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Il libro che racconta i danni collaterali dell’invasione dell’Iraq

Baghdad, 9 aprile 2003. Un soldato statunitense guarda l’abbattimento della statua di Saddam Hussein. (Goran Tomasevic, Reuters/Contrasto)

Sinan Antoon non ha dimenticato la guerra: semplicemente perché, come tutti gli iracheni, non può permettersi di farlo. Le conseguenze della prima guerra del Golfo del 1990-1991, seguita da anni di sanzioni, e poi dell’invasione guidata dagli Stati Uniti nel 2003 sono ancora vive in tutta la loro drammaticità.

Con il suo L’archivio dei danni collaterali (il titolo originale in arabo è Fihris, catalogo), appena tradotto in italiano da Ada Barbaro e pubblicato da Hopefulmonster, spinge la riflessione oltre le questioni del diritto internazionale umanitario. Lo abbiamo incontrato a Roma dove è venuto a presentare il libro.

Nato a Baghdad, Antoon ha lasciato la sua città dopo la prima guerra del Golfo. Ha poi assistito all’invasione mentre viveva negli Stati Uniti – il paese aggressore – dove ha ottenuto il dottorato ad Harvard e dove insegna tuttora alla School of individualized study dell’università di New York.

Pur avendo descritto con grande precisione il meccanismo della dittatura e della repressione del regime di Saddam Hussein nel suo primo libro Rapsodia irachena, nel 2003 non era a favore dell’invasione. In quel periodo ha scritto saggi importantissimi ed è stato uno dei principali intellettuali della diaspora contro la guerra. I suoi articoli sono apparsi anche sulla stampa internazionale, come Di uccelli e ponti pubblicato su Al Ahram Weekly o Un milione di vite dopo, non posso dimenticare quello che il terrorismo americano ha fatto al mio paese sul Guardian.

Contare i morti
Il bilancio dei morti in Iraq è difficile da stabilire. Antoon spiega di avere avuto numerose discussioni con il Guardian per il suo articolo che parla di “un milione di vite”, le vittime dirette e quelle indirette della guerra, come afferma la ricerca dei Physicians for social responsability. Gran parte dell’orrore di questi conflitti sta nel fatto che anche centomila persone potrebbero non “contare”. Antoon spiega: “In Iraq le vite umane contano meno. Il detto di Stalin, una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica, è diventato purtroppo molto vero per il mio paese”.

Nel 2003 torna in Iraq per realizzare il documentario About Baghdad, che da quest’anno può essere visto liberamente su YouTube. Vent’anni dopo, il film è un importante pezzo di storia che riesce ad aggiungere complessità, grazie alle analisi molto diverse tra loro degli iracheni intervistati.

Negli Stati Uniti essere contro la guerra non era facile, ma Antoon non ha avuto paura di prendere posizioni difficili. Sono molti gli intellettuali e scrittori arabi oppositori di Saddam che hanno rifiutato gli schemi del settarismo, cioè una lettura della società irachena basata sulla contrapposizione tra sunniti, sciiti e cristiani, ma lui aggiunge che è importante non idealizzare troppo la situazione delle minoranze prima delle guerre. In Ave Maria per esempio aveva raccontato le tante persecuzioni subite dai cristiani iracheni, ben prima dell’avvento del gruppo Stato islamico.

All’inizio dell’Archivio dei danni collaterali uno dei narratori cita Home and exile dello scrittore nigeriano Chinua Achebe: “Fino a quando i leoni non avranno i propri storici, i racconti di caccia glorificheranno sempre il cacciatore”.

Un adagio perfetto per la prima guerra del Golfo, la guerra televisiva per eccellenza: i telespettatori hanno potuto assistere sulla Cnn ai lanci di razzi, alle lunghe lingue luminose nel buio. Ma non era previsto far vedere dove cadevano questi razzi. Le cose, gli animali e le persone, gli iracheni stessi sono stati etichettati come “danni collaterali”. Nessuno li ha visti morire.

Vent’anni dopo l’invasione del 2003, si può dire che Sinan Antoon e chi si opponeva alla guerra avevano ragione, ma non basta dirlo.

Tutto in un minuto
In letteratura è vitale aprire tutti i faldoni della storia e ricordare chi è caduto. Insieme a due narratori, nell’Archivio dei danni collaterali Antoon riesce in questa sfida incredibile: scrivere la storia di un solo minuto. Quel minuto prima dell’esplosione e della scomparsa definitiva. Un’opera magna, dove l’autore fa parlare i tappeti, gli uccelli, gli album di francobolli, tutti quei “danni collaterali” che gli invasori hanno definito tali e hanno presto dimenticato. La potenza della sua lingua e l’attenzione ossessiva ai dettagli ci fanno capire che la felicità si nasconde nell’attimo, nel filo sottile del tappeto, nei colori sbiaditi dei francobolli che appartenevano a un amico scomparso. Antoon connette lo spazio di Baghdad con il tempo sfuggente, circolare.

La biografia del narratore principale, Namir, è molto vicina a quella del suo autore: lascia l’Iraq nel 1991 e ci torna nel 2003 con una troupe televisiva statunitense per raccontare la guerra dal punto di vista degli iracheni; insegna lingua e letteratura araba in varie università americane per poi approdare a New York. La sua narrazione è asciutta, precisa, molto razionale. Vive una vita noiosa. È sicuramente affetto da sindrome post traumatica ma rifiuta con decisione cure psicanalitiche. La sua analista gli chiede di non leggere più i giornali: “Una pura follia per chiunque vive lontano dal suo paese in guerra!”, afferma oggi Antoon, che ha vissuto questa situazione in prima persona.

Il secondo narratore all’inizio del libro molto diverso da Namir, finisce poi per somigliargli. Si chiama Wadud, vende libri usati nella famosa via Mutanabbi, la strada di Baghdad piena di bancarelle. Consegna il suo manoscritto a Namir mentre gira il documentario. Dopo un’esplosione in via Mutanabbi, nel 2007, Wadud ha cominciato, in modo ossessivo, a scrivere il catalogo, l’archivio delle cose, degli animali, degli esseri umani spariti in un attimo quel giorno. Un elenco che compone i capitoli del libro, ognuno dei quali sembra una poesia in prosa. Queste “voci” dell’archivio sono anche sorprendenti: ci si mette spesso un po’ di tempo a capire a chi appartenessero, forse perché pochi di noi sanno ascoltare la voce delle cose, di un tappeto, di un muro, del nastro di un’audiocassetta. E invece trasmettono la bellezza e il senso delle cose piccole.

L’esilio
Wadud e Namir cominciano una corrispondenza. Sulla scia di molti intellettuali arabi che hanno dovuto vivere in esilio, Antoon si chiede come si può raccontare il proprio paese che si è lasciato mentre si vive nel paese che lo ha attaccato. La risposta si trova in parte in questa doppia narrazione, con Wadud che scrive dalla sua stanzetta di via Mutanabbi a Baghdad e Namir da New York.

Negli Stati Uniti il giovane professore di arabo combatte suo malgrado contro i pregiudizi e l’ignoranza. Smetterà di prendere l’ascensore quando in piena guerra una sua collega gli chiede mentre salgono: “Torni spesso in Sudafrica?”, scambiando il Sudafrica con l’Iraq. Un suo studente americano gli chiede di studiare prima di tutto l’imperativo. Vuole servire nell’esercito in Iraq e imparare a dire “Inginocchiati! Fermati! Alza le mani! Vai indietro!” in arabo.

Molti di questi episodi li ha vissuti l’autore in prima persona: e allora, come si fa a non odiare? “Quando mi sale la rabbia penso sempre a come possono sentirsi i nativi americani o i neri”, spiega Antoon. “C’è una lunghissima storia di sofferenza in questo paese. James Baldwin, lo scrittore nero americano, diceva: ‘Pensi che il tuo dolore e il tuo crepacuore non abbiano precedenti nella storia del mondo, ma poi leggi. Sono stati i libri a insegnarmi che le cose che mi tormentavano di più erano proprio quelle che mi legavano a tutte le altre persone vive’. È cosi vero! Quindi, sì, è spesso difficile sentire certi discorsi negli Stati Uniti, ma poi studiando la storia della colonizzazione dell’America da parte degli europei bianchi, vediamo che sono cinquecento anni che va cosi”.

La voce, le “voci” dell’archivio di Sinan Antoon, fanno del libro un’opera universale. Fuori dai criteri occidentali emerge il pensiero di generazioni di intellettuali che, come lui, provengono delle numerose diaspore arabe, palestinesi, irachene o siriane e che hanno dovuto lottare contro la doppia pena: le dittature a casa e le false promesse d’importazione della democrazia tramite una guerra al terrorismo.

Sulla strada dell’esilio, invece, Antoon è riuscito ad arricchire il suo pensiero e a portarlo fuori dal particolare mentre la sua cultura era attaccata. Così, quando dà voce ai vinti, Antoon non pensa solo agli iracheni: “Credo che per alcuni la guerra non finisca mai. Qualcuno che ha subìto un trauma da piccolo spiegherà che ne soffre ancora trent’anni dopo. Allora, se sei bombardato, se tua madre muore davanti a te, non puoi dimenticare. Mettiamo un attimo da parte gli iracheni e parliamo della sofferenza dei nativi americani, dei neri: a loro è richiesto di tralasciare le loro perdite, il loro dolore. C’è una gerarchia del dolore, c’è chi ha diritto alla sofferenza e chi è esortato ad andare avanti e dimenticare”.

L’inizio e la fine del libro sono ispirati allo stile di un classico della letteratura orientale, La conferenza degli uccelli, un poema persiano del dodicesimo secolo di Farīd al-Dīn ʿAṭṭār. Antoon cita molto Walter Benjamin, Italo Calvino o il poeta iracheno Abu Nawas, dell’ottavo secolo, e ha chiaramente un’ispirazione in Jorge Luis Borges, che ha tradotto recentemente. Un’altra cosa bella del libro di Antoon e che fa venire voglia di aprire molti altri libri, o archivi: “Non c’è mai fine”, conclude Antoon. “Quando uno ha vissuto un trauma, si vive in un mondo circolare, non è una cosa che se ne va, che si può chiudere. Ma sono molto fiero della fine del libro, perché è un’altra storia che comincia”.

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