×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

I braccianti di Rignano sono morti per colpa del caporalato

Un chiosco gestito da immigrati a Rignano Scalo, 2013. (Marco Valli, Cesura)

I due braccianti maliani morti nell’incendio del “gran ghetto” sorto tra Rignano e San Severo sono parenti stretti dei braccianti morti in questi anni nei campi di Puglia. Braccianti morti di fatica, di freddo, di caldo. Braccianti affogati nei vasconi di acqua irrigua dove si erano immersi per trovare refrigerio. Braccianti uccisi dai propri caporali per aver preteso, semplicemente, di essere pagati a fine giornata. Braccianti scomparsi, come i polacchi desaparecidos durante la raccolta del pomodoro una decina di anni fa. Braccianti stranieri, e braccianti italiane, come Paola Clemente, sulla cui morte, e la catena di responsabilità che ha portato alla sua morte, solo ora si comincia a fare chiarezza.

Basta questo rosario di morti, qui brevemente accennato, per comprendere quanto estesa sia stata in Puglia, e non solo in Puglia, non solo nel sud Italia, la rete del caporalato, unica forma di intermediazione di manodopera in alcuni importanti settori dell’agricoltura. Di questo intreccio tra arcaico e postmoderno, violenza da preriforma agraria e ultraflessibilità lavorativa, i ghetti sorti in Puglia, come in Campania, Calabria, Sicilia, e perfino in Piemonte, sono sempre stati la punta dell’iceberg: il luogo dove le braccia del nuovo lavoro agricolo globale vanno a dormire e mangiare in attesa di un nuovo ingaggio, o magari in attesa di niente, dal momento che la regola del lavoro dei campi (oltre alla presenza dei caporali) è la profonda discontinuità che lascia, oggi come ieri, i braccianti ai margini del ciclo produttivo, nella speranza di ottenere una serie accettabile di giornate di lavoro.

I due braccianti maliani sono morti negli stessi giorni in cui si stavano ultimando le operazioni di sgombero del gran ghetto, un agglomerato informale di tende, baracche, lamiere, che durante la raccolta del pomodoro raggiunge i duemila abitanti. Al momento dello sgombero c’erano più o meno 500 persone. Ma solo una minima parte di loro ha accettato di essere trasferita nel centro intitolato al grande eroe burkinabé Thomas Sankara, in cui si prova ad abbinare accoglienza dignitosa e ingaggi di lavoro regolari per chi ci vive.

La grande maggioranza ha preferito restare nel ghetto o ai suoi margini, o addirittura andare a ingrossare le file di chi vive in ghetti limitrofi, come quello di Borgo Mezzanone, poco più a sud. Ed è proprio in un tale contesto che è scoppiato (o forse, dovremmo dire, qualcuno ha appiccato) l’incendio propagato tra le ultime baracche abitate. Un incendio che, secondo quella parte di inquirenti che hanno immediatamente scartato le solite ipotesi riduzioniste, potrebbe essere doloso.

Fuori del ghetto non ci sono gli ingaggi dei caporali, quindi non c’è lavoro

Perché tutto questo? Perché sgomberare un ghetto, il più grande ghetto d’Italia, non vuol dire automaticamente far sorgere la legalità nel lavoro agricolo? Il motivo è semplice: il ghetto è la conseguenza, non la causa del caporalato. Quei braccianti che non volevano lasciare il ghetto hanno svolto un ragionamento altrettanto semplice quanto drammatico: fuori del ghetto non ci sono gli ingaggi dei caporali, quindi non c’è lavoro.

Per capire quanto esteso sia diventato il sistema abitativo-lavorativo dei ghetti, basta farsi un giro in provincia di Foggia. Ci si accorgerà che i ghetti di estensione medio-grande sono almeno cinque-sei. Altri ce ne sono nella Puglia meridionale e nella limitrofa Basilicata. E altri ancora nelle altre regioni. Più che in presenza di un solo grande ghetto da sgomberare siamo in presenza di un arcipelago ghetto esteso, stratificato, policentrico, funzionale a un determinato modo di condurre la raccolta agricola. Un arcipelago attraversato in un senso o nell’altro innanzitutto dai braccianti che seguono sul territorio regionale e nazionale le varie raccolte agricole, con il succedersi delle stagioni.

Allora, premesso che il degrado umano dei ghetti va comunque superato, va da sé che non basterà mai uno sgombero, né uno sgombero dopo un altro, per cancellare l’Arcipelago. Gli sgomberi insistono sulla conseguenza, non sulla causa. Serve aggredire il caporalato, e il contesto (la somma di contesti) che permette al caporalato di prosperare e di affermarsi come forma dittatoriale di intermediazione di manodopera.

Poco più di dieci anni fa, girando per la Puglia, esattamente in quei paesi ai cui margini i ghetti cominciavano a sorgere, era facile sentirsi dire da sindaci, assessori, associazioni di categoria, perfino da qualche rappresentante delle forze dell’ordine, che il caporalato non esisteva. Che questo, casomai, riguardava solo poche mele marce.

Il muro di gomma
Proprio da allora è cominciata la lotta contro il caporalato moderno. A dieci anni di distanza si può dire che abbiamo cominciato a vincere la battaglia culturale (nessuno oggi potrebbe più lasciarsi scappare una affermazione del genere, dopo una gran mole di libri, articoli, documentari sul fenomeno). Ma non è stata ancora vinta quella politica e sociale. Anzi, le misure regionali e nazionali varate contro il caporalato spesso si sono infrante contro un muro di gomma.

Ciò è avvenuto per almeno tre motivi. Il primo è che tale battaglia può essere condotta solo con l’accordo, il più esteso possibile, di tutte le parti sociali interessate. E invece le associazioni dei produttori continuano a frenare la piena attuazione della legge sul caporalato, sostenendo che danneggi i loro interessi, dal momento che determina eccessivi controlli sul territorio. Quando, invece, è proprio l’assenza di quei controlli ad aver traformato la piaga in estesa infezione.

Un immigrato a San Ferdinando di Rosarno, 2012.

Il secondo motivo riguarda la struttura stessa della filiera raccolta-trasformazione-distribuzione dei prodotti agricoli. Questa è, in massima parte, controllata dalla grande distribuzione organizzata (gdo) che serve poi le catene di supermercati e ipermercati, e che determina un abbassamento dei costi nella parte iniziale del processo. Se non si incide sull’organizzazione dell’intera filiera, il caporalato sarà sempre la risorsa ultima di quei produttori in crisi che si vedono o si dicono costretti a comprimere i costi.

Un bracciante sotto caporale viene pagato 3,50 euro a cassone, di cui 0,50 vanno al caporale, che in più prenderà cinque euro per il trasporto nei campi. Quindi, quando raccoglie dieci cassoni al giorno, e sono già tantissimi, dal momento che un cassone contiene tre quintali di pomodori, quel bracciante guadagna 25 euro, mentre il proprietario ha versato al caporale 35 euro. Il caporale guadagna quindi dieci euro; il proprietario ne risparmia più o meno 15 rispetto ai contratti provinciali in agricoltura. Ovviamente questo schema può cambiare leggermente a secondo dell’area agricola, ma sostanzialmente funziona così.

Il terzo motivo riguarda la fragilità dei braccianti stranieri. La dipendenza dal caporale è più forte laddove non si riesce a intravedere un’alternativa. Non solo un altro tipo di ingaggio, ma anche – più in generale – un altro tipo di cittadinanza. E questo non riguarda solo quei braccianti sprovvisti di un permesso di soggiorno, che rimangono ai margini della società italiana, e finiscono a ingrossare la popolazione dei ghetti appunto. Ma anche coloro che hanno ottenuto l’asilo o mantengono ancora un permesso di soggiorno per precedenti lavori o coloro che provenendo da paesi appartenenti all’Ue (Romania e Bulgaria, ieri Polonia) rimangono in Puglia alcuni mesi e poi ritornano a casa.

La parte settentrionale della provincia di Foggia, la stessa in cui sono sorti il gran ghetto e alcuni degli altri ghetti, è anche il cuore di una mafia potente

Tutti questi lavoratori, che secondo dati della Cgil d’estate raggiungono le diecimila unità nella sola provincia di Foggia, sono accomunati da una condizione comune: non hanno il diritto di voto. Benché siano la base del nostro sistema agricolo in uno dei suoi segmenti nevralgici, non sono cittadini a tutti gli effetti. Nessuno finora si è sognato di farli diventare tali. Farlo sembra utopia, eppure è come se una popolazione operaia pari a quella dei dipendenti dell’Ilva non avesse diritto di voto.

Visto sotto questa luce, lo spaccato della società globale che si è insediata nel Tavoliere è drammaticamente simile alla Puglia di oltre un secolo fa. La Puglia raccontata da Gaetano Salvemini, la Puglia precedente al suffragio in cui i braccianti – in una società rigidamente divisa in caste – erano ancora più fragili perché esclusi dal voto.

A questi tre aspetti del contesto, se ne aggiunge un quarto. La parte settentrionale della provincia di Foggia, la stessa in cui sono sorti il gran ghetto e alcuni degli altri ghetti, è anche il cuore di una mafia potente, violenta, ramificata sul territorio. Una mafia che è sempre stata mafia, anche quando è stata narrata come criminalità comune. Si legga, a tal proposito, il libro di Domenico Seccia, _La mafia innominabil__e_.

Anche se non ci fosse un collegamento diretto tra questa mafia (e gli ultimi episodi a essa riconducibili) e l’organizzazione del moderno caporalato, i due fenomeni sorgono e prosperano comunque nel medesimo territorio, spesso nelle medesime contrade. Così i due sistemi coesistono, e in alcuni casi si sono puntellati a vicenda, finendo per essere due facce dello stesso prisma, accanto ad altre facce.

pubblicità