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Cosa c’è dietro gli scontri nel Nagorno Karabakh

Un edificio distrutto nei combattimenti nel Nagorno Karabakh, al confine tra Armenia e Azerbaigian, 28 settembre 2020. (Ministero degli esteri armeno/Epa/Ansa)

È stato probabilmente l’Azerbaigian a dare il via alla nuova fase di ostilità con la vicina Armenia. Il che non significa che sia tutta colpa di Baku.

Gli scontri cominciati domenica 27 settembre sono i più gravi dal cessate il fuoco del 1994: ci sono elicotteri abbattuti, carri armati distrutti e decine di morti. La cosa potrebbe andare per le lunghe – la guerra combattuta tra il 1992 e il 1994 provocò trentamila vittime e un milione di profughi – o potrebbe concludersi in pochi giorni. Ma non risolverà niente.

Nel Caucaso i paesi confinanti possono essere estremamente diversi: l’Azerbaigian è un paese musulmano sciita e parla quello che è in realtà un dialetto orientale del turco, mentre l’Armenia è cristiano-ortodossa e parla una lingua che non ha parenti noti nella famiglia indoeuropea. Ma i due paesi condividono una lunga storia d’oppressione.

Entrambi avevano trascorso quasi un secolo sotto l’impero della Russia zarista, ritrovando brevemente l’indipendenza durante la rivoluzione, per poi passare altri settant’anni nell’Unione Sovietica. Quando entrambi hanno recuperato nuovamente l’indipendenza nel 1991, tuttavia, si sono dichiarati quasi immediatamente guerra.

La colpa è di Iosif Stalin. Quando era commissario per le nazionalità, tra il 1918 e il 1922, disegnò i confini di tutte le nuove “repubbliche sovietiche” non russe nel Caucaso e in Asia Centrale secondo il classico principio del divide et impera. Ogni “repubblica” includeva minoranze etniche delle repubbliche vicine, per minimizzare il rischio che sviluppassero una vera identità nazionale.

All’Azerbaigian Stalin attribuì la provincia del Nagorno Karabakh anche se la popolazione di quell’area era per quattro quinti armena. Quando l’Unione Sovietica cominciò a sgretolarsi, settant’anni dopo, le minoranze locali di entrambi i paesi cominciarono a fuggire verso le zone dov’erano in maggioranza per mettersi al sicuro, anche prima che scoppiasse la guerra.

La guerra vera e propria è andata avanti dal 1992 al 1994, ed è stata un conflitto brutale con pulizie etniche: seicentomila azeri e trecentomila armeni sono fuggiti dalle loro case. Sulla carta, l’Armenia avrebbe dovuto perdere, perché ha una popolazione di soli tre milioni di persone rispetto ai nove milioni di quella dell’Azerbaigian, ma in realtà ha vinto la maggior parte delle battaglie.

Il bisogno della guerra
Quando la Russia postsovietica ha mediato per un cessate il fuoco tra le due parti in causa, ormai esauste, l’Armenia è riuscita a mantenere non solo il Nagorno Karabakh, ma anche un’ampia porzione di territorio (ormai svuotato dagli azeri) che collegava quest’ultimo con l’Armenia vera e propria. Ed è precisamente lì che il confine – o più precisamente la linea del cessate il fuoco – è rimasto fino a oggi.

L’ultima volta che ho visitato la linea del fronte era poco dopo la fine della guerra. Quindi perché dico che è stato l’Azerbaigian a cominciare questo scontro? Per tre motivi.

Il primo è che l’Armenia controlla già tutto il territorio che rivendica, e anche di più. Tuttavia, ai sensi del diritto internazionale, non ha alcun diritto su di esso e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite le ha chiesto quattro volte di ritirare le sue truppe. Perché l’Armenia dovrebbe attirare ulteriori e sgradite attenzioni sul fatto che da 26 anni occupa illegalmente un territorio “straniero”?

In Azerbaigian, Ilham Aliyev lotta per prolungare il regime dinastico della sua famiglia per una terza generazione

Il secondo è che l’Armenia è molto più debole sul piano militare. Non solo ha meno abitanti, ma è anche povera, mentre l’Azerbaigian ha accumulato grandi ricchezze grazie al petrolio. Entrambi i paesi acquistano buona parte delle loro armi dalla Russia, ma negli ultimi vent’anni l’Azerbaigian ha speso nove volte più dell’Armenia in armamenti.

Infine il dittatore “eletto” dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, ha un grande bisogno politico di una guerra in questo momento, al contrario del nuovo leader dell’Armenia, il primo ministro Nikol Pashinyan.

Pashinyan è salito al potere nel 2018 vincendo regolarmente le elezioni, dopo che delle proteste non violente avevano costretto alle dimissioni il suo predecessore, che stava cercando una soluzione “alla Putin” (ovvero rimanere al potere dopo aver concluso i suoi due mandati da presidente, trasferendo i poteri effettivi al primo ministro, e assumendo poi in prima persona tale incarico). Oggi l’Armenia ha una stampa indipendente e un presidente popolare.

In Azerbaigian, Aliyev lotta per prolungare il regime dinastico della sua famiglia per una terza generazione, nonostante le proteste. Suo padre, Heydar Aliyev, era un funzionario del Kgb che era diventato leader del Partito comunista dell’Azerbaigian, convertendosi poi in dittatore dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Lo stesso è accaduto nella maggior parte delle ex repubbliche musulmane dell’Unione Sovietica.

Heydar riuscì a trasferire il potere a suo figlio Ilham prima di morire nel 2004. Ilham ha modificato la costituzione per eliminare i limiti al mandato presidenziale nel 2009. Nel 2016 ha perfino abbassato il limite d’età per diventare presidente, preparando il terreno per l’ascesa al trono di suo figlio, allora diciannovenne.

I partiti d’opposizione dell’Azerbaigian, nonostante l’oppressione, la prigione e la tortura, stanno resistendo alla dittatura di Aliyev, e l’occupazione del Nagorno Karabakh da parte dell’Armenia è lo strumento politico più efficace che hanno a disposizione. Gruppi di manifestanti hanno occupato il centro di Baku nelle scorse settimane, chiedendo al governo di rispondere con i fatti, e questa miniguerra è il tentativo di Aliyev di calmarli.

La situazione si placherà se l’Armenia riuscirà a resistere abbastanza a lungo da permettere alla Russia d’imporre un nuovo cessate il fuoco. Altrimenti le cose potrebbero prendere di nuovo una piega molto spiacevole.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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