir, afferma che l’esposizione ripetuta a immagini traumatiche può gradualmente modificare il modo in cui le persone elaborano emotivamente la sofferenza.

Attingendo dalla sua esperienza, Mir spiega che il cervello umano sviluppa meccanismi di protezione quando si è esposti a una sofferenza travolgente per lunghi periodi. “Non è che l’empatia scompaia, ma il cervello comincia ad attenuare l’intensità emotiva come un modo per proteggersi”, spiega.

“Restare informati non richiede un’esposizione costante. Scegliere quando e come confrontarsi con notizie angoscianti è una forma di cura di sé”, afferma Mir, aggiungendo che prendersi delle pause dai contenuti espliciti, parlare delle emozioni difficili con altre persone e trovare piccoli modi per dare un contributo o esprimere solidarietà può aiutare a mantenere l’empatia senza diventare emotivamente insensibili. “Il cervello ha bisogno di pause per elaborare il lutto, altrimenti tende a una chiusura emotiva”, dice.

Un fattore importante potrebbero essere gli algoritmi, che stanno ridefinendo sia il modo in cui le guerre sono combattute sia il modo in cui sono percepite, trasformando realtà umane complesse in processi tecnici guidati dai dati.

I sistemi di selezione dei bersagli basati sull’intelligenza artificiale e su tecnologie di comando a distanza, come quelle usate con i droni, possono rendere più rapide e meccaniche scelte sulla vita o sulla morte, creando spesso una distanza psicologica tra gli operatori e la violenza sul terreno e riducendo le persone a schemi o “bersagli”.

Allo stesso tempo, l’esperto di diritti digitali Apar Gupta osserva che gli algoritmi dei social media influiscono sulla comprensione della guerra, amplificando contenuti emotivamente carichi o virali e privilegiando spesso video sconvolgenti invece di notizie più lente e contestualizzate.

Funzionalità come lo scroll infinito possono inoltre contribuire a quella che viene definita “dissolvenza della compassione”, in cui l’esposizione ripetuta a immagini angoscianti porta a un esaurimento emotivo e al disimpegno.

Gupta ricorda però che, pur essendo chiamate a ridurre i danni, le piattaforme dovrebbero evitare di rimuovere indiscriminatamente il materiale esplicito, avvertendo che “la rimozione automatizzata di contenuti espliciti può finire per cancellare materiali che potrebbero aiutare a dimostrare gravi crimini”.

Dalla guerra ai meme

L’attivista filopalestinese Shrishti Khanna, che posta regolarmente foto e video informativi sulla guerra in corso in Palestina, osserva uno schema simile nel modo in cui gli utenti dei social media reagiscono ai conflitti, nel suo caso, in particolare ai contenuti legati alla Palestina.

Il coinvolgimento, dice, spesso comincia con orrore e indignazione, ma poi lascia gradualmente spazio alla stanchezza, perché le persone faticano a elaborare la portata della violenza.

Khanna afferma che i social media sono progettati per intensificare questo effetto anestetico perché le immagini della guerra compaiono accanto a meme, pubblicità e contenuti di intrattenimento in uno scorrimento continuo, costringendo gli utenti a cambiare registro emotivo nel giro di pochi secondi. Il passaggio dalla guerra ai meme o ad altri tipi di post avviene molto rapidamente.

Bastano poche ricerche su tutorial di cucina, reel di viaggi o video divertenti di animali perché l’intero flusso di contenuti si trasformi gradualmente, spingendo le immagini della guerra sempre più in basso.

In questo modo, sostiene Khanna, gli algoritmi finiscono per plasmare la stessa attenzione morale: “L’empatia è legata alla viralità” e quando la violenza viene consumata come un contenuto tra tanti “l’urgenza scompare e la pressione costante svanisce”.

Per chi vive la violenza in prima persona, però, non esistono pause né scorciatoie algoritmiche. Secondo Dana Flaifl, un’altra palestinese che vive a Gaza, per le persone della sua comunità non esiste alcuna distanza dalla violenza né la possibilità di prendersi una pausa.

La vita quotidiana, spiega, è segnata da una paura costante, dalla perdita e dall’esaurimento: lunghe file per l’acqua o gli aiuti, la vita nelle tende, il rumore dei bombardamenti e l’ansia che la morte possa arrivare da un momento all’altro.

In un ambiente così implacabile molte persone restano intrappolate in cicli di dolore, incubi e un profondo senso di disperazione che prosciugano lentamente la loro forza emotiva, mentre il mondo si abitua alla loro sofferenza. “Questo è il dolore più grande”, dice, “che le nostre urla diventino notizie a cui solo pochi prestano attenzione, mentre gli altri non riescono nemmeno a sentirci”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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