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Quali sono i veri obiettivi di chi propone l’adozione degli embrioni

Embrioni e ovuli crioconservati in una clinica di Barcellona, Spagna, maggio 2016. (Luis Gene, Afp)

Il 4 agosto 2004 l’allora ministro della salute Girolamo Sirchia emanò un decreto ministeriale definendo due categorie per gli embrioni prodotti prima della legge 40, approvata nel febbraio precedente: nella prima categoria rientravano embrioni in attesa di futuro impianto e nella seconda embrioni abbandonati perché i titolari non volevano utilizzarli o non erano più reperibili. Per questa seconda categoria era previsto il trasferimento nella biobanca dell’ospedale Maggiore di Milano. Perché? Il ministro Sirchia riteneva che fosse necessario attivare studi e ricerche sulle tecniche di crioconservazione degli embrioni, destinando quattrocentomila euro all’istituto milanese. Secondo la rendicontazione dell’anno successivo, 230mila euro sono stati usati per creare l’area di criobiologia in cui mantenere gli embrioni sotto azoto, 96mila per le spese di materiali e software e 74mila per il personale.

Cos’è accaduto dal 2004 a oggi? Nulla. Gli embrioni abbandonati, censiti dopo il decreto, erano 2.527. Sono ancora tutti crioconservati presso i centri di procreazione medicalmente assistita (pma). La biobanca di Milano è lì, vuota. Non c’è nemmeno bisogno di chiedersi come fare ricerca su quegli embrioni senza violare l’articolo 13 della legge 40 – Sperimentazione sugli embrioni umani, che al comma 1 stabilisce che “è vietata qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano” – perché tanto non sono mai arrivati.

Negli anni successivi, con il ripristino delle indagini di preimpianto, gli embrioni crioconservati sono aumentati. Le blastocisti affette da una patologia sono state crioconservate nel rispetto della legge 40, ma non sono idonee per una gravidanza. Sono destinate a estinguersi – vi fareste impiantare un embrione affetto da una grave patologia e magari destinato a determinare un aborto? Perché non destinare gli embrioni abbandonati alla ricerca scientifica? L’associazione Luca Coscioni l’ha chiesto rivolgendo un appello al parlamento. Anche la corte costituzionale ha evidenziato che il parlamento dovrebbe intervenire al riguardo. Ma il parlamento tace. Quanto agli embrioni crioconservati, a ogni legislatura si cerca di attribuirgli personalità giuridica, equiparandoli a bambini in stato di abbandono e cercando di prevederne l’adozione.

Moralmente il tentativo di considerare un embrione come una persona è molto controverso

Il primo a tentare questa strada è stato un ginecologo, poi diventato parlamentare. Antonio Palagiano dell’Italia dei valori ha depositato una proposta di legge che prevedeva la possibilità di “adottare” gli embrioni abbandonati nei centri italiani di procreazione medicalmente assistita. Il progetto non è stato inviato all’aula.

Il secondo tentativo è di alcuni giorni fa. Gianluigi Gigli, deputato del gruppo Democrazia solidale-Centro democratico e presidente del Movimento per la vita, e Paola Binetti di Area popolare hanno spiegato che “questa proposta nasce per dare una risposta alla domanda di genitorialità delle coppie sterili non ricorrendo alla compravendita di gameti provenienti dall’estero e quindi allo sfruttamento del corpo femminile, ma dando una speranza di vita ai tanti embrioni criocongelati”. Il testo ha raccolto adesioni provenienti da varie aree politiche, dal Partito democratico a Forza Italia.

Personalità giuridica e morale
Per il codice civile una blastocisti non è un bambino e non gode di personalità giuridica, ma i parlamentari promotori dell’adozione embrionale sembrano ignorarlo. Anche moralmente il tentativo di considerare un embrione come una persona è molto controverso, e non basta giocare con le parole (bambino potenziale, adozione) per cambiare lo statuto ontologico di un organismo che non ha ancora quelle caratteristiche necessarie per attribuirgli una personalità giuridica e morale.

Si possono adottare i bambini in stato di abbandono e non gli embrioni. La fecondazione eterologa prevede anche l’eventuale donazione di embrioni, non l’adozione. I gameti e gli embrioni donati devono essere stati prodotti nel rispetto delle normative sulla tracciabilità, sulla sicurezza e sull’anonimato.

Ma c’è un altro aspetto preoccupante: davvero bisogna rimettere le mani sulla legge 40? No, non serve alcuna nuova legge. La legge 40 è ora quasi una buona legge. Dei vecchi e ingiustificabili divieti, rimangono ancora in vigore quelli sull’accesso (solo coppie eterosessuali conviventi o sposate) e sulla sperimentazione embrionale. A questi si deve aggiungere la possibilità di ritirare il consenso solo fino alla produzione della blastocisti e non fino all’impianto. Rispetto al testo del 2004, come già detto, la legge ha oggi un aspetto più accettabile.

Tuttavia sono cominciate le audizioni al senato per la riforma della legge 40. È stata nominata relatrice la senatrice Donella Mattesini e il testo base è il disegno di legge 1630 (De Biasi e altri, Norme in materia di procreazione medicalmente assistita) cui sono stati abbinati diversi altri disegni di legge. Alcuni redatti anche dagli esperti dell’associazione Luca Coscioni, come i disegni di legge 1608 e 1607 (Manconi, Disciplina della donazione di gameti ed embrioni per fini riproduttivi o per la ricerca scientifica), e i disegni di legge 1792 e 1793 a prima firma del senatore Francesco Palermo. Lo scorso 15 settembre sono stati depositati altri innumerevoli disegni di legge, disposizioni e petizioni. Dopo 12 anni di tribunali e corti, con un parlamento completamente assente, sembra davvero augurabile che non si ricominci a discutere un testo di legge simile all’originaria legge 40. La valutazione dei costi di questi anni è difficile da fare, ma è sicuramente molto alta (e non solo in termini direttamente economici) e si somma a quei quattrocentomila euro sprecati nel costruire un luogo fantasma.

Se poi – come propongono Binetti, Gigli e gli altri – si riconoscesse una personalità giuridica a due gameti che si incontrano fuori del corpo e determinano una blastocisti – che se trasferita in utero potrebbe diventare un embrione, poi un feto e quindi dopo nove mesi un neonato – allora l’aborto dovrebbe essere considerato reato e la fecondazione assistita non si potrebbe più fare. La blastocisti, infatti, non si potrebbe crioconservare e sottoporre a diagnosi in quanto soggetto giuridico incapace di esprimere un consenso. E lo stesso varrebbe per tutte le altre tecniche riproduttive, che intervengono sugli embrioni senza potergli chiedere l’autorizzazione e ne destinano un’alta percentuale a estinzione. Ma forse l’intento è proprio questo: restringere le libertà e la possibilità di scegliere. Il moralismo legale è una tentazione irresistibile.

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