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Le forze irachene respingono i jihadisti dello Stato islamico in diverse zone dell’Iraq

L’esercito è impegnato a sottrarre al gruppo dello Stato islamico le aree strategicamente importanti vicino Baghdad. Negli ultimi giorni hanno riconquistato alcune zone della città di Baiji e si sono scontrati con i jihadisti nell’area di Al Harari, vicino la città di Fallujah

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Reazione troppo timida contro lo Stato islamico

La coalizione arabo-occidentale nata per combattere lo Stato islamico si è riunita martedì a Parigi. Dopo la caduta di Ramadi (Iraq) e Palmyra (Siria) e in un momento in cui i jihadisti sono a due ore da Damasco e Baghdad, sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di concreto dal vertice. E invece, come molti avevano previsto, non è stato così.

Gli iracheni hanno accusato gli occidentali di non fare abbastanza sul piano militare. Gli occidentali, a loro volta, hanno accusato il governo iracheno, dominato dalla maggioranza sciita del paese, di non coinvolgere la minoranza sunnita nella lotta contro lo Stato islamico. A Parigi è andato in scena un tiro incrociato verbale, e la riunione si è chiusa con la formulazione di buoni propositi e con l’appello per un governo più “aperto” a Baghdad e una transizione politica in Siria che permetterebbe di unire la nazione contro i jihadisti. Tutto questo è astratto in modo imbarazzante, ma il vertice non poteva andare diversamente, per due motivi.

Il primo è che gli occidentali (europei e americani) non vogliono abbinare agli attacchi aerei un intervento di terra, l’Europa perché non ne avrebbe i mezzi e l’America perché non vuole più vedere morire i suoi soldati in Medio Oriente. Di conseguenza l’unico paese capace di inviare le sue truppe sul territorio sarebbe l’Iran.

Teheran è più che disponibile all’invio dei soldati, perché i jihadisti sunniti dello Stato islamico sono un suo nemico naturale. Il problema è che nessuno vorrebbe vedere un’alleanza tra l’occidente e l’Iran fino a quando non sarà risolto il contenzioso sul nucleare, e anche in quel caso i sunniti non vorrebbero mai che l’Iran sciita intervenisse in Iraq e in Siria più di quanto non faccia già, modificando ulteriormente a favore degli sciiti il rapporto di forze regionale tra le due correnti dell’islam.

Il secondo motivo dell’impasse attuale è che nessuno potrà fare un passo concreto verso la sconfitta dello Stato islamico fino a quando la Siria sarà un paese spaccato tra un regime indebolito e gruppi armati rivali su cui l’aviazione e le truppe di Bashar al Assad concentrano le loro attenzioni, cercando di gestire i militanti dello Stato islamico nella speranza di convincere gli occidentali ad allearsi con Damasco per sconfiggerli.

Da questo deriva l’importanza di arrivare a una transizione politica in Siria. Il problema è che la Russia e l’Iran si oppongono a una soluzione di questo tipo, perché Mosca non vuole facilitare le cose agli occidentali mentre l’Iran vorrebbe proteggere il regime di Assad, un regime legato allo sciismo e principale alleato regionale di Teheran. Intanto, mentre gli altri cercano la quadratura del cerchio, i jihadisti hanno tutto il tempo di rafforzarsi e consolidare la presa sui territori conquistati.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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