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Perché la moda islamica vende tanto nonostante le polemiche

Il festival di moda islamica a Kuala Lumpur, Malesia, il 21 giugno 2013. (Mohd Rasfan, Afp)

Come devono vestirsi le musulmane? E chi deve deciderlo, se non loro? Dopo il divieto del velo a scuola, e la decisione di alcuni istituti scolastici di non fare entrare delle allieve che portavano gonne troppo lunghe, la Francia lancia ora la guerra alle griffe che propongono accessori e vestiti in accordo con le regole della fede musulmana. Un’occasione per scoprire – prima ancora che condannare – una nuova tendenza in crescita esponenziale, che rappresenta un giro d’affari di oltre 240 miliardi di euro.

La ministra della famiglia francese, Laurence Rossignol, commentando il boom della “moda islamica” ha respinto categoricamente l’idea che le musulmane possano decidere di vestirsi come vogliono. Una donna che sceglie di portare il velo sarebbe l’equivalente, secondo lei, “dei negri americani che erano a favore della schiavitù”. La ministra si è poi scusata per l’uso della parola “negri”, ma non ha cambiato di una virgola il suo giudizio sulle musulmane velate, a suo parere succubi.

In suo sostegno si è espressa anche la filosofa femminista Elisabeth Badinter, che ha invitato a boicottare i marchi che propongono articoli di moda islamica come H&M o Dolce & Gabbana.

Ma al di là delle polemiche sul velo, che infiammano in particolar modo la società francese, cos’è questa moda islamica da boicottare? Alia Khan, presidente dell’Islamic fashion and design council di Dubai, donna manager, musulmana e ultra elegante, ce lo ha spiegato.

La moda islamica rappresenta un giro d’affari enorme ed è un mercato in crescita esponenziale

Alia Khan è di origine pachistana ma è cresciuta in Canada. Ha riscoperto la religione dei suoi genitori durante un soggiorno di studio in Giordania, dove ha deciso di portare il velo “per essere in accordo con l’ambiente generale, conservatore, del paese”. Appassionata di moda, ha creato il consiglio della moda islamica per sostenere i marchi che vogliono proporre accessori “islamically correct”, chiamati “modesti” nell’ambito di questo settore. Oggi residente a Dubai, Alia Khan ha aperto undici uffici nel mondo in due anni: “La nostra crescita si spiega con la sempre maggiore richiesta di questo tipo di abbigliamento. Nel complesso, la moda ‘modesta’ rappresenta un giro d’affari enorme ed è un mercato in crescita esponenziale”.

Quando le chiediamo quali regole e fonti religiose vengono utilizzate per affermare che un vestito è “modesto”, ovvero “islamicamente corretto”, Alia gira intorno alla domanda. Non dà risposte precise e devo riformulare la domanda più volte. Sto chiedendo una lista di regole, mentre in realtà non ci sono norme così ferree: “Non ci sono vestiti islamici. È il modo di portare un abito che lo fa diventare quello che è, è la musulmana che lo rende islamico”. Le donne alla guida delle aziende di questo nuovo settore (le manager sono quasi tutte donne) stanno inventando un nuovo stile. Piaccia o no, si tratta di moda e niente di più, ricorda Alia Khan. Sulle questioni religiose, uno non dovrebbe rivolgersi a un’imprenditrice.

Il filosofo cattolico Camille Rhonat è dello stesso parere. Perché non smettere di caricare di un simbolismo eccessivo il velo e tornare semplicemente a considerarlo l’oggetto che è? Un accessorio che una donna, musulmana o no, può mettere o meno, in tutta libertà:

Se si segue questa logica, si può sperare che un giorno l’insieme della società francese, musulmani e non musulmani, riesca a riconoscere che l’hijab non è mai stato altro che un accessorio religioso e niente di più. In altri termini, che non ha nessuna legittimità per affermarsi come un pilastro essenziale della pratica femminile dell’islam, e in tale senso può essere usato – o non usato – in tutta libertà.

Sono sempre più numerose le musulmane che non sanno dove andare a comprare i propri vestiti perché vogliono poter praticare la loro fede e rimanere eleganti allo stesso tempo. Perché impedire – per ragioni ideologiche – a delle griffe di moda di rispondere a questa domanda? E a queste donne di scegliere come vestirsi? Le critiche verso Dolce & Gabbana, o altri marchi che hanno creato linee per la clientela musulmana, sono un attacco ai principi base del capitalismo: non rispondere alla richiesta delle consumatrici musulmane non ha senso, a meno di non assumere a priori che queste donne sono sempre e comunque oppresse, e di ritenere che un numero così alto di persone non abbia una propria volontà.

“I paesi dove la richiesta è maggiore sono la Francia, la Germania e il Regno Unito, molto prima della Turchia per esempio, che è a maggioranza musulmana”, aggiunge Alia Khan. “Un paese come la Francia dovrebbe forse affrontare la questione con più serenità e avvicinarsi a noi senza paura e preoccupazione. Com’è possibile che un paese con una simile cultura non sopporti le differenze? La moda islamica non è una minaccia. Al massimo, è un’occasione di guadagno per l’industria della moda francese ed europea”.

Le giovani musulmane che cercano “veli che fanno pendant con i loro vestiti” desiderano abiti più modesti e in linea con il loro credo religioso. L’aggettivo preferito di Khan è “elegante”. L’imprenditrice ricorda che l’uso del copricapo è una costante della moda occidentale: “Che cosa volete dire dell’eleganza di Grace Kelly o di Audrey Hepburn? Gli europei hanno dimenticato che l’eleganza ha richiesto il foulard per diversi decenni. E che le loro nonne e bisnonne non sarebbero mai uscite a testa scoperta”. Nel mondo musulmano l’uso del velo è tornato di moda. A questo punto, quindi, perché considerare oppressivo un pezzo di tessuto che è stato scelto e portato da tante donne in tutto il mondo per esaltare la femminilità e la bellezza? A chi verrebbe in mente oggi di vietare una cresta punk o dei piercing su tutto il corpo con la scusa che non abbelliscono la donna?

Una moda rivolta a tutte

Un altro dato interessante è il target della modest fashion: “In realtà, la clientela non si riduce affatto alle sole musulmane. C’è una richiesta sempre più forte da parte di donne ebree, cattoliche, ma anche non religiose, che cercano di vestirsi in modo diverso”. E qui, Alia tocca un altro tasto importante.

L’industria che fa sfilare donne ai limiti dell’anoressia si pone ora come la paladina dell’emancipazione femminile. Nel libro L’harem e l’Occidente, la grande sociologa e femminista marocchina Fatima Mernissi, morta nel 2015, ha scritto pagine molto belle e ironiche sulla tirannia della taglia 42 in occidente. Mernissi racconta dell’harem in cui è rinchiusa la donna occidentale, quello in cui è costretta ad adeguarsi al canone estetico della magrezza per piacere agli uomini: “Grazie Allah! Di avermi salvata dalla taglia 42. E speriamo che le nostre donne non prendano esempio… che cosa succederebbe se lasciassero cadere il velo per fare spazio a questa diabolica taglia 42? Come si fa a condurre un dibattito politico credibile ed efficace se prima non sei riuscita a trovare una gonna della tua taglia in un negozio normale?”.

Mernissi spiega che in Marocco – come nella gran parte del mondo non occidentale – l’abbigliamento era creato dalle donne per le donne, che si facevano fare i vestiti dalla sarta, secondo le loro misure e non secondo i canoni imposti dagli uomini.

Questa argomentazione è ripresa da Esther Benbassa, senatrice verde che ha risposto alla ministra Rossignol in un commento sul quotidiano Libération, citato dagli Inrockuptibles nell’ottimo articolo Perché la questione del velo divide le femministe?.

La storica del popolo ebraico denuncia “un modello di seduzione imposto”, che “rimane quasi inaccessibile alla maggioranza di noi” ma contribuisce a “rinchiudere il corpo delle donne in un modo che non ha nulla da invidiare a quello denunciato dalla ministra Rossignol quando parla di certe musulmane. Misurare il livello di emancipazione femminile dalla lunghezza delle gonne è assurdo! La nudità del corpo delle donne sarebbe forse lo strumento della loro liberazione?”.

In questo contesto è ironico ricordare la mise dell’icona del femminismo francese: Simone de Beauvoir portava vestiti lunghi e coprenti, e in tarda età non usciva mai senza un foulard in testa. A qualcuno sarebbe mai venuto in mente di chiederle di toglierlo o di portare la minigonna per sentirsi più emancipata?

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