11 agosto 2022 16:12

Il Concorso internazionale di questa settantacinquesima edizione del Locarno film festival ha offerto un buon numero di titoli significativi e almeno due “ufo”, cioè due oggetti volanti non identificati, due pellicole fuori da ogni format del cinema d’autore.

La prima è del maestro russo Alexander Sokurov, un regista profondamente affezionato al festival come dimostra il delizioso cortometraggio autobiografico che ha realizzato per la serie Postcards from the future, concepita appositamente per Locarno e proiettata ogni sera in piazza Grande. Ha incantato, oltre che per la sua grande umanità, con il suo nuovo lungometraggio, breve ma folgorante.

Un potere autoreferenziale
Il film in questione è Skazka (Fairytale), che in appena settantotto minuti di durata ci trasporta in una dimensione “altra”: un limbo-sala d’attesa per il paradiso o gli inferi in cui deambulano Josif Stalin, Benito Mussolini, Adolf Hitler, Winston Churchill, con brevi apparizioni di Napoleone e di un Gesù Cristo piuttosto sconsolato. Sullo sfondo di queste animazioni digitali, fatte di materiali di repertorio di straordinaria qualità, scorrono strane scenografie, fondali nebbiosi dove predominano figurazioni à la Piranesi, visioni carcerarie di un mondo che fu (grande).

Spesso bisbigliate, queste voci sono gli echi dei pericolosi e malati egomaniaci che vediamo sullo schermo. Ma qui sono soli, in preda al loro sé e al contempo prede dei loro sé: un mondo di ectoplasmi perennemente autoreferenziali e che perciò si perdono nell’autoreferenzialità alla quale (si) sono condannati da soli. Già questa sembra una punizione, un inferno. Anche perché gli Stalin, i Mussolini e altri sono tanti e poliedrici. Ciascuno con il proprio look, si danno man forte a vicenda. E nondimeno sono risibili, se non avessero prodotto tanta sofferenza. Sofferenza di cui sussistono, anche qui, ampi echi visivi. Ma tra le righe l’autore sembra evocare come questo sia stato, e sia tutt’ora, una sorta di rapporto sadomaso tra i popoli e i loro idoli-carnefici.

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Così, dopo i film su Hitler, Lenin e l’imperatore giapponese Hirohito, questo è l’ennesimo lavoro che il regista dedica alla follia idiota del grande potere, soprattutto quello della prima metà nel novecento. Qui i protagonisti sono ridotti a una specie di emissioni radiofoniche più o meno fioche, sempre più flebili, provenienti da un’altra dimensione. I frammenti dei loro discorsi e delle affermazioni appaiono così nella loro vacuità, sebbene il regista riesca a farne materia poetica. Impossibile dire se siamo in un film-sogno o un film-incubo: la seduzione poetica e l’angoscia che suscita la presenza di queste figure(i) sono sentimenti che si rincorrono dall’inizio alla fine. E rendono manifesta la schizofrenia endemica, o quantomeno la dualità, dei protagonisti. Come nel caso di Churchill: solo uno dei tanti Winston che vediamo sarà ammesso in paradiso. È un mondo quasi trash questo purgatorio-limbo, e solo la raffinatezza e l’interrogazione alta ed etica dell’autore impedisce che lo sia davvero.

Coraggioso e anticonformista come sempre, Sokurov sembra maliziosamente parlare del passato per riferirsi del presente, compreso quello di casa sua, la Russia. Ma parla anche dell’arte e del cinema stesso, ricollegandosi ad altri suoi importanti lungometraggi come Arca russa (sull’Hermitage di San Pietroburgo), Faust, Francophonia (sul Louvre durante l’occupazione nazista). Il cinema in fondo è fatto di ectoplasmi proiettati al buio su un grande schermo che svaniscono con la luce, come quei demoni-ectoplasmi della storia umana che vediamo qui. Deambulano senza fine e senza pace, pronti a dissolversi nel nulla del biancore divino.

Nel profondo nordest
All’opposto, il secondo film “ufo” di questa edizione, e non solo del Concorso, è Gigi la legge di Alessandro Comodin, anch’esso piuttosto breve (novanta minuti) e che si presenta in modo sommesso, modesto. Ma questo terzo lungometraggio del regista friulano è stato acclamato dal quotidiano francese Libération come uno dei titoli più originali e interessanti proposti quest’anno da Locarno. Apparentemente meno impostata sul poetico, l’esotico-arcaico e l’astrazione rispetto alle opere precedenti del cineasta, per via di una forma molto concreta, divertente e piacevole alla visione, la pellicola rivela un corpo-attore estratto dalla realtà più prosaica e tuttavia vettore di una forma di surrealtà. Ma è solo apparenza.

Siamo nel nordest italiano più chiuso su se stesso – sempre dalle parti dove era ambientato un altro film di Comodin, L’estate di Giacomo (2011) – ma nel pieno dell’estate, dell’esplosione della luce e dei colori della natura. Il “Gigi” del titolo è un vigile della polizia locale – interpretato da Pier Luigi Mecchia, vigile anche nella vita – quest’ultima figlia della paranoia ed ossessività leghista, prodotto di una mentalità fondata sulla “sicurezza” e forgiata sulla paura. Ma al contempo è l’antitesi di tutto ciò: Gigi è fuori dalla norma rispetto ai suoi colleghi, è ben intenzionato verso la propria comunità, esuberante di umanità e comunicatività. E prende tutto con filosofia.

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È un vigile di campagna che non esercita la sua professione in un ambiente rurale, in un villaggio dalle costruzioni arcaiche, ma in un susseguirsi di casette e villini nel verde della natura. Vive una monotonia asettica, rotta e umanizzata solo dal suo buonumore straripante e dal suo umorismo, con cui affronta un capo sempre in cerca di un pretesto per opprimerlo. Tutto questo lo apprendiamo gradualmente, attraverso le comunicazioni della radio interna della sua auto di servizio. Gran parte del film, infatti, è ambientata nell’auto di Gigi e nei luoghi in cui lo porta la vettura. I protagonisti, infatti, sono Gigi, una voce fuori campo e ogni tanto qualche collega, spesso donna. Così com’è fuori campo il vicino di Gigi, che tanto ha da ridire sul suo giardino incolto, lussureggiante, quasi esotico e con cui si apre il film. È un dialogo surreale che sembra un monologo stralunato, nonostante il botta e risposta. All’apparenza, sembra quasi che a parlare sia un matto ventriloquo.

E si avverte un’ambivalenza, seppur minima, in Gigi. Il suo parlare può forse risultare a tratti fastidiosamente mieloso, più spesso suadente, accattivante e soprattutto musicale. Così, in questo mondo da sorvegliare ma dove in realtà non succede niente, in cui si viene chiamati per un presunto fuoco di erbacce e non si trova assolutamente niente, è proprio la vuota circolarità senza fine, questo limbo-purgatorio avvolto nel verde, questa eterna giornata della Marmotta – ma senza la comunità in festa di Bill Murray in Ricomincio da capo – a creare il dramma: i suicidi frequenti sotto ai treni sui quali Gigi si mette ad indagare, spinto dalla perplessità verso un personaggio strambo che si aggira nei dintorni. Reale percezione o ennesima, piccola paranoia che contagia perfino il protagonista?

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Certo è che l’alienazione produce i mostri. Mostri piccoli, ma con conseguenze pesanti – e qui siamo al massimo livello del fuori campo – sul piano politico, locale e nazionale. Come in una rivisitazione del deserto dei tartari di Buzzati, in cui il nemico non arriva mai. Ma qui il registro è minimale, ai limiti del teatro dell’assurdo e nondimeno colto dalla materia stessa del reale. L’alienazione diventa astrazione, una sensazione di straniamento foriera di fantasia e interiorità. Fuori da ogni format proprio come il suo protagonista, Gigi la legge è un film teorico senza esibirlo, intriso di una naturalezza e di una semplicità davvero umana, anche se a ben vedere siamo in quella semplicità che cela una raffinata complessità e una reale profondità.

Alessandro Comodin è uno degli esponenti della nuova leva di cineasti italiani contigua al documentario di poesia o alle (video)installazioni – quella dei Michelangelo Frammartino, Pietro Marcello, Alice Rohrwacher – che guarda all’arcaico e a una sorta di fiaba per raccontare la modernità, ma con la capacità di essere anche diretti e dunque pronti ad allargare il proprio pubblico. Qui ha realizzato un piccolo miracolo: un film d’autore unico sul piano internazionale, che si presta non solo alla realizzazione di un seguito, ma anche a quello di una miniserie televisiva. Facciamo un appello perché trovi rapidamente una distribuzione italiana: Gigi è un piedipiatti che buca lo schermo e si fa amico lo spettatore.