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Che fine ha fatto Elly Schlein?

Roma, 7 febbraio 2024. Elly Schlein alla protesta organizzata dal Pd per la libertà di stampa davanti agli uffici della Rai. (Antonio Masiello, Getty Images)

Elly Schlein aveva cominciato bene. Poi si è persa. La dimensione politica della sua segreteria sembra ormai rassegnata alla polemica politica quotidiana e all’intervento sul tema del giorno, che lascia traccia sui mezzi di informazione, meno sulla realtà. E a quasi un anno dalla sua elezione alla segreteria del Partito democratico (Pd) – e soprattutto a pochi mesi dall’appuntamento con le elezioni europee del prossimo giugno – cosa sia il suo Pd ancora nessuno lo sa.

E dire che il suo arrivo alla guida del partito aveva rappresentato una grande novità nella storia del centrosinistra, non solo per essere Schlein la prima donna alla guida di quella formazione. Nel discorso pronunciato a febbraio del 2023, subito dopo la vittoria alle primarie, aveva parlato di povertà, di sfruttamento sul lavoro, e della necessità di porre un limite alla precarietà in cui molti italiani sono condannati a vivere. Insomma, prima ancora di scagliarsi contro l’estrema destra che pochi mesi prima aveva vinto le elezioni, Schlein aveva cominciato a costruire una piattaforma politica reintroducendo temi decisamente poco frequentati da un centrosinistra da anni ormai indistinguibile dal campo liberale.

La sua vittoria aveva dato anche una forte scossa a un partito di burocrati, rassegnato alle sconfitte, e che negli ultimi dieci anni si era garantito la sopravvivenza identificando se stesso con il potere in modo programmatico, si direbbe quasi ideologico, tanto da aver governato con chiunque, da Forza Italia alla Lega, al Movimento 5 stelle. E questa scossa Schlein l’aveva data anche a costo di caratterizzare la propria candidatura alla segreteria con venature schiettamente populiste, sottolineando il suo essere estranea alle logiche di partito e di palazzo. Una outsider, insomma, in grado di poter dire: “Non ci hanno visti arrivare”. Frase con cui ha voluto dare di sé un’immagine speculare a quella della sua avversaria Giorgia Meloni, che si era definita un’underdog in grado di stravolgere tutti i pronostici.

D’altra parte, i suoi oppositori interni al Pd, la destra, ma spesso anche i mezzi d’informazione, l’hanno attaccata più volte proprio sul terreno di una sua presunta inesperienza. Non di rado è stata oggetto anche di affermazioni denigratorie. E in qualche caso i toni sono stati vergognosi, com’è successo quando l’hanno attaccata perché donna, per il suo orientamento sessuale, per il suo essere cosmopolita e multiculturale, e perfino perché una parte della sua famiglia è di origine ebrea ashkenazita. Solo in un mondo soffocato da una crisi culturale devastante questi tratti di Schlein potevano essere considerati come debolezze. Le debolezze vere si sono manifestate altrove.

Dopo la grave sconfitta del Pd alle ultime elezioni politiche, l’arrivo di Schlein al Pd, scriveva Ezio Mauro nel marzo scorso, “ha risolto il problema capitale del primus vivere”, ma “adesso bisogna inventare una filosofia del nostro tempo, in grado di risolvere l’incertezza del paese e perfino governarla”. Tuttavia, il Pd fin dalla sua nascita non è mai stato in grado di fare qualcosa di simile. E non ne è stata capace neanche Elly Schlein nell’anno appena trascorso come segretaria, risucchiata da questioni perennemente irrisolte, e forse strutturalmente irrisolvibili per un partito come il Pd. Per esempio quella delle alleanze e del rapporto con il Movimento 5 stelle guidato da Giuseppe Conte, che forse – con la fondata prospettiva di dover restare all’opposizione per alcuni anni – con un po’ di pragmatismo politico sarebbe da considerare semplicemente una non questione, almeno per ora. O quanto meno non una questione dalla quale farsi consumare. E poi ci sono stati gli scontri interni, soprattutto con l’area cattolica e post democristiana. Il dissidio dei moderati si è manifestato anche con la minaccia, e in qualche caso la messa in atto, di scissioni e di abbandoni del partito, erodendo la leadership e la capacità di azione politica di Schlein. E va detto che per il Pd non è una novità.

A peggiorare il quadro, in questi mesi ci sono stati anche numerosi errori di comunicazione. E anche il linguaggio scelto per comunicare non è sempre sembrato efficace, tradendo spesso l’impossibilità di costruire un orizzonte politico. Tra i tanti, lo ha fatto notare anche Paolo Mieli, secondo cui mentre Schlein appare capace nella polemica quotidiana contro la destra, non può che scivolare “nei gorghi di nebbiose fumisterie che le consentono di affrontare in qualche modo l’imbarazzante situazione in cui viene a trovarsi chi deve pronunciare dei chiari ‘sì’ o dei netti ‘no’. Cosa per lei al momento impossibile”, per esempio quando si tratta di rispondere sullo stato dei rapporti con le altre opposizioni.

In questa condizione, sono bastati pochi mesi perché attorno a lei si spegnesse l’entusiasmo che l’aveva portata a vincere le primarie, ed emergesse una certa mancanza di idee, o quanto meno l’incapacità di trasformarle in azione politica. Salvo alcune eccezioni come nel caso del dialogo con Giorgia Meloni sul cessate il fuoco a Gaza. Le difficoltà invece si sono fatte sempre più grandi, sia dentro un partito in cui molti sembrano convinti che il tempo di Schlein stia ormai per scadere, sia all’esterno, e in particolare nel difficile rapporto con Conte. A tanto si è arrivati un po’ per responsabilità della stessa Schlein, un po’ per le vischiosità di un Pd sempre più irriformabile e della sua vecchia classe dirigente. In questa impasse, anche la sua capacità polemica ha finito per appassire. Faticando “a trovare un proprio codice e una visione diversa da proporre agli elettori”, ha infatti osservato Lilli Gruber, Schlein ha finito per limitarsi “per lo più a reagire – spesso in ritardo – alle azioni di Meloni e del suo governo”.

Così, impegnata a rispondere alle polemiche quotidiane, la segretaria del Pd non ha ancora risposto a delle questioni centrali. Cosa sia il Pd ancora oggi nessuno lo sa, né quali interessi intenda rappresentare, e per fare che cosa. Queste domande aspettano delle risposte, e le attendono a maggior ragione ora, con le elezioni europee ormai in vista. Si voterà il prossimo giugno, e mai come questa volta l’appuntamento con il voto europeo, se si confermerà l’avanzata delle destre estreme e neofasciste, sembra destinato a cambiare il destino dell’Unione europea, insieme a quello dei singoli stati che la compongono.

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