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L’assemblea del gruppo approva l’Italicum, ma il Pd è diviso

Il testo è passato con 190 sì su 310 componenti del gruppo. La minoranza, che aveva chiesto di inserire delle modifiche, ha abbandonato l’aula al momento del voto 

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Per Matteo Renzi l’Italicum è la madre di tutte le battaglie

Ci sono almeno tre livelli di scontro intorno all’approvazione della legge di riforma elettorale che prende il nome di Italicum. Il primo riguarda la tenuta del governo di Matteo Renzi. Quando avverte le prime difficoltà e i primi inciampi, il presidente del consiglio di solito dice: “su questo provvedimento ci metto la faccia”. O in alternativa: “se non passa questa riforma, è a rischio la tenuta del governo”.

Lo ha fatto anche sull’Italicum ma, a differenza di altre, questa sembra essere davvero la madre di tutte le battaglie. Non solo perché ottenendo l’approvazione della riforma il governo arginerebbe il vuoto che si è creato dopo la sentenza della corte costituzionale contro la precedente legge elettorale. Ma perché l’Italicum sembra essere, insieme alla riforma del senato, il compimento della politica renziana, molto più del Jobs act o della Buona scuola. Qualcosa di simile a quella che fu, sul piano ideale e non solo politico, la vittoria di Bettino Craxi sulla scala mobile.

Una legge che dà un forte premio di maggioranza al partito che esce vittorioso dalle urne, con il superamento del bicameralismo, consegnerebbe di fatto il controllo sul potere esecutivo e legislativo al partito del premier. E se questo partito è controllato come un corpo unico dal capo (come attualmente lo è il Pd), l’intera macchina politica viene consegnata nelle sue mani.

Tuttavia non c’è solo tattica politica dietro al desiderio di Renzi di far approvare l’Italicum così com’è, cioè una legge che gli garantirebbe una vittoria netta alle prossime elezioni. Ma, proprio perché il renzismo si nutre di una specifica visione dell’Italia e della sua amministrazione, da questa volontà emerge anche un fitto tracciato culturale. E qui arriviamo al secondo livello dello scontro, più profondo.

Il successo di Renzi è in parte il successo di un premier che ha dichiarato guerra ai “corpi intermedi”: siano essi politici, partitici, sindacali. Come se a impantanare il paese fosse innanzitutto una fitta selva di pesi e contrappesi, misure e contromisure, eredità della prima e seconda repubblica. Non solo la burocrazia: anche ogni forma di rappresentanza che sale dal basso verso l’alto.

Renzi mostra un certo fastidio per ogni forma di contrattazione, mediazione, confronto dialettico che gli impedisce una relazione diretta tra il governo e i cittadini. Dare a tutto ciò la cornice di un nuovo autoritarismo è sicuramente fuori luogo. Tuttavia c’è un punto in cui il decisionismo renziano rischia di avvitarsi su stesso, confondendo il piano delle regole: snellendo le forme della rappresentanza, il premier pensa davvero di poter stringere in un unico abbraccio tutto il paese, interpretando ogni suo segmento.

Con l’Italicum si vuole diluire la portata del corpo intermedio per eccellenza: il Parlamento. Il guaio è che, nella storia italiana, tutte le leggi elettorali approvate a colpi di maggioranza hanno provocato disastri politico elettorali. Proprio come nel caso della riforma elettorale realizzata in tutta fretta da Berlusconi prima delle elezioni del 2006.

C’è poi un terzo livello di scontro, tutto interno al Pd. Sull’Italicum le fibrillazioni sembrano essere molto maggiori di quanto non siano state sul Jobs act o su altri temi caldi degli ultimi mesi. La minoranza interna ha alzato più barricate del solito. Ma alla fine, Renzi ha ottenuto un consenso risicato nel voto dell’assemblea del Pd, non concedendo il minimo spazio a nessuna delle modifiche presentate dalle minoranze interne. Motivo per cui il capogruppo Roberto Speranza si è dimesso.

Oggi il Pd appare sicuramente come un partito spaccato. Tuttavia, ancora una volta, è difficile che questa spaccatura sia il preludio della nascita di un nuovo soggetto politico alla sua sinistra. Questo soggetto, probabilmente, non lo vuole nessuno dei maggiori esponenti della minoranza Pd, a cominciare dall’ex segretario Pier Luigi Bersani.

Nessuno lo vuole per almeno due motivi. Il primo è di natura storica: le formazioni alla sinistra del principale partito di centrosinistra, in Italia, hanno avuto sempre un destino minoritario. Oggi quello spazio si è ulteriormente ridotto e, per chi proviene da una formazione politica per cui era d’obbligo perseguire la creazione di percorsi maggioritari, è un esito inconcepibile.

Il secondo è legato alla contingenza. Il centrodestra sta franando, e Renzi riesce a intercettare buona parte dei voti lasciati liberi dai settori moderati del campo avverso. Che piaccia o meno, il renzismo occupa un nuovo centro. Così, chi esce dal Pd del premier avrà sempre accanto a sé un partito stabilmente sopra il 30 per cento. Magari solo più a destra.

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