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Nazionalisti in nome di dio ma senza il papa

Geert Wilders, leader del Partito per la libertà olandese, Matteo Salvini, Marine Le Pen, leader del Rassemblement national, e, dietro Le Pen, Jörg Meuthen, di Alternativa per la Germania, a Milano il 18 maggio 2019. (Francesca Volpi, Bloomberg via Getty Images)

Alla fine il leader della Lega Matteo Salvini, tra un rosario e un’invocazione alla Madonna, l’ha dovuto urlare chiaro e tondo dal palco della manifestazione di Milano in piazza Duomo, il 18 maggio: “Qui non ci sono fascisti!”. È una vecchia regola non scritta della comunicazione che quando si associa una parola controversa a un partito o a un leader politico, quel che conta non è tanto il contesto e il senso dell’affermazione, quanto il fatto stesso che venga pronunciata: è la spia, il segnale, che un problema esiste. In sintesi: la lingua batte dove il dente duole.

Salvini, del resto, deve aver sentito il peso crescente di quel termine che gli veniva scagliato addosso di continuo, quel paragone sempre più frequente tra i suoi slogan e quelli del fascismo italiano tornato a essere, almeno in parte, motivo di imbarazzo dopo lunghi anni di progressiva riabilitazione storica e ideologica.

Non è stato quindi un caso se, nel medesimo periodo, un leader spirituale mondiale come papa Francesco abbia più volte paragonato l’ondata nazionalista e populista che percorre oggi l’Europa con il periodo tra le due guerre del secolo scorso, cioè la crisi economica mondiale, la Repubblica di Weimar, l’avvento e il consolidamento del fascismo e del nazismo in Italia e in Germania. Il parallelo è tornato recentemente anche nel colloquio tra il papa e i vescovi italiani riuniti in assemblea in Vaticano. Da sottolineare che Francesco per biografia – ha 82 anni – è un testimone diretto di quell’epoca, sia pure da un punto di vista particolare, l’Argentina, ma pur sempre cresciuto all’interno di una famiglia di migranti italiani.

Il problema di un rapporto stretto tra simboli cristiani e neoautoritarismo non è solo italiano

Bergoglio, insomma, è preoccupato – e non lo nasconde – per l’ascesa in Europa di movimenti nazionalisti di destra, in Italia fiancheggiati o accompagnati da organizzazioni di estrema destra come Forza Nuova o Casa Pound, identificati come il veleno che può corrompere lo spirito europeo, le sue fondamenta umanistiche, cristiane e democratiche. A ciò si aggiunga che, per la Santa Sede, il nemico in un certo senso è in casa. Se Salvini è capace di baciare il rosario o il crocifisso, il capo riconosciuto del fronte sovranista, l’ungherese Viktor Orbán, si dichiara cattolico nonostante i fili spinati eretti ai confini, la distanza dal magistero sociale della chiesa, la progressiva demolizione del sistema democratico e del welfare nel suo paese. Il suo stesso partito, Fidesz, è stato sospeso dal Partito popolare europeo (Ppe, il quale però non ha trovato l’accordo al suo interno per una misura più drastica come l’espulsione).

D’altro canto non va nemmeno dimenticato che durante il comizio milanese Salvini, sempre più leader totale – religioso oltre che capo della Lega, ministro dell’interno e vicepremier – ha scandito: “Affido l’Italia, la mia e la nostra vita al cuore immacolato di Maria che sono sicuro ci porterà alla vittoria”. Il problema di un rapporto stretto tra simboli cristiani e neoautoritarismo non è solo italiano: anche il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, la cui visione antidemocratica del potere e della società è fonte di preoccupazione a livello internazionale, ha partecipato a una cerimonia di consacrazione del Brasile al cuore immacolato di Maria. Al rito era presente un vescovo, monsignor Fernando Rifan, amministratore apostolico del gruppo ultratradizionalista di San Giovanni Maria Viennay, organizzazione rientrata, a differenza dei lefebvriani della Fraternità di San Pio X, in comunione con la chiesa di Roma.

Il riferimento al cuore immacolato di Maria non è inedito: in passato utilizzato in funzione anticomunista (nel 1948 miracoli e madonne piangenti si susseguivano da una parte all’altra d’Italia per cercare di frenare l’ascesa del Fronte popolare), adesso viene brandito in una prospettiva antiglobalista e antidemocratica. La vera novità è che oggi la Santa Sede si trova sul versante opposto, decisamente schierata contro questa commistione tra religione e politica abilmente creata per finalità ideologiche. Negli ultimi decenni del resto, almeno tre papi si sono uniti ad alcuni leader musulmani per condannare un uso strumentale e violento di dio, in nome del quale si scatenavano guerre e attentati terroristici, fomentando l’odio tra i popoli e le tradizioni religiose. L’obiettivo di quegli appelli è sempre sembrato in primo luogo l’islam fondamentalista, l’islam politico estremista, ma era anche il George W. Bush delle nuove “crociate” seguite all’11 settembre 2001; da qualche tempo questo appello è stato esteso a numerose leadership politiche in tutto l’occidente.

Negli interventi pubblici di leader come Salvini o Bolsonaro, pieni di riferimenti cristiani, “c’è sicuramente una sfida al papa, e c’è anche la volontà di porsi come leader religiosi”, spiega a Internazionale la teologa e biblista Marinella Perroni, docente al Pontificio ateneo di Sant’Anselmo. “Sono affermazioni che servono per giustificare e avallare determinate scelte: Bolsonaro distruggerà l’Amazzonia, ma la distruggerà sotto il manto celeste di Maria”. Tuttavia non bisogna meravigliarsi troppo, continua, “è sempre stato così: sono stati compiuti i più grandi orrori in nome della croce tramutata in spada”. Dunque, l’uso funzionale o politico della fede non è un fatto nuovo, anzi, è una costante della storia anche di quella più recente. “In fondo – rileva la studiosa – in questi richiami alla fede possiamo leggere un tentativo di consacrazione del leader, una sorta di unzione del capo carismatico. Non capisco perché ci stupiamo, sono cose che succedevano fino all’altro ieri”. “Il problema più drammatico è quello di avere un ministro che porta la guerra civile nelle piazze del paese, questo è il nodo politico ed etico serio. Salvini è riuscito a spaccare l’Italia con l’intolleranza, dopo di che si riproporrà come capo carismatico che ricuce l’unità sotto il cuore immacolato di Maria: non so come potrà riuscirci”.

Opposizione in Vaticano
Ma c’è appunto una differenza rispetto al passato: il papa è un fiero oppositore di questa deriva, la contestazione di nazionalismo e populismo da parte di Francesco è stata aperta e reiterata: ancora il 2 maggio scorso, di fronte alla Pontificia accademia delle scienze sociali, Bergoglio affermava: “La chiesa ha sempre esortato all’amore del proprio popolo, della patria, al rispetto del tesoro delle varie espressioni culturali, degli usi e costumi e dei giusti modi di vivere radicati nei popoli. Ma nello stesso tempo ha ammonito le persone, i popoli e i governi riguardo alle deviazioni di questo attaccamento quando verte in esclusione e odio altrui, quando diventa nazionalismo conflittuale che alza muri, anzi addirittura razzismo o antisemitismo”. Per questo “la chiesa osserva con preoccupazione il riemergere, un po’ dovunque nel mondo, di correnti aggressive verso gli stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune”.

Francesco fa anche di più: propone un modello sociale alternativo, la costruzione di ponti al posto dei muri, la fratellanza umana, il multilateralismo nelle relazioni internazionali, la critica al capitalismo finanziario. “C’è una lotta aperta con il papa che si traduce in questi termini: ‘tu tacitamente mi scomunichi, io mi riprendo il ruolo carismatico anche come credente’”, spiega Marinella Perroni. “Ricordiamoci poi che contro Francesco c’è un’operazione di cui fanno parte personaggi come Steve Bannon (l’ideologo ed ex responsabile della campagna elettorale di Donald Trump)”. Insomma Bergoglio è un ostacolo alla deriva fondamentalista-cristiana del nazionalismo.

La divisione, però, è anche all’interno del mondo cattolico, dove il magistero del papa, i temi della giustizia, l’attenzione ai poveri senza distinzione di nazione o etnia, hanno creato scompiglio, fastidio, scandalo. “La spaccatura in effetti, è presente pure nella chiesa”, osserva la teologa. “Il punto è che il papa ha fatto tirare su la testa, ha incoraggiato quanti davano la vita, nei modi più diversi, per il Vangelo; prima di Francesco questi vivevano ai margini della chiesa, erano ‘scartati’. Al contrario quelli dei piani alti non lo sopportano, soprattutto perché è contro i potenti, intesi sia come personaggi che come strutture: il mercato, l’industria degli armamenti e così via. È chiaro che il papa è riuscito a far alleare contro di lui un sacco di gente”. “Con Francesco inoltre – spiega ancora Perroni – è stata riaperta la ricezione del concilio Vaticano II, che negli anni passati era stato seppellito. La verità è che la Riforma protestante ancora non è stata digerita del tutto e il concilio viene visto come una protestantizzazione della chiesa. Di conseguenza tutto ciò che va contro questo – ovvero le madonne, i cuori immacolati, i santi – diventa un modo per tirar fuori i gioielli di famiglia”.

Il passaggio d’epoca è complesso, il voto del 26 maggio è solo una tappa di un processo più ampio. Di certo, insieme alla carta politica d’Europa e del mondo si sta ridisegnando, in questi anni, anche il ruolo della chiesa e del cristianesimo nell’epoca contemporanea e con esso, almeno in parte, la scala dei valori e la forma di convivenza che ci aspettano nel prossimo futuro.

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