06 settembre 2021 13:51

I grandi sognatori della scrittrice statunitense Rebecca Makkai, uscito quest’anno per Einaudi, è un ambizioso romanzo sull’impatto che la crisi dell’aids ha avuto su un’intera generazione. È ambizioso perché le sue 536 pagine ricordano Guerra e pace con il loro continuo passare da una grande storia universalmente condivisa alle piccole storie di una folla di protagonisti, giovani avvocati, attivisti e creativi gay della Chicago di metà anni ottanta. I grandi sognatori è il racconto corale di una crisi, di una mostruosa ingiustizia sociale e di una presa di coscienza collettiva, ma soprattutto, con la sua narrazione in bilico tra gli anni ottanta e il 2015, fa luce sulle cicatrici che l’emergenza dell’aids ha lasciato sui corpi e sulle vite di chi è sopravvissuto.

Mentre lo leggevo quest’estate mi è tornata in mente Red hot + blue, una compilation del 1990 di pezzi eseguiti da vari artisti per raccogliere fondi a favore delle persone colpite da un’infezione che i mezzi d’informazione di tutto il mondo continuavano a chiamare “la peste dei gay”. Red hot + blue non era We are the world. Non era un generico charity album grondante buoni sentimenti e pieno di untuosi richiami alla generosità. Gli artisti che sceglievano di aderire al progetto si esponevano personalmente. Il 1990 è stato l’anno peggiore della crisi, ma anche quello in cui le associazioni lgbt di tutto il mondo hanno fatto sentire più forte la loro voce. Silence = Death, “Silenzio = Morte”, si leggeva sugli striscioni delle tante manifestazioni. Negli Stati Uniti, ricordiamolo, si moriva di aids in casa, spesso da soli, abbandonati da famiglie e amici, perché le assicurazioni sanitarie si rifiutavano di coprire le spese mediche delle categorie cosiddette a rischio. “È stato come aver passato sette anni in trincea”, dice Fiona, una delle protagoniste del romanzo di Makkai, “solo che nessuno ti darà mai una medaglia”.

Red hot + blue è nata dal lavoro di John Carlin, un avvocato del mondo dello spettacolo, che alla fine degli anni ottanta ha avuto la folle idea di realizzare una raccolta di canzoni di Cole Porter cantate dalle pop star del momento per raccogliere fondi da distribuire alle associazioni statunitensi più attive nel sostegno delle persone colpite dal virus dell’hiv. Da lì il nome della sua organizzazione non profit ispirato al titolo di un notissimo musical di Cole Porter del 1936, Red hot & blue. Oltre a essere il musical che conteneva la deliziosa canzone It’s de-lovely, Red hot & blue era la storia di un’esuberante ex manicure, Nails O’Reilly Duquesne, che s’inventava una lotteria benefica per la riabilitazione degli ex carcerati.

Quello che rende Red hot + blue un album memorabile e straordinariamente coeso per essere una compilation è proprio la scelta di Cole Porter, forse il compositore di canzoni più arguto, colto, geniale e profetico della storia dell’intrattenimento americano. È notevole come canzoni scritte tra gli anni venti e gli anni quaranta riescano a essere attuali e molto divertenti reinterpretate da rapper, cantautori e popstar dei primi anni novanta.

L’album si apre con I’ve got you under my skin che, affidata alla rapper Neneh Cherry, diventa una sorta di prologo. Si parte con un rap in cui Cherry parla di un virus che si propaga con la velocità di un battito di ciglia e che potrebbe annidarsi “under the skin”, sotto la pelle di ciascuno di noi senza che ne accorgiamo. Quella che cantata da Frank Sinatra era una sensualissima canzone d’amore diventa un inno al sesso sicuro. Neneh Cherry mantiene pochissimo del testo originale concentrandosi su un verso di Cole Porter in particolare: “Use your mentality, wake up to reality”, Usa la testa e svegliati.


La duttilità e la modernità delle canzoni di Cole Porter si adatta a stili diversissimi: il cantautore maliano Salif Keita riprende Begin the beguine, spogliandola del suo esotismo coloniale per riportarla in Africa. Annie Lennox accarezza con straordinaria sensibilità Ev’ry time we say goodbye, una canzone sul dirsi addio che nel contesto di una strage generazionale com’è stata quella dell’aids diventa particolarmente efficace. Gli U2 hanno gioco facile: scelgono una delle canzoni più memorabili di Cole Porter, Night and day, ma per non so quale miracolo riescono a non schiacciarla ma, anzi, la maneggiano con la delicatezza di un soffiatore di vetro di Murano. Sinéad O’Connor riprende la sensuale e sognante You do something to me, con un arrangiamento molto simile a quello della versione di Marlene Dietrich del 1939. A differenza di Dietrich però Sinéad la canta come se fosse una bambina incantata da una qualche magia, da quel “voodoo that you do so well”, quel vudù che sai fare così bene. Gli Erasure e Jimmy Sommerville ci portano in discoteca con una versione synth pop di Too darn hot e una rilettura disco di From this moment on, mentre i Jungle Brothers riescono a mescolare jazz e hip hop nel loro irriverente ma spettacolare riassemblaggio di I get a kick out of you. Deborah Harry e Iggy Pop rubano la scena a tutti con la loro interpretazione sgangherata e punk di Well did you evah!, una canzone resa famosa dal film High society del 1956. L’alta società di Iggy e Debbie è la New York sotterranea dei senza tetto, dei tossici e dei drogati in cui loro si aggirano come una versione stracciona e allucinata di Grace Kelly e Frank Sinatra.

k.d. lang con la sua impeccabile interpretazione di So in love ci riporta con i piedi per terra e trasforma la più classica delle canzoni d’amore in un’elegia collettiva per le persone scomparse. Quando canta di braccia che si stringono per abbracciare il vuoto e dice: “Tormentami, fammi male, ingannami, abbandonami ma io sono tua fino alla morte” si capisce che questa è una canzone per un grande amore che non c’è più. È proprio So in love che ci riporta al grande tema del romanzo di Rebecca Makkai: quello del vuoto, anzi dei vuoti da riempire oggi con il ricordo condiviso e ragionato di quello che è successo.

Artisti vari
Red hot + blue
Chrysalis, 1990