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La crisi degli Stati Uniti è colpa degli anziani?

Palm Beach, Florida, 1985 (Slim Aarons, Hulton Archive/Getty Images)

La settimana scorsa il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo con questo titolo: “Il grande trasferimento di 110mila miliardi di dollari di ricchezza non avverrà nell’immediato futuro”. Il “grande trasferimento” si riferisce al momento in cui le persone più anziane passeranno i loro patrimoni alle generazioni successive. È un tema in cui s’intrecciano aspetti demografici, economici e politici, e che ha conseguenze profonde sul futuro degli Stati Uniti, anche sulla loro proiezione all’estero in un periodo di grandi stravolgimenti.

Secondo economisti e società finanziarie, il trasferimento sarà molto più lento e complesso del previsto.

Le due generazioni che detengono la maggior parte della ricchezza statunitense sono i baby boomer, che hanno tra i 61 e gli 80 anni, e le persone della generazione X, tra i 45 e i 61 anni. Secondo le stime, gli over 55 possiedono circa 110mila miliardi di dollari di patrimonio trasferibile. Solo nell’ultimo trimestre del 2025 i baby boomer hanno aumentato la loro ricchezza di almeno mille miliardi di dollari, più di qualsiasi altra fascia d’età.

Come mostra uno studio del Brookings Institution basato sui dati della Federal reserve, la cosiddetta bequeathable wealth – la ricchezza effettivamente trasmissibile agli eredi, al netto di pensioni e rendite non ereditabili – è salita dal 256 per cento del pil nel 1997 al 424 per cento nel 2021. Il 97 per cento di questo aumento deriva dall’arricchimento delle famiglie con capofamiglia sopra i 55 anni. Dato ancora più impressionante, circa il 75 per cento della crescita totale è concentrato nel 10 per cento più ricco degli over 55.

Figli e nipoti stanno scoprendo che quei patrimoni non saranno distribuiti rapidamente. Oggi i ricchi vivono più a lungo: secondo Raj Chetty, economista di Harvard, l’1 per cento degli americani con i redditi più alti vive in media quasi fino a novant’anni, molto più a lungo rispetto alle persone con redditi inferiori. E i super ricchi tendono a spendere tantissimo nelle cure e nelle tecnologie che permettono di allungare la vita il più possibile. Un sondaggio condotto su 87 miliardari, clienti della banca Usb, mostra che la maggioranza si aspetta oggi una vita più lunga rispetto a dieci anni fa.

Il fatto che i baby boomer spendano di più per viaggi di lusso, residenze per anziani di alta gamma, assistenza sanitaria avanzata e cure di lungo periodo, erode parte del patrimonio che sarà trasferito agli eredi. Molti inoltre stanno distribuendo il denaro gradualmente, aiutando figli e nipoti con case, università e vacanze, invece di lasciare grandi somme dopo la morte.

E anche quando il patrimonio viene trasferito, spesso passa prima ai coniugi, che appartengono alla stessa generazione, e poi, a causa proprio dell’invecchiamento della popolazione, a eredi a loro volta in là con gli anni; tra il 1998 e il 2010, spiega il Wall Street Journal, le eredità andavano soprattutto a persone sui cinquant’anni, mentre oggi a beneficiare dei trasferimenti sono quelle tra i 60 e i 65 anni. Per questo gli esperti pensano che nei prossimi dodici anni saranno le persone della generazione X, più che i millennial, a ricevere la quota maggiore delle eredità statunitensi.

Contraddizione storica

Tutto questo naturalmente ha conseguenze politiche rilevanti, e si inserisce in un dibattito che è diventato particolarmente acceso e urgente nel 2024, quando il declino fisico e cognitivo di Joe Biden ha alterato il corso della storia statunitense. Dopo quella campagna elettorale i giornali hanno raccontato le storie assurde di anziani politici incatenati alla loro poltrona – Kay Granger, deputata repubblicana del Texas, ha passato gli ultimi sei mesi del suo mandato in una casa di riposo, affetta da demenza – e tanti commentatori hanno sostenuto che il paese stesse perdendo la capacità di rinnovarsi, cosa che alimenta i timori sul declino internazionale della potenza americana.

In queste settimane si sta parlando molto di un libro di Samuel Moyn, storico di Yale, che uscirà a giugno. Si intitola Gerontocracy in America: how the old are hoarding wealth and power – and what to do about it (La gerontocrazia in America: come gli anziani stanno accumulando ricchezza e potere – e cosa fare al riguardo). Un estratto del libro è uscito in copertina sull’ultimo numero di Harper’s.

Per Moyn il problema non è semplicemente che i politici statunitensi sono troppo anziani, ma che l’intera struttura sociale ed economica si organizza intorno agli interessi delle generazioni più vecchie, che oggi concentrano contemporaneamente ricchezza, proprietà, influenza politica e potere elettorale.

La questione nasce da una contraddizione storica. Negli Stati Uniti la modernità è sempre stata associata alle idee di giovinezza, innovazione, mobilità sociale e progresso. Ma gli stessi progressi scientifici e medici che hanno migliorato la vita hanno anche allungato enormemente la durata dell’esistenza.

Nel frattempo sono diminuite le nascite. Il risultato è che la struttura demografica si è ribaltata: nel 1920 gli americani sopra i 65 anni erano meno del 5 per cento della popolazione, oggi sono quasi il 17 per cento. L’età mediana degli Stati Uniti si avvicina ormai ai quarant’anni, mentre nei primi decenni della storia americana era intorno ai quindici anni (nel 1980 era intorno ai trent’anni).

Secondo Moyn questo squilibrio produce conseguenze politiche enormi. Gli anziani votano molto più dei giovani e finiscono per orientare il sistema verso la difesa dei propri interessi. Nel 2024 l’età mediana degli elettori delle primarie americane era di 65 anni; in alcuni stati, come il New Mexico, superava addirittura i settanta. Gli over 65 partecipano alle primarie con tassi di affluenza molto superiori rispetto agli adulti tra i 18 e i 34 anni. E dato che nella maggior parte dei collegi statunitensi le elezioni si decidono già alle primarie, gli anziani influenzano in modo sproporzionato la selezione della classe dirigente.

Anche Moyn parla molto della concentrazione della ricchezza. Nel 2019 gli under quaranta, pur rappresentando il 37 per cento della popolazione adulta, possedevano appena il 5 per cento della ricchezza nazionale, contro il 72 per cento degli over 54. È una disuguaglianza che si autoalimenta: gli anziani possiedono case acquistate decenni fa, beneficiano di agevolazioni fiscali sulle proprietà, lavorano più a lungo, mantengono incarichi dirigenziali fino a età avanzate e investono politicamente per proteggere patrimoni e pensioni.

Moyn insiste molto anche sul ruolo del settore immobiliare. Le politiche che tengono basse le tasse sulla proprietà hanno protetto il valore delle case degli anziani ma reso sempre più difficile per i giovani entrare nel mercato immobiliare. In molte città i giovani vengono spinti verso periferie sempre più lontane, mentre i centri urbani invecchiano.

Per uscire da questa situazione, lo storico propone una serie di correttivi che puntano soprattutto a redistribuire potere e ricchezza tra le generazioni. Tra le possibili misure cita una maggiore tassazione patrimoniale e immobiliare, il rafforzamento delle politiche pubbliche a favore dei giovani, un sistema politico che favorisca il ricambio generazionale e riforme che aumentino il peso elettorale delle nuove generazioni. L’obiettivo, sostiene, dovrebbe essere una società in cui le persone anziane possano vivere con dignità senza però bloccare il ricambio economico, politico e culturale necessario a una democrazia che sappia rinnovarsi.

Il bersaglio sbagliato

Le tesi di Moyn sono state criticate, anche duramente, da altri commentatori. Su Current Affairs è uscita una risposta di Nathan Robinson, secondo cui il problema degli Stati Uniti non è il potere degli anziani in quanto tali, ma la concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristretta élite economica. Attribuire le disuguaglianze all’età rischia quindi di colpire il bersaglio sbagliato.

Robinson parte da Dillon McCormick, un reduce di guerra di novant’anni costretto a lavorare sotto il sole in un parcheggio di un supermercato perché la sua pensione non gli basta per vivere. La sua storia, secondo il giornalista, mostra quanto poco senso abbia parlare genericamente di “potere degli anziani”: in realtà negli Stati Uniti ci sono milioni di persone in là con gli anni povere, emarginate e vulnerabili. Più di sei milioni di anziani vivono in povertà e molti non possono permettersi cure adeguate.

Secondo Robinson, Moyn usa l’età come una sorta di scorciatoia statistica. È vero che gli anziani possiedono mediamente più ricchezza, ma questo non significa che siano loro il problema. La vera contrapposizione da cui partire è quella di classe. Robinson cita dati secondo cui gran parte della ricchezza degli over 55 è concentrata nel 10 per cento più ricco della popolazione. Esistono anziani poverissimi e giovani miliardari: il problema non è essere vecchi, ma essere dentro o fuori l’élite economica.

Per questo Robinson considera pericolose alcune proposte di Moyn, come imporre limiti di età ai politici, i pensionamenti obbligatori o addirittura ridurre il peso elettorale degli anziani. Proposte secondo lui discriminatorie e antidemocratiche che peraltro rischiano di eliminare figure politiche ancora capaci solo per via dell’età. Una è Bernie Sanders, che a 84 anni continua a essere, secondo Robinson, uno dei politici più importanti della sinistra americana.

Robinson sostiene anche che Moyn esageri il conservatorismo degli anziani. Gli studi mostrano che le opinioni politiche tendono a restare abbastanza stabili nel tempo e che alcune persone diventano addirittura più tolleranti con l’età. Non è quindi automatico che una società più anziana sia necessariamente più reazionaria.

Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.

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