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Gigi la legge è una commedia sulla nostra vita surreale

Gigi la legge. (Okta Film)

Il friulano Alessandro Comodin, ora al suo terzo lungometraggio, sorprende davvero con Gigi la legge, una “commedia documentaria”, come la definisce la distribuzione, presentata in concorso al festival di Locarno dove ha vinto il premio speciale della giuria e ora in lizza per i Nastri d’argento 2023.

Molto divertente, piacevolissimo alla visione, piuttosto breve (novanta minuti la durata), un “ufo” da non mancare malgrado i tanti bei titoli ora in sala, il film si presenta tuttavia in modo sommesso, modesto e apparentemente meno impostato sul poetico, l’esotico-arcaico e l’astrazione rispetto alle opere precedenti del regista, per via di una forma molto concreta. Nondimeno la pellicola rivela un corpo-attore estratto dalla realtà più prosaica e tuttavia vettore di una forma di surrealtà. Ma è solo apparenza.

Siamo nel nordest italiano più chiuso su se stesso – sempre dalle parti dov’era ambientato un altro film di Comodin, L’estate di Giacomo (2011) – ma nel pieno dell’estate, dell’esplosione della luce e dei colori della natura. Il Gigi del titolo è un vigile della polizia locale – interpretato da Pier Luigi Mecchia, vigile anche nella vita. Gigi è all’antitesi di una mentalità fondata sulla “sicurezza” e forgiata sulla paura: è fuori della norma rispetto ai suoi colleghi, è ben intenzionato verso la propria comunità, esuberante di umanità e comunicativa. E prende tutto con filosofia.

Voci fuori campo
È un vigile di campagna che non esercita la sua professione in un ambiente rurale, in un villaggio dalle costruzioni arcaiche, ma in un susseguirsi di casette e villini nel verde della natura. Vive una monotonia asettica, rotta e umanizzata solo dal suo buonumore straripante e dal suo umorismo, con cui affronta un capo sempre in cerca di un pretesto per opprimerlo. Tutto questo lo apprendiamo gradualmente, attraverso le comunicazioni radio della sua auto di servizio. Gran parte del film, infatti, è ambientata nell’auto di Gigi e nei luoghi che raggiunge con la vettura. I protagonisti sono Gigi, una voce fuori campo e ogni tanto qualche collega, spesso donna. Così com’è fuori campo il vicino di Gigi, che tanto ha da ridire sul suo giardino incolto, lussureggiante, quasi esotico e con cui si apre il film. È un dialogo surreale che sembra un monologo stralunato, nonostante il botta e risposta. All’apparenza, sembra quasi che a parlare sia un matto ventriloquo. Perché appunto il suo interlocutore dall’inizio alla fine resta fuoricampo.


Il fuoricampo, come già detto da molti, è l’asse portante del cinema di Comodin e in Gigi la legge lo è più che mai. La lunga sequenza d’apertura a cui abbiamo accennato ne è l’assunto, una sorta di prologo che enuncia il resto del film.

Se tutto sembra ben definito, chiaro come la luce espressa dalla bellissima fotografia naturalistica che trova il suo apogeo grazie al clima estivo e alla luminosità quasi abbacinante che ne deriva, questo in realtà è solo apparenza. L’ambiguità regna. Ed è per questo che il film passa facilmente, come già detto, dalla realtà a una sorta di surrealtà, prima ancora che al surreale. Surrealtà nel senso che le situazioni ben reali rappresentate se guardate con occhio attento hanno intrinsecamente qualcosa di assurdo e irreale, ma al regista riesce il paradosso di farlo percepire per mezzo di un registro visivo impregnato di reale, fino al punto di creare una sorta di dimensione di super-realtà quotidiana — circoscritta, circolare, e quindi molto densa – che fiorisce al surreale. Perché in definitiva gli riesce molto bene anche quel che i surrealisti si proponevano: l’onirismo, il sogno e l’inconscio umano erano i rivelatori della realtà, del suo livello più profondo e vero. E Comodin riesce a farti passare dal reale prosaico, se non banale, al surreale e poi ancora all’onirico, con mano maestra quasi senza soluzione di continuità, con assoluta naturalezza, come se il confine tra di essi fosse in verità molto labile, come se uno strato sottile quasi inesistente separasse queste dimensioni che il regista lacera con nonchalance.

Eterno giorno della marmotta
La sua è la rappresentazione di un mondo piccolo e grande al contempo: provinciale all’ennesima potenza eppure universale perché in fondo la provincia, come già ai tempi di I vitelloni (1953) di Federico Fellini ma è più vero ancora con quella di oggi perché globalizzata nella sua uniformità, è grosso modo universale nei suoi ambienti uniformi fatti di villini indistinguibili o centri commerciali, nella sua omologazione così come nelle sue paure ossessive – mancano solo gli extraterrestri – anche se qui, contrariamente alla provincia statunitense, è davvero tutto tranquillo. Un mondo dalla calma piatta quasi assoluta. Un mondo in permanente attesa – fuoricampo, ancora una volta, ma chiaramente percepibile dallo spettatore – di una catastrofe incombente come un grande incendio, una grande siccità, un’invasione di cavallette o di altri insetti dannosi per l’agricoltura, oppure ancora di un fatto grave come un omicidio o pluriomicidio, o addirittura di una serie infernale di terribili rapine da parte di meridionali o di immigrati. Ma nulla avviene.

È invece un piacevolissimo, eterno giorno della marmotta, per citare Ricomincio da capo (1993), lo splendido film di Harold Ramis con Bill Murray. E non cambia il discorso che nei primi minuti si parli dei resti umani ritrovati dai vigili nei pressi di un passaggio a livello – resti beninteso rigorosamente lasciati fuoricampo – perché il film relega velocemente all’oblio questo avvenimento. Quello che conta veramente sono le erbacce bruciate che ovviamente non vediamo mai. Forse perché questa volta inesistenti. Falso allarme, se mai di allarme si può parlare.

Ma siamo certi che il film limiti alla provincia o al nordest la sua visione? Siamo certi che allargando il discorso non si potrebbe pensare anche a Roma? Per esempio a Campo de’ Fiori e alle notti della “movida” esageratamente mediatizzate, dimenticando troppo facilmente quello che era la piazza negli anni settanta, con i drogati sballati vicino al cinema Farnese. O dimenticando che in quegli stessi anni si aveva paura di girare a Carnevale perché i fascisti riempivano di segatura i manganelli di plastica. In realtà Campo de’ Fiori e il Carnevale sono oggi molto più sicuri di un tempo. Il problema di creare ad arte paure inesistenti o delle paure esagerate, e poi di farle sparire una volta vinte le elezioni, è stata la grande impresa delle destre populiste negli ultimi trent’anni. Qui siamo arrivati al massimo del fuoricampo del film, perché la verità è che Gigi la legge è anche un vero film politico, molto fine seppur discreto. Umile ma preciso.

Il capo dei vigili, il vicino di casa la cui voce trapassa la vegetazione avvolta nella notte, il tizio in bicicletta che non riusciamo mai a vedere realmente in volto ma che Gigi sembra convincersi nasconda invece qualcosa nello scetticismo assoluto non privo di ragionevolezza della collega, costoro non compaiono mai. L’eccezione è la ragazza nuova del centralino che con la sua freschezza, la sua empatia e la sua semplicità, e non solo con la sua bellezza e giovinezza, si fa Rivelazione dell’umanità, della dimensione umana. Perché il microcosmo di Comodin è un luogo dell’intimo filmato placidamente con tono altrettanto intimo. Un luogo fisico che si fa luogo della mente. E dunque se il suo cinema è sempre familiare – Gigi il vigile è un suo parente – la famiglia è tuttavia qui intesa nel suo senso migliore: parte da un nucleo di base e poi lo allarga sempre più a seconda degli incontri, che è notoriamente la maniera di procedere nelle riprese di Alessandro Comodin, sempre alla ricerca dell’umano, sempre a cercarlo e a (ri)trovarlo. Il suo è un cinema umanista che attraversa la dimensione insensata della civiltà postmoderna alla ricerca dell’umanesimo perduto al fine di restituirlo.

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