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Tutte le delusioni di Rosemary Clooney

Rosemary Clooney, 1964. (Abc Photo Archives/Disney General Entertainment Content/Getty Images))

È da poco cominciata la quarta stagione della serie tv La fantastica signora Maisel su Amazon Prime, la storia di una perfetta mogliettina ebrea newyorchese che, nei primi anni sessanta, molla tutto per fare la comica in bar scalcinati. Le quattro puntate che ho visto non sono scoppiettanti come le precedenti, ma ambientazione, costumi, personaggi e dialoghi rimangono meravigliosi, quindi non mi lamento. Anche la colonna sonora, che mescola successi statunitensi dell’epoca con canzoni più recenti, è notevole e un nome che ricorre è quello di Rosemary Clooney. Non solo si sentono le sue canzoni (nella quarta stagione la canzoncina per bambini Fuzzy Wuzzy nella scena del finto compleanno di Ethan, il figlio della protagonista), ma spesso viene nominata come quintessenza dell’intrattenitrice famosa e di classe.

Rosemary Clooney (1928-2002), in caso ve lo stiate chiedendo, è parente dell’attore George Clooney. George è figlio di Nick Clooney, noto giornalista televisivo e fratello di Rosemary, che dunque era sua zia. Rosemary Clooney comincia a cantare con la sorella Betty negli anni quaranta e diventa presto una star: recita accanto a Bing Crosby e Danny Kaye nel film White Christmas, ha un suo popolarissimo show televisivo con l’orchestra di Nelson Riddle e canta con chiunque, da Marlene Dietrich a Frank Sinatra. La canzone Mambo italiano era stata scritta per lei nel 1954 e nel 1956 diventa famosa anche in Italia ripresa da Carla Boni. Insomma nei primi anni sessanta Rosemary Clooney è pura aristocrazia hollywoodiana: vive a Beverly Hills nell’enorme casa che fu di George e Ira Gershwin. Eppure la sua vita personale è turbolenta: proprio nel 1964 si risposa con l’ex marito, l’attore e regista portoricano José Ferrer. I due si lasceranno definitivamente nel 1967 e Clooney entrerà in un lungo periodo di buio artistico, tra depressione e dipendenza da alcol e psicofarmaci. Il 1964 è dunque per lei un anno di passaggio, l’anticamera di un decennio decisamente duro.

Sarà per questo che il suo album Thanks for nothing ha qualcosa di stridente e allo stesso tempo di estremamente affascinante. Seguendo la moda lanciata nel 1955 da Frank Sinatra con lo splendido In the wee small hours, Thanks for nothing è un concept album, ovvero una scelta di canzoni riarrangiate e interpretate ad hoc per parlare di un tema preciso: in questo caso: la delusione di un amore finito. Il titolo Thanks for nothing si potrebbe tradurre con “E allora grazie tante!”, come per dire ecco, guarda per colpa tua come mi sono ridotta. Basta una rapida occhiata alla copertina: Rosemary Clooney non è più la sorridente e rassicurante interprete di canzoni swing per grandi e piccini, è una donna matura, che guarda verso lo spettatore con espressione dura, sigaretta in una mano e una coppa di champagne sul tavolo accanto a un tovagliolo bianco appallottolato. È vestita e pettinata per la serata, ma chiaramente è rimasta sola.


Gli arrangiamenti di Bob Thompson sono impeccabili, ma non sono quelli morbidi e perfetti di Nelson Riddle, ex fedelissimo collaboratore di Clooney (e di Frank Sinatra, Ella Fitzgerald e Nat King Cole), hanno qualcosa di spigoloso che rende le canzoni non sempre accoglienti per l’interprete. Ed è questo che fa di Thanks for nothing un disco così speciale: ci permette di ascoltare un’artista consumata come lei non proprio in difficoltà, ma neanche a suo agio. E questa distanza che c’è tra Clooney e le canzoni è molto adatta per un album un po’ paranoico che parla di una donna che rimugina sui suoi guai d’amore con la sola compagnia di alcol e nicotina.

La prima canzone è Hello faithless (“Ciao infedele”), scritta dal duo country Felice and Boudleaux Bryant, in cui su un allegro arrangiamento pop Clooney canta: “Ciao, infedele, a chi hai spezzato il cuore oggi? Chi hai preso in giro?”. La canzone è allegra ma Rosemary Clooney no: anzi, ha l’aria piuttosto incazzata. Anche uno standard come Just one of those things di Cole Porter (che eseguito da Ella Fitzgerald nel suo Cole Porter song book è un inno alla gioia dell’amore scapestrato) viene cantato da Clooney con l’aria un po’ delusa di chi non ci casca più. E sul verso che dice: “Se solo ci avessimo pensato prima, avremmo capito che la nostra storia era troppo bollente per non raffreddarsi di botto”, l’arrangiamento di Thompson diventa circense, quasi a indicare i su e giù delle montagne russe. Su All alone (“Tutta sola”) di Irving Berlin Rosemary Clooney torna a essere la vellutata interprete che il pubblico amava, malinconica certo, ma sostenuta da un tappeto di archi che sembra sollevarla da terra. Dura poco: quando attacca Black coffee, con un drammatico assolo di violoncello, la solitudine diventa insonnia; lunghe ore passate a fumare e a versarsi caffè nero.

Per rendere le cose ancora più nere per Rosemary, nella seconda facciata s’insinua anche il blues: in I gotta right to sing the blues (resa celebre da Cab Calloway, Louis Armstrong e Benny Goodman) Clooney arriva a fantasticare il suicidio: “So che il mare profondo e blu presto mi chiamerà a sé”. Ma lo fa da intrattenitrice consumata, sembra scherzare e come per scherzo scivola in un altro classico di Cole Porter, Miss Otis regrets, un’altra canzone che sotto la patina brillante da night club anni trenta nasconde una storia di delitto passionale che porta la protagonista a finire linciata e impiccata. Il tour de force si conclude con Careless love, che suona quasi come una promessa di vendetta: “Questo mio cuore spezzato un giorno o l’altro riuscirà a spezzare il tuo”. Una minaccia tipica di tante canzoni pop di rivalsa, da These boots are made for walking di Nancy Sinatra a I learned from the best di Whitney Houston: oggi a me ma domani a te, e ti garantisco che non sarà piacevole.

Quando esce Thanks for nothing non viene apprezzato né dal pubblico né dalla critica, ma Rosemary Clooney non ha il tempo per dispiacersene: i suoi problemi personali prendono il sopravvento e sarà il suo ultimo album per più di dieci anni. Tornerà sulle scene a metà anni settanta e da allora non smetterà più di cantare dal vivo e di incidere album fino al 2002, l’anno della sua morte.

Rosemary Clooney
Thanks for nothing
Reprise, 1964

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