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Le condizioni di Cameron per tenere il Regno Unito nell’Unione europea

David Cameron a Manchester, nel Regno Unito, il 7 ottobre 2015. (Suzanne Plunkett, Reuters/Contrasto)

L’attesa sta per terminare. Il 10 novembre il primo ministro elencherà in una lettera indirizzata al Consiglio europeo le condizioni che intende porre per chiedere ai britannici di votare a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione europea in occasione del referendum che organizzerà entro due anni.

Stando alle voci di corridoio, la prima condizione sarà che i trattati riconoscano lo status particolare di cui Londra gode all’interno dell’Unione con il suo rifiuto di far parte dell’eurozona e di entrare nello spazio Schengen. La seconda condizione sarà che l’Unione rinunci a definire l’euro come sua moneta unica ammettendo la compresenza di diverse monete, a cominciare dalla sterlina. La terza condizione sarà che l’Unione riconsideri tutte le leggi e le disposizioni (non è chiaro quali) che frenano la sua competitività.

Da un lato l’Unione potrebbe fare un passo avanti. Dall’altro un’uscita del genere incoraggerebbe tutti i partiti antieuropeisti dell’Ue

La quarta condizione sarà che la nozione di “unità sempre più stretta” con cui i trattati indirizzano l’Unione vero una prospettiva federale non si applichi al Regno Unito. La quinta condizione, infine, sarà che Londra possa avere una proroga di quattro anni prima di garantire ai lavoratori arrivati da altri paesi dell’Unione le prestazioni sociali previste dalla legge britannica a cui avrebbero diritto in quanto cittadini europei.

David Cameron intrappolato dalle sue promesse

Se saranno trovate le formule e le procedure necessarie, le prime quattro condizioni potranno essere pienamente soddisfatte, per quanto sia strano che un governo britannico voglia vietare ai suoi successori di fare una scelta diversa. Su questi quattro punti potranno esserci compromessi, ma non sul quinto, perché metterebbe in discussione la libertà di circolazione all’interno dell’Unione e la parità di trattamento a cui i suoi cittadini hanno diritto.

La trattativa rischia di arenarsi proprio su questo, anche perché è tra i più cari all’opinione pubblica britannica e al contempo incontra la forte opposizione di molti paesi europei (Polonia in testa) i cui emigranti lavorano nel Regno Unito e lì pagano le loro tasse. Nessuno vorrebbe che Londra uscisse dall’Unione, a partire da David Cameron, ma il primo ministro è vincolato dalla promessa di indire il referendum che gli ha permesso di ottenere la rielezione.

A questo punto è realmente possibile che il Regno Unito esca dall’Unione, e le possibili conseguenze di una simile rivoluzione sono assolutamente contraddittorie.

Da un lato l’Unione potrebbe fare un passo avanti dopo essersi sbarazzata del paese che spinge sul freno fin dall’inizio. Dall’altro un’uscita del genere incoraggerebbe tutti i partiti antieuropeisti dell’Unione, creando un precedente e rischiando di spingere la Scozia verso la separazione dal Regno Unito, perché nel paese gli indipendentisti hanno il vento in poppa e sono profondamente legati all’Unione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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