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La sindrome dell’imbecille

Gentile bibliopatologo,
ho 21 anni, e fin dall’adolescenza ricevo complimenti perché sono un lettore appassionato. Questo ha alimentato ancora di più il mio interesse per la cultura: leggo libri sugli argomenti più vari e ho scritto anche dei racconti. Lo ammetto, riuscire a sostenere molte delle conversazioni in cui vengo coinvolto e sentirmi dire che ho un’ottima capacità oratoria nonché un’ampia cultura mi lusinga, ma a volte penso di essermi montato la testa. Mi reputo intelligente e magari, invece, non sono che un falso intellettuale. Devo chiedere un ricovero urgente?
– Paolo

Caro Paolo,
tutte le volte che sento parlare di “sindrome dell’impostore” mi torna in mente una vecchia storiella. La fonte credo sia una vignetta del New Yorker di metà anni cinquanta, ma in Italia è stata resa popolare da una scena di un film di Fantozzi. Un tizio va dallo psicoanalista e gli confessa di soffrire di un complesso di inferiorità. “Ma quale complesso di inferiorità”, si sente rispondere, “lei è inferiore”. Ecco, quella carogna del bibliopatologo è qui per dirti che tu non hai la sindrome dell’impostore: sei un impostore. Ma grazie al cielo lo siamo tutti, io per primo. La sindrome esiste solo in quanto rivelazione parziale e solitaria dell’universale impostura – ed è questo a renderla dolorosa: perché credersi soli all’inferno, ostaggi di un segreto vergognoso, è la definizione stessa dell’inferno. La mia diagnosi brutale potrebbe capovolgersi, però, in una scoperta rinfrancante e liberatoria. Devi solo sorbirti pazientemente un’altra storiella.

All’inizio di Ortodossia, un libro del 1908, Gilbert K. Chesterton racconta di quando, a passeggio con un amico editore, questi si lasciò scappare un luogo comune molto diffuso: “Quell’uomo farà strada: egli crede in sé stesso”. Il caso volle che in quel momento passasse di lì un omnibus con la scritta Hanwell, che diede a Chesterton l’ispirazione per una risposta memorabile:

Vuoi sapere – chiesi – dove sono gli uomini che più credono in sé stessi? Te lo dico subito. Conosco uomini che hanno più di Napoleone e di Cesare una fiducia colossale in sé stessi. So dove splende la stella fissa della certezza e del successo, posso guidarti ai troni dei superuomini. Gli uomini che credono veramente in sé stessi sono tutti nei manicomi.

Lo Hanwell insane asylum era appunto un grande manicomio inglese, non lontano da Londra. Avverto un’eco di questo aneddoto in una frase di Lacan che si sente spesso in giro, da quando il lacanismo è diventato un fenomeno pop – l’umanità riserva grandi sorprese. Dice grosso modo così: un tizio che crede di essere Napoleone è certamente pazzo, ma un re che crede di essere un re lo è forse ancora di più. Mettendo a testa in giù la frase dell’editore, Chesterton ne ricavava la massima aurea secondo cui “il credere in sé stessi è una delle caratteristiche più comuni degli imbecilli”. Ecco, un intellettuale che si guarda allo specchio e pensa, tra sé e sé, “io sono un intellettuale”, potrà anche essere intelligentissimo, ma la sua intelligenza sarà avvolta da una mistica nube di imbecillità.

Hai mai sfogliato una raccolta di fotografie di scrittori o di filosofi in pose pensose e severe, con le loro emicranie in penombra, la loro civetteria scontrosa, gli occhi allucinati di chi ha appena squarciato il velo di Maya o, peggio, i penetranti sguardi d’interpellazione del professionista della parresia che ha messo il lettore con le spalle al muro? La prima reazione di una persona di spirito è ridere, la seconda è portare il libro alle feste per far ridere anche gli amici, la terza è imbarcarli tutti sull’omnibus diretto a Hanwell.

C’è un elemento ineludibile di millanteria e di impostura nella vita intellettuale, come del resto in tutte le attività umane. La salvezza sta nel saperlo, e nel coltivare un sano scollamento dal proprio ruolo nella grande recita sociale. Meglio l’impostura consapevole di quella inconsapevole. Perciò, invece del ricovero, ti prescrivo due letture illuminanti: Non leggete i libri, fateveli raccontare di Luciano Bianciardi – un manuale umoristico per diventare un intellettuale uscito a puntate nel 1967 sul settimanale Abc – e, soprattutto, Il reato di scrivere di J. Rodolfo Wilcock. Sono libri piccoli, puoi tenerli in tasca e aprirli tutte le volte che sei sul punto di cadere nella tentazione dell’imbecillità descritta da Chesterton. Quando ti guarderai allo specchio e penserai: “Caspita, ecco un vero intellettuale!”, è allora che dovrai consultarmi, e sarò ben felice di firmare le carte necessarie al tuo ricovero. Lacanianamente, è il passaggio dallo stadio dello specchio allo stadio della spocchia. Ma ahimè sarà troppo tardi, e non sentirai più il bisogno di scrivermi.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it

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