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La Georgia deve scegliere da che parte stare

Tbilisi, Georgia, 8 agosto 2022. I parenti di un militare georgiano ucciso durante la guerra del 2008 con la Russia per il controllo dell’Ossezia del Sud durante una cerimonia per il 14° anniversario del conflitto. (Vano Shlamov, Afp)

Attenzione: mentre scrivo questo articolo, il terrore russo imperversa in Ucraina, uccidendo persone ogni giorno. Mi vergogno di ogni mia parola che non chieda con forza la fine immediata di questa atrocità.

Di norma a Tbilisi, la capitale della Georgia, le estati sono estremamente calde, ma per qualche motivo tutti i miei lavori più importanti mi sono capitati in estate, e proprio a Tbilisi. Anche oggi ho scelto un bar con un giardino isolato, lontano dal rumore del traffico e con pochi clienti al mattino. Nel pomeriggio afoso, le mamme con i loro bambini amano rilassarsi all’ombra, godendosi il fresco del giardino. È proprio quello che è successo ieri: una giovane donna dai capelli chiari è entrata con i suoi due figli di dieci e dodici anni. Indossava abiti costosi e, sebbene io sia piuttosto ignorante in fatto di moda, è difficile non indovinare quanto abbia speso una persona quando la marca è scritta a caratteri cubitali sulla sua maglietta. La donna ha ordinato un gelato per i figli e un caffè freddo per sé, e poi ha chiesto alla cameriera la password del wifi. Questo ha messo fine alla mia tranquilla giornata nel mio bar preferito.

Con un inglese dall’accento georgiano, la cameriera le ha detto tranquilla che la password era “standwithukraine”. La mamma dall’aria rispettabile si è trasformata all’istante in un mostro mitologico: si è messa a gridare e a imprecare in russo, lingua che, purtroppo, conosco bene. A quanto pare, non parlando russo, la cameriera non è riuscita a capire quale fosse il problema, cosa stesse dicendo la donna o cosa la spingesse a strillare con così tanta rabbia. La donna si è fatta prendere da una crisi isterica, urlava che tutti la intendevano perfettamente, ma si rifiutavano di rivolgersi a lei in russo perché erano russofobi.

Dopo aver inveito per dieci minuti, il flusso di parolacce selezionate con cura si è placato e lei se n’è andata trascinandosi dietro i figli, mentre continuava a imprecare tra i denti camminando per strada. Il gelato fragola e cioccolato dei bambini e il suo caffè freddo sono rimasti intatti sul tavolo. Ma ben presto tre mosche si sono posate sul gelato.

Il trauma del 2008
È così che vive il mio paese mentre in Ucraina infuria quella dannata guerra. A colpo d’occhio la soleggiata Georgia, come la chiamavano in epoca sovietica, non è cambiata molto: almeno, i russi che oggi arrivano qui pretendono con ostinazione di trovare la stessa solnechnaya Gruzia dove si aspettano di essere accolti con il sorriso e un russo zoppicante dall’accento buffo.

Secondo i dati diffusi dal ministero dell’interno georgiano, tra marzo e aprile sono arrivati in Georgia 93.865 cittadini russi, pari al doppio dell’intera popolazione di Poti, la cittadina sulla costa del mar Nero dove sono nato. Da allora non sono state rese pubbliche altre statistiche, ma basta camminare per le strade delle città georgiane per avere la sensazione di trovarsi in una provincia russa. All’inizio, a febbraio e marzo, i russi erano prudenti, addirittura appiccicavano le bandiere ucraine alle borse e ai vestiti per dimostrare la loro dedizione alla causa, ma forse lo facevano per la propria incolumità. Ora quasi sempre esprimono il loro malcontento in modo più sfacciato se gli si ricorda l’Ucraina, il paese che nessuna persona sana di mente e con un po’ di decenza può dimenticare, date le circostanze.

Il mio tono un po’ affettato è frutto del senso di totale impotenza che si prova quando l’unica cosa che puoi fare è partecipare a sporadiche manifestazioni di protesta nella capitale

In che modo la Georgia è stata toccata dalla guerra in Ucraina? L’influenza è enorme e complessa, impossibile da descrivere in un breve articolo, soprattutto se si considera che non sono né un politico né un economista, ma solo uno scrittore qualsiasi. Comunque ci provo.

Innanzitutto, l’invasione russa dell’Ucraina ha riportato alla memoria la guerra del 2008 tra Georgia e Russia (per quanto possa sembrare insensibile o addirittura brutale, il sangue versato da mio cugino di 19 anni morto in quell’occasione non mi permette di usare un termine più politicamente corretto di “guerra”). In effetti, in seguito alla spietata invasione dell’Ucraina, la guerra dell’agosto 2008 è riaffiorata nella memoria collettiva dei miei concittadini. È tornato a galla un trauma ancora recente che non può essere nascosto o sradicato, anche se questa sembra essere una delle principali strategie del nostro governo.

Potrà sembrare banale, ma quando una persona vive nel proprio paese senza alcun desiderio di trasferirsi altrove e ama la propria patria, come me, ogni passo nella direzione sbagliata lascia una cicatrice profonda e provoca un dolore insopportabile. Questo può spiegare il mio tono un po’ affettato, frutto del senso di totale impotenza che si prova quando l’unica cosa che puoi fare è prendere parte a sporadiche manifestazioni di protesta nella capitale, e il tuo sistema nervoso a pezzi è costretto a constatare che chi ha il dovere di agire – cioè il governo georgiano – non fa nulla.

È successo anche questa volta. Siamo scesi in piazza a migliaia mentre le istituzioni georgiane (i cui leader ufficiali o ufficiosi hanno interessi economici diretti e criminali in Russia) non hanno fatto nulla, a parte rilasciare dichiarazioni di imbarazzante prudenza. A tratti abbiamo perfino messo da parte la cautela, costringendoci a chiedere pubblicamente scusa a gran voce al popolo ucraino per il nostro governo così vergognoso. Ma è una consolazione per chi più volte al giorno sente risuonare le sirene nell’aria, senza sapere se raggiungerà in tempo il bunker per mettersi in salvo?

I russi sono arrivati in massa e, sebbene all’inizio si siano presentati come rifugiati politici in fuga da Putin, oggi è evidente che i veri rifugiati sono pochi

Ovviamente, quando le istituzioni democratiche non sono libere, quando il governo non riflette la volontà generale della società, i social network si assumono il compito di informare il pubblico. Questo è particolarmente vero in Georgia, dove sui social imperversano accese discussioni e scontri verbali. Ma è comunque un’espressione della totale impotenza dei cittadini, o almeno di alcuni di loro, una prova della disperazione che deriva dalla consapevolezza di non poter far nulla per cambiare le cose. È allora che i cittadini esercitano un diritto che non gli è ancora stato negato: la libertà di parola. Tuttavia, come dice un antico proverbio, “il cane abbaia, e intanto la carovana passa”.

Tornando ai fatti: i russi sono arrivati in massa in Georgia e, sebbene all’inizio si siano presentati come rifugiati politici in fuga dal regime di Putin, oggi è evidente che i veri rifugiati sono pochi. La maggior parte di loro scappa dal disagio provocato dalle sanzioni europee e statunitensi. E perché no? In fondo è dai tempi dell’impero russo che considerano la Georgia come un paese esotico, soleggiato, con panorami meravigliosi e abitanti piuttosto fieri, un paese che non hanno mai considerato degno di indipendenza. Per loro era una piccola colonia dove alla fine del diciottesimo secolo avevano portato la civiltà, salvandola da altre minacce. Quindi non è una sorpresa se adesso ci sono dei russi – alimentati dagli stereotipi sulla Georgia veicolati da Puškin, Lermontov e altri scrittori russi – che gridano in faccia ai giovani georgiani perché non parlano la loro lingua, chiamandoli russofobi.

Sarebbe sbagliato pensare che io stia esagerando. Nella Georgia odierna è abbastanza comune che i russi “sfuggiti al regime di Putin” acquistino proprietà, registrino imprese e, soprattutto, chiedano spudoratamente che non gli si ricordi quello che sta succedendo in Ucraina. Sembra che non ne siano a conoscenza o non siano particolarmente preoccupati per la guerra in corso.

Ora vorrei fare un salto indietro nel tempo, a un’epoca molto precedente a questo conflitto. Ogni volta che parlavo con i miei colleghi europei, soprattutto tedeschi e francesi, dei rapporti tra russi e georgiani, percepivo il loro scetticismo. Ho colto i loro sguardi dubbiosi, come se volessero insinuare che soffrivo di russofobia, che ero in preda alla paranoia, e che le situazioni che descrivevo non erano poi così gravi. So benissimo che è praticamente impossibile spiegare la complessità di quei rapporti a chi non conosce il contesto.

Non bastano un paio di conversazioni per convincere qualcuno che dopo il 1801 la Georgia era diventata una colonia dell’impero russo. “Colonia” è proprio il termine corretto. Come si può descrivere una lotta lunga un secolo per preservare la propria lingua, che non solo non è imparentata con il russo o con altri idiomi slavi, ma non appartiene nemmeno al gruppo indoeuropeo? Sicuramente il mondo avrà sentito la propaganda putiniana sostenere che l’ucraino non è una lingua a sé, ma un dialetto russo. Io parlo perfettamente russo e posso affermare con decisione che l’ucraino è una lingua a sé stante, una lingua che l’impero ha combattuto senza successo per tanto tempo. La verità, miei cari lettori, è che la lingua ucraina è sopravvissuta.

Quando a febbraio la Russia ha invaso l’Ucraina, molti europei fino a quel momento scettici hanno cominciato a rendersi conto di qual era la verità. Hanno ammesso che la Russia rappresenta una minaccia reale per il mondo, e che io non soffro di russofobia. È tragico che ci sia voluta una catastrofe umanitaria di questa portata per convincerli, che sia stato necessario un numero così impressionante di vittime per fargli comprendere la verità. Mi sono preso una breve pausa dalla scrittura e ho controllato i social network. Le agenzie di stampa georgiane stavano pubblicando le immagini del funerale di Liza, una bambina di quattro anni uccisa durante i bombardamenti a Vinnytsia. La guerra continua, senza che se ne veda la fine, e se abbiamo imparato una lezione amara, se abbiamo trovato il coraggio per guardare in faccia la verità pagando un prezzo così disumano, abbiamo il dovere di ricordarlo bene per non cadere nella nostra zona di comfort.

Ma la realtà è che la gerarchia delle notizie è cambiata sia in Europa sia in Georgia: quello che succede in Ucraina non è più in primo piano, o meglio, viene enfatizzato meno rispetto ai primi mesi dell’invasione.

La Georgia sta per affrontare un momento decisivo. Per ottenere lo status di paese candidato all’ingresso nell’Unione europea, deve soddisfare una vasta gamma di criteri e di richieste. Il mio paese si trova di fronte a una scelta cruciale. O il governo in carica rinuncia ai suoi legami e ai suoi interessi in Russia, abbandona la sua retorica apertamente filorussa e interviene in modo adeguato nella giusta direzione, oppure resteremo dove siamo stati per oltre duecento anni: nella cloaca del grande impero russo.

Mi prendo la piena responsabilità per aver scelto una parola così volgare. In realtà, ho cercato di tenere a freno la mia indignazione, la mia furia e il mio sdegno per evitare che le mie emozioni si riversassero sulla pagina, e far sì che questo articolo risultasse il più moderato possibile. Altrimenti si sarebbe trasformato in un disperato lamento senza fine, carico di sofferenza e privo di contenuti significativi.

Scrivo questo pezzo nel luglio del 2022. Ancora una volta, la Georgia soffre a causa della Russia quasi fosse una malattia virale cronica che non può essere completamente debellata. Eppure, è possibile tenerla sotto controllo utilizzando una terapia adeguata. E intanto, mentre scrivo che la password del wifi in un bar di Tbilisi è standwithukraine, la gente in Ucraina muore. Non posso fare altro. Mi dispiace, Ucraina.

(Traduzione di Davide Musso)

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Voxeurop. Fa parte della serie La guerra alle porte.

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