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L’8 marzo delle donne con disabilità

AzmanJaka/Getty Images

Riflettere sui diritti delle donne con disabilità in Italia significa raccontare storie di vita individuale, percorsi di riflessione ed emancipazione personale. Vuol dire mostrare i modi in cui ognuna di noi contrasta la duplice discriminazione che ci colpisce, quella “abilista” – che ci penalizza in quanto portatrici di diversità ritenute fuori dalla “norma” (cioè dal modello medico), di cui sono vittime anche gli uomini disabili – e quella di genere. Ma vuol dire anche riflettere sulla soggettività politica delle donne disabili: siamo consapevoli della necessità di impegnarci nella difesa dei nostri diritti di donne e non solo di persone con disabilità?

Ecco perché è importante raccontare le storie di tre donne e di come sono riuscite a realizzare i loro obiettivi e contrastare le forme di discriminazione o violenza di cui sono state vittime.

Maternità oltre ogni ostacolo
Laura Coccia, 34 anni, ha una disabilità motoria ed è madre di un bambino di quattordici mesi.

Per una donna disabile la maternità è un percorso a ostacoli. Il primo: la mancanza di informazioni sulla coincidenza di condizione di disabilità e gravidanza: “È come se le donne con disabilità non è previsto che diventino madri”, spiega Coccia. Lei ha deciso di raccontare la sua esperienza sul suo profilo Facebook per essere d’aiuto anche ad altre donne. Dall’iniziativa è nata una rete virtuale di scambio di informazioni ed esperienze. Allo scambio partecipano donne con e senza disabilità, generando così un percorso assolutamente inclusivo.

Il secondo ostacolo: i pregiudizi delle persone “abili”. “La difficoltà maggiore è stata far capire che io ero incinta e non ero improvvisamente ingrassata. La nostra società non è proprio pronta a capire che una persona disabile possa essere madre”. Per esempio, molti prodotti e ausili per l’infanzia sono solo a misura di genitori “abili”. “Non esistono fasciatoi o passeggini adatti a mamme disabili”, sottolinea Laura che è stata anche più volte convocata dalla Commissione pari opportunità del comune di Roma per un confronto in materia di sostegno alle mamme con disabilità. “Io sono a disposizione a titolo assolutamente gratuito per dare idee, supporto e qualsiasi tipo di aiuto”, specifica. “Metto la mia esperienza al servizio delle persone, ma anche delle istituzioni qualora le istituzioni ne sentissero la necessità”.

Dove nasce questo pregiudizio? Molti pensano che una donna disabile, e quindi non autosufficiente, non abbia abbastanza risorse per prendersi cura di un altro essere umano. Ma, soprattutto, non si pensa che possa diventare madre, perché è considerata un essere asessuato. È la sessualità la dimensione che le viene proibita, la negazione della maternità viene di conseguenza. Questo spiega l’inaccessibilità dei servizi di ginecologia e ostetricia. “Servirebbero delle strutture, anche ospedaliere, per donne disabili”, spiega Laura Coccia. “Per una donna con una disabilità come la mia, per esempio, mettersi su un lettino ginecologico che non si alza e non si abbassa è già complicato senza la pancia. Al nono mese di gravidanza mi dovevano tirare su in due”.

I dati in proposito scarseggiano ma un’indagine effettuata dal coordinamento del Gruppo donne dell’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare (Uildm) ha evidenziato come nella maggior parte dei casi gli ambulatori siano sprovvisti degli ausili di base, per esempio un lettino elettrico e un sollevatore.

Viaggi senza confini
Giulia Lamarca, laureata in psicologia, è una formatrice aziendale e una travel blogger. Diventata donna con disabilità nel 2011 in seguito a un incidente stradale, ha dovuto riorganizzare la propria vita e ripensare al suo futuro professionale. “Porto nelle aziende concetti psicologici comprensibili a tutti, miro allo sviluppo delle soft skills e di tutte le competenze relazionali. Inoltre faccio formazione sull’accessibilità, soprattutto alle aziende del settore turistico”.

Essere una travel blogger l’ha portata a viaggiare in tutto il mondo insieme al marito. “Nella pratica mi occupo di raccontare i luoghi, farli conoscere e verificarne la loro accessibilità.”. Ma questo progetto professionale è stato bruscamente interrotto dalla pandemia: “Non poter viaggiare è davvero brutto. È uno stop a tutti i nostri progetti e idee sul futuro. Stiamo cercando soluzioni e alternative per ripartire”.

Giulia è una delle poche lavoratrici con disabilità: a fronte di un’occupazione pari al 31,3 per cento della forza lavoro disabile, contro il 57,8 per cento della restante popolazione, a lavorare è una donna su quattro contro un uomo su tre.

Indifese
“Marta (nome di fantasia), mia figlia, è una persona con sindrome di Down che lavora in una cooperativa a Padova”, racconta Renata Trevisan. “Aveva poco più di vent’anni quando è stata aggredita. Un giorno, tornando a casa dopo il lavoro, è stata seguita da un uomo che l’ha mesa in un angolo e ha cercato di toglierle i pantaloni. Per fortuna è riuscita a a scappare ma, una volta arrivata a casa, non mi ha raccontato niente. Alcuni giorni più tardi un’educatrice della cooperativa in cui lavora l’ha sentita raccontare l’accaduto a una collega. Mi ha subito avvisata, così sono riuscita a farmi raccontare tutto da mia figlia. Siamo andate a denunciare ai carabinieri e quando Marta ha finito di deporre ho capito che si era finalmente liberata di un peso enorme”, spiega.

Le donne con disabilità sono ritenute prede facili perché probabilmente considerate più indifese, avendo maggiori difficoltà a sottrarsi alla violenza a causa di limitazioni fisiche o strumenti insufficienti per comprendere immediatamente il significato di quello che sta succedendo.

Le statistiche sono chiare: il 36 per cento di loro ha subìto violenze fisiche o sessuali a fronte del 30 per cento delle donne “abili” e si stima che il rischio di subire stupri o tentativi di stupro sia più del doppio.

Nel 2016 il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità ha richiamato l’Italia per inadempienze rispetto al fenomeno della violenza contro le donne disabili. Più recentemente è stato pubblicato un rapporto di valutazione che contiene una serie di raccomandazioni rivolte alle autorità italiane per migliorare le politiche contro la violenza e la discriminazione multipla nei loro confronti.

Eppure, come riflette Simona Lancioni, responsabile del centro Informare un’H, le donne con disabilità sono più competenti nel riconoscere e contrastare la discriminazione “abilista” che quella di genere. Forse perché, se a livello teorico la riflessione femminista sta cominciando ad abbracciare anche la prospettiva delle donne con disabilità, nell’azione politica questa intersezione si è generata molto raramente. E poi perché probabilmente le donne disabili sono poco abituate (e forse interessate) a leggere quanto succede loro in una prospettiva di genere. Ma questa mancanza di consapevolezza e interesse diminuisce il loro potere di determinare la propria vita.

Non ci si può aspettare che qualcun altro si impegni a migliorare la nostra condizione se non siamo noi per prime a farlo.

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