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Cinque motivi di preoccupazione sull’Iran

Una protesta all’università di Teheran, in Iran, 30 dicembre 2017. (Associated Press)

Il 1 gennaio 2018 in Iran è stato ucciso un poliziotto. È accaduto a Najafabad, nel centro del paese. Diverse altre città sono state teatro di nuove manifestazioni e in alcune occasioni sono stati assaltati commissariati e caserme.

L’Iran ha vissuto l’ennesima giornata di proteste di piazza contro il caro vita, la disoccupazione, la corruzione dei potenti e, novità assoluta, contro le istituzioni e i mullah.

I morti sarebbero nove. Nonostante il numero di manifestanti sia ancora abbastanza limitato (soprattutto nella capitale, Teheran) non è da escludere che la Repubblica islamica sprofondi in una crisi devastante. Lo capiremo a metà settimana. Nel frattempo possiamo isolare cinque motivi di preoccupazione.

Cosa vogliono gli iraniani
Il primo è che gli iraniani non vedono migliorare le loro condizioni di vita nonostante le sanzioni internazionali siano state cancellate grazie all’accordo sul nucleare firmato con le grandi potenze dal presidente Hassan Rohani.

Il secondo è che la persistenza di un alto tasso di disoccupazione e inflazione rende ormai insopportabile la diffusione capillare della corruzione.

Il terzo è che questo malcontento sociale si aggiunge a un desiderio di libertà che è diffuso nel paese fin dagli anni novanta.

Il quarto è che gli iraniani preferirebbero che il denaro ricavato dalla vendita delle risorse naturali venisse investito per migliorare il loro tenore di vita e non per sostenere il regime siriano e Hezbollah in Libano.

Il quinto motivo di questa potenziale crisi, infine, è che il potere iraniano è profondamente diviso tra i pragmatisti e i riformatori che sostengono il presidente Rohani e le diverse correnti conservatrici che temono di perdere i loro privilegi economici. Tra questi due schieramenti la battaglia è inasprita anche dal fatto che la guida suprema è sofferente e la successione è virtualmente aperta.

Il paese vive una guerra di trincea in cui i conservatori hanno pensato di approfittare delle prime manifestazioni per mettere in difficoltà Rohani. Il 30 dicembre 2017, però, è stato chiaro che in questo modo hanno scoperchiato il vaso di Pandora, e Rohani ha risposto proponendo di concedere più libertà a chi critica i politici e mostrando al contempo grande fermezza davanti alle violenze.

I conservatori non hanno ancora detto la loro ultima parola. A prescindere da come si evolverà la situazione nei prossimi giorni, è evidente che in Iran esiste una vita politica sempre più complessa e sempre meno capace di incanalare il rifiuto di una teocrazia ormai disprezzata e assediata.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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