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I cinque migliori album italiani del 2016

Vinicio Capossela. (Luca Zizioli)

Musicalmente, il 2015 italiano è stato dominato da un disco: Die di Iosonouncane. Nel 2016 le cose sono andate diversamente. Non sono stati pubblicati album dall’impatto così forte, ma è comunque uscita musica interessante. Vinicio Capossela, Salmo e Niccolò Fabi hanno confermato le loro qualità, ma ci sono state anche un paio di gradite sorprese come Motta e Jolly Mare.

Piccola nota a margine: in questa classifica non è presente un disco che meriterebbe assolutamente di starci: Nerissimo di Teho Teardo e Blixa Bargeld. Ero indeciso fino all’ultimo se metterlo o no, ma il fatto che contiene canzoni in inglese e in tedesco, cofirmate da un autore internazionale come il leader degli Einstürzende Neubauten, mi è sembrata “concorrenza sleale” nei confronti degli altri. Però questi due autori si meritano il premio di vincitori morali. Ecco la classifica.

1. Vinicio Capossela, Canzoni della Cupa
Canzoni della Cupa non è solo un disco. È la rievocazione di un mondo che non c’è più, è un progetto che dalla musica sconfina nella letteratura, nel cinema e perfino nella storia orale. È frutto di un viaggio fisico e immaginario nell’Alta Irpinia, la terra montuosa nella provincia di Avellino dov’è nato Vito, il padre di Capossela. Dopo averci lavorato a fasi alterne per tredici anni, il cantautore nato ad Hannover ha messo insieme 28 brani e li ha divisi in due lati, Polvere e Ombra. Nella prima parte ci sono brani ripresi direttamente dalla tradizione folk del sud Italia, in particolare dal canzoniere di Matteo Salvatore. Nella seconda si trovano brani inediti. Canzoni della Cupa è un album ostico e senza compromessi, completamente immerso in un immaginario agreste e antistorico. È molto lungo e qualche taglio qua e là gli avrebbe fatto bene, probabilmente. Ma la fatica che l’album richiede viene restituita con gli interessi dopo ogni ascolto. Vinicio Capossela resta la voce più autorevole del cantautorato italiano.


2. Motta, La fine dei vent’anni
Pop non è una parolaccia. Si può fare del pop sobrio, impegnato e orecchiabile. Il pisano Francesco Motta, in arte Motta, sa come mescolare folk, rock e pop. Il suo esordio solista, arrivato dopo l’esperienza con i Criminal Jokers e quella di turnista per artisti come Nada e Il Pan Del Diavolo, è una raccolta di dieci potenziali singoli. Parte del merito, per ammissione dello stesso Francesco, è della produzione di Riccardo Sinigallia, ma la materia prima è di alto livello. Motta ha una voce così nitida, forte e versatile che può usarla in tanti modi e questo spiega in parte anche perché la varietà è uno dei punti di forza della Fine dei vent’anni. Nota a margine: Del tempo che passa la felicità è la canzone più bella pubblicata in Italia nel 2016.


3. Salmo, Hellvisback
Se si dovesse proiettare all’estero uno spot per promuovere il rap italiano contemporaneo, non ci sarebbero dubbi su quale faccia metterci: quella di Maurizio Pisciottu, in arte Salmo. Il rapper sardo è tanto scontroso e provocatore quanto coraggioso nel rincorrere un suono mai uguale a se stesso. Hellvisback non è all’altezza dei suoi primi lavori, ma è comunque un signor disco. Rispetto al passato, la novità principale è la contaminazione tra rock e hip hop, ben riassunta nel singolo 1984, che ricorda le atmosfere del progetto BlakRoc (quando i Black Keys si divertivano a fare canzoni con Mos Def). Quando pesta duro e contamina il suo rap con l’hardcore, come nel brano d’apertura Mic taser, Salmo non fa prigionieri e dimostra di avere un flow fuori dal comune.


4. Jolly Mare, Mechanics
L’elettronica italiana è ormai una realtà consolidata ed è forse il genere che ci fa fare la miglior figura all’estero. Non è una sorpresa che ci regali ogni anno dei dischi notevoli. Dovendone scegliere uno, nel 2016 la scelta cade per forza su Jolly Mare, al secolo Fabrizio Martina, ingegnere meccanico e dj da tanti anni. Mechanics è il suo disco d’esordio e mescola in modo sapiente elettronica vintage, funky, disco music e rock psichedelico. È un album nostalgico, di elettronica suonata, che recupera e rende attuali suoni del passato in modo originale. Nel lotto spicca un brano puramente pop, Hotel Riviera, che cita gli anni ottanta, i Daft Punk, Loredana Berté, ma anche Ennio Morricone.


5. Niccolò Fabi, Una somma di piccole cose
Il successore di Ecco, pubblicato nel 2012, è il disco più folk della carriera del cantautore romano. Niccolò Fabi stavolta ha guardato esplicitamente oltreoceano, ispirandosi al Bon Iver degli esordi, a Sufjan Stevens, a Will Oldham. Ma ha rielaborato queste influenze con gusto, personalità e la solita delicatezza. Niccolò Fabi non è abbastanza hipster per raccogliere consensi tra una certa fetta di pubblico affezionata a una scena romana da cantautorato indie mordi e fuggi e per questo viene troppo spesso sottovalutato. A volte non c’è bisogno di essere alternativi a tutti i costi, basta saper scrivere belle canzoni.


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