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L’arte del fumetto è andata in mostra a BilBolBul

Aâma. (Frédérik Peeters, Bao Publishing)

È tornato uno dei festival più originali, se non il più originale e culturale, del fumetto italiano, il bolognese BilBolBul (2-5 dicembre 2021), giunto alla sua quindicesima edizione. Di appuntamenti meritevoli ce ne sono tanti, ma che dialoghino con l’arte contemporanea, sottolineando e ragionando sui confini del fumetto con essa, oltre che sul fumetto stesso, come riesce al festival diretto da Emilio Varrà e dall’associazione Hamelin, è davvero raro.

Dopo la quasi sospensione dell’anno scorso, sostituita da un’edizione più ristretta e soprattutto virtuale, è stato quindi un vero piacere ritrovarsi già nella prima giornata all’accademia di Belle arti di Bologna dove si è ragionato fino a sera sul graphic novel in questo paese. Il titolo dell’incontro, “Ieri, oggi, domani. Vent’anni di graphic novel in Italia”, dice molto sui temi di cui hanno discusso autori, critici ed editori come Igort, Daniele Brolli, Fumettibrutti, Elettra Stamboulis, Enrico Fornaroli, Matteo Stefanelli, Alessandro Bilotta (lo sceneggiatore di Mercurio Loi), Alice Milani, Sara Colaone, Daniele Barbieri, Otto Gabos, Paolo Bacilieri, ma anche il francese David B – che vive da anni a Bologna ed è sposato con un’italiana – e con qualche assente dell’ultima ora, ma pienamente giustificato, come Vanna Vinci che ha però inviato una dichiarazione.

Bologna è stata infatti la fucina del graphic novel in Italia, perché qui sono nate molte delle case editrici che lo hanno determinato, a cominciare da Coconino press, fondata nel duemila da Igort con altri. Sono emerse varie idee e linee, espresse con chiarezza anche per il pubblico. Tra queste la questione della marginalizzazione delle autrici nel passato. Confutata da Daniele Brolli, che ha ricordato come fossero già tante negli anni settanta e ottanta, anche se, va detto, non maggioritarie o numericamente paritarie. E aggiungiamo che la percentuale inevitabilmente si abbassa quando si passa ai maestri o maestre del fumetto: tra le poche figura certamente Claire Bretécher, la geniale autrice dei Frustrati, che però sapeva essere universale e poco gender. Meno maestre dei maestri, quindi, le autrici notevoli erano comunque molte: da Anna Brandoli fino a Cinzia Ghigliano, passando per Grazia Nidasio, per citare tre italiane. Tuttavia per loro emergere a quei tempi non è stato sempre facile.

A sinistra, Katarzyna Miechowicz; a destra, Bim Eriksson. Dalla mostra Invisible lines.

Ma prima di proseguire vogliamo dire che vorremmo vedere un maggior impegno da parte del comune di Bologna, verso questo festival ormai storico e dal taglio unico, nato quando Sergio Cofferati era sindaco del capoluogo emiliano. Per una ragione o per l’altra, sono stati soppressi molti elementi che davano visibilità e centralità al festival sia verso i visitatori sia verso la cittadinanza: dalla collocazione un tempo primaverile e ora invernale alla scomparsa dei pannelli espositivi in piazza Maggiore, passando per l’eliminazione della prestigiosa sede del Museo archeologico, che ospitava le esposizioni dedicate ai maestri del fumetto, fino alla scomparsa, quest’anno, dell’abituale punto di ritrovo, informativo e di bookshop in sala Borsa, situata anch’essa in piazza Maggiore e ora nel ben meno centrale spazio Das (Dispositivo arti sperimentali), per quanto ben allestito. Quali che siano le ragioni, i problemi, alla base di queste scelte, non possiamo non rilevare la progressiva deriva e il fatto che nulla di realmente compensativo sia stato messo in campo.

Questo non ha impedito al festival di essere anche quest’anno un successo e di avere lunghe code alle inaugurazioni delle esposizioni collocate all’accademia di Belle arti e soprattutto in gallerie di privati (alcune di queste hanno una durata più lunga di quella del festival e in tal senso invitiamo ad andare sul sito per verificare) e le sale piene di pubblico per i colloqui o gli incontri con gli autori. In totale ci sono stare nove mostre principali, venticinque incontri, ventiquattro mostre Off. In questo successo hanno sicuramente giocato un ruolo significativo le autrici, soprattutto le più giovani. Oggi si ha l’impressione che siano alla pari sul piano quantitativo, forse addirittura maggioritarie, anche se è difficile effettuare con precisione uno stato dei luoghi, tenendo conto che le scuole del fumetto e di arti visive di tutto il mondo cambiano continuamente i numeri.

A sinistra, Lontano di Gabriella Giandelli, edito da Canicola. A destra, un’opera del collettivo Uhuru Republic.

Certamente questo è particolarmente vero per l’esposizione Invisible lines (un progetto cofinanziato dal programma Europa creativa dell’Unione europea in collaborazione con Institut français Italia, Czech literary centre, Goethe institut Roma, accademia di Belle arti di Bologna), che vede, sui dodici talenti provenienti da tutta Europa, la presenza di soltanto tre uomini. Il restante sono tutte autrici. Bellissima l’esposizione all’accademia di Belle arti, che consente di apprezzare le tavole originali delle belghe Lode Herregods e Lisa Ottenburgh, delle polacche Barbora Satranská e Katarzyna Miechowicz, dell’architetta franco-brasiliana Clara Chotil, della tedesca Mia Oberländer, dell’italiana Elena Pagliani, della Ceca Lucie Lučanská. Dal passeggiare per il bosco di Brumov, in Repubblica Ceca, per indagare le mutazioni del paesaggio e cosa comporta per chi vi abita, al raccontare le rifugiate e i rifugiati del centro di accoglienza Bernanos di Strasburgo, emerge una forte capacità di trasfigurare le forme della realtà e in particolare le architetture. Senza dimenticare la svedese Bim Eriksson, di cui Internazionale nel numero attualmente in edicola propone la sua escursione veneziana con una Cartolina da Venezia.

Ma anche gli uomini, pochi ma ottimi, si sono ben difesi: dal francese Léopold Prudhon, una delle rivelazioni di questo festival che ha pubblicato di recente un libro per la francese l’Association, all’italiano Marco Quadri, collaboratore di testate prestigiose quali il New Yorker, passando per Omar Cheikh, diplomato in cinema d’animazione e illustrazione alla Scuola del libro di Urbino. Va ricordato che il percorso di questi giovani autori è stato accompagnato da Stefano Ricci, uno dei più significativi artisti del fumetto e dell’illustrazione e ben noto ai lettori di Internazionale, dal francese Yvan Alagbé, con origini famigliari dal Benin, altro importante autore di cui Canicola edizioni ha editato nel 2019 il fondamentale Negri gialli e altre creature immaginarie (Internazionale ne pubblicò un ampio estratto), e dall’illustratore e designer Juraj Horváth delle edizioni Baobab, mentre l’esposizione è stata curata da Hamelin insieme a Elena Pagliani. Notevoli, anche per la qualità dell’edizione, i due volumi editi in quest’occasione, Comic pilgrims, edito da Baobab, e Invisible lines, edito invece da Squadro edizioni grafiche nella collana Sigaretten. Raccomandiamo al lettore l’acquisto di questi due gioielli nascosti e a tiratura limitata.

Giorni felici.

Notevolissima l’esposizione di Zuzu. Appena giunta al suo secondo libro, non è soltanto una rivelazione in quanto autrice, ma in quanto nuovo astro del fumetto tout-court. Proprio alla galleria d’arte Squadro da cui derivano le omonime edizioni, sono ospitate le tavole originali del suo nuovo libro Giorni felici (Coconino press), uno dei migliori dell’anno. Dopo aver sorpreso tutti con Cheese, la sua opera d’esordio, ora rilancia con un libro lungo oltre il doppio e tutto a colori. Del gran bene che pensiamo di questa festa del colore (e di molto altro), abbiamo scritto nella nostra rubrica per la rivista cartacea. Non sono però meno interessanti le altre esposizioni che vi lasciamo scoprire qui.

Importanti anche gli incontri con gli autori. Parla molto bene e con profondità di sguardo su vita e lavoro una maestra del fumetto, e non soltanto dell’illustrazione, come Gabriella Giandelli, da anni collaboratrice del nostro giornale, ma da un po’ troppo tempo assente con i suoi racconti. Ogni suo disegno, anche il più piccolo, e in maniera in parte misteriosa, esprime un sentimento profondo, dolce, anche se magari triste o malinconico. Come parla con profondità lo statunitense Anders Nilsen nei suoi colloqui (nel secondo era presente anche David B a fargli domande). Autore di alcune cartoline per Internazionale nello spazio di graphic journalism, è uno dei grandi poeti del fumetto internazionale della nuova generazione. Il suo Big questions – “uno dei graphic novel più importanti dell’ultimo decennio”, per dirla con il comunicato stampa del festival – è stato presentato in anteprima al festival da Eris edizioni che lo manderà in libreria a gennaio. Se fosse uscito quest’anno lo avremmo eletto a graphic novel dell’anno, ma è in ottima posizione anche per il 2022.

Lo svizzero Frédérik Peeters, autore del manifesto di quest’anno di BilBolBul, è un disegnatore pop, come umilmente ama definirsi, che lavora con profondità sull’inconscio e, all’interno dell’architettura del sistema dei generi (fantascienza, poliziesco, western), parla di questioni gravi: la malattia, la morte, le disgrazie. Ma anche delle piccole-grandi felicità della vita; il francese Antoine Cossé, che racconta la realtà come fosse una magia, mediante un segno morbido fatto di macchie voluttuose e sottrazione grafica sapientemente gestita; tutti gli incontri su Invisible lines a cui ha partecipato un autore di primo piano come Manuele Fior. Incontri ora tutti online qui.

Linee invisibili, astrazione, sottrazione grafica. Storicamente, molta dell’essenza del fumetto sta qui. Come dimostrano le grandi esposizioni sui maestri del fumetto (memorabile quella del 2019 dedicata al gigante argentino Alberto Breccia). Quest’anno per la prima volta assenti, ma con la fervida speranza di ritrovarle l’anno venturo.

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