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Il nuovo e pericoloso capitolo degli attentati con i droni

Baghdad, Iraq, 7 novembre 2021. Forze di polizia vicino alla zona verde dopo l’attentato al primo ministro Mustafa al Kadhimi. (Khalil Dawood, Xinhua News Agency/Eyevine/Contrasto)

I droni quadcopter disponibili in commercio e capaci di trasportare piccole quantità di esplosivo sono “lo sviluppo tattico più preoccupante dai tempi della comparsa degli ordigni esplosivi improvvisati in Iraq”, ha dichiarato a febbraio il generale della marina degli Stati Uniti Kenneth McKenzie Jr, comandante in capo per il Medio Oriente. Ora i droni sono diventati anche armi politiche, e le cose potrebbero ulteriormente peggiorare.

Due settimane fa tre droni quadcopter hanno sorvolato la fortificata Zona verde di Baghdad per attaccare la dimora del primo ministro iracheno Mustafa al Kadhimi, che il mese scorso ha vinto le elezioni e sta cercando di formare un nuovo governo di coalizione (un processo che in Iraq richiede solitamente diversi mesi).

Due droni sono stati abbattuti, ma il terzo è riuscito a sganciare una quantità di esplosivo sufficiente a far saltare in aria la porta di casa di Kadhimi e a ferire almeno cinque guardie. Kadhimi ha riportato una ferita al polso. Se il primo ministro avesse perso la vita sarebbe stato il primo politico di spicco a essere ucciso da un drone. Quest’onore, invece, andrà a qualcun altro. E probabilmente non dovremo aspettare a lungo.

Uccisioni a distanza
I piccoli quadcopter sono stati usati per la prima volta dal gruppo Stato islamico durante l’assedio di Mosul, nel 2017, e ancora oggi il paese in cui sono impiegati con più frequenza è l’Iraq. A marzo un drone con due chili di esplosivo è stato ritrovato sul tetto di un palazzo del centro di Baghdad, mentre a luglio un altro apparecchio è stato rinvenuto nella stessa zona dopo essersi schiantato. Pochi giorni dopo le forze statunitensi hanno abbattuto un quadcopter che trasportava esplosivi mentre sorvolava l’ambasciata degli Stati Uniti.

I droni più sofisticati costano milioni di dollari e hanno un ampio raggio. Questi apparecchi permettono di uccidere a distanza ormai da almeno un decennio, provocano grandi esplosioni e di solito evitano le aree urbane più popolate. L’anno scorso hanno permesso all’Azerbaigian di vincere la guerra contro l’Armenia. È stata la prima volta in cui i droni hanno avuto un ruolo decisivo in una guerra “convenzionale”.

È impossibile risalire ai “mandanti” dei piccoli droni

Il fenomeno a cui stiamo assistendo negli ultimi mesi, però, è qualcosa di completamente diverso. “Non parlo delle apparecchiature senza pilota di grandi dimensioni, grandi come un aereo da caccia convenzionale e contrastabili con normali apparecchiature per la difesa aerea”, ha spiegato il generale McKenzie. “Parlo di quelli che si possono comprare al supermercato per mille dollari”.
Se conoscete qualcuno capace di costruire ordigni esplosivi improvvisati (un’abilità particolarmente diffusa di questi tempi), vi basterà acquistare alcuni droni in grado di trasportarne due/tre chili e il gioco è fatto.

L’alternativa è imparare a produrre gli ordigni autonomamente, procedendo per tentativi e ricordando che di solito un tentativo fallito corrisponde alla morte. In ogni caso è probabile che il ricorso agli assassini politici, in disuso per un secolo, stia per tornare di moda.

Naturalmente è sempre possibile abbattere un quadcopter, ma si tratta di bersagli piccoli e molto rapidi. I droni possono essere azionati in gran numero e passare inosservati fino all’ultimo momento volando basso e mimetizzandosi nel disordine urbano. Se qualcuno li sta pilotando è possibile intercettare il segnale, ma se seguono un percorso preordinato utilizzando il Gps non c’è alcun segnale da bloccare.

Inoltre è impossibile risalire ai “mandanti” dei piccoli droni. Anche recuperando piccoli pezzi dopo l’esplosione, infatti, sui frammenti non ci sono marchi che permettano di risalire a chi ha acquistato l’apparecchio.

Cedere alla tentazione
All’origine dell’ultimo episodio in Iraq ci sono le elezioni di ottobre, in cui il partito di Kadhimi ha ottenuto la possibilità di formare un nuovo governo mentre le milizie filoiraniane hanno perso due terzi dei seggi in parlamento. Il voto è stato sorprendentemente regolare, per quanto le milizie abbiano comunque lanciato accuse di brogli prendendo addirittura in prestito uno slogan da Trump: “Fermate il furto”.

Il 5 novembre alcuni sostenitori particolarmente aggressivi delle milizie hanno invaso la Zona verde per protestare. La polizia ha aperto il fuoco ferendo decine di persone. Almeno un manifestante ha perso la vita. L’attacco dei droni contro la casa di Kadhimi, teoricamente al sicuro all’interno della Zona verde, è arrivato appena due giorni dopo.

Considerando quanto i droni siano economici e sicuri (per chi li lancia), è facile cedere alla tentazione di organizzare un attacco. Anche se la manovra fallisce, infatti, è altamente improbabile che le autorità riescano a risalire ai colpevoli, a cui basterà attendere un mesetto prima di riprovare da una direzione diversa variando velocità e altitudine.

È inevitabile che questa tecnica si diffonda oltre i confini dell’Iraq, mettendo a repentaglio la vita di politici e altre importanti figure pubbliche anche in paesi gestiti meglio. Bisognerà aumentare parecchio il livello di sicurezza, ma anche questo non basterà a garantire l’incolumità dei bersagli.

Tra l’altro a breve potrebbe arrivare un ulteriore passo avanti tecnologico. Normalmente non è una buona idea mantenere un contatto radio diretto tra il drone assassino e la persona che lo ha lanciato, ma se questa persona avesse accesso a un software per il riconoscimento facciale potrebbe portare un attacco all’aperto contro un singolo individuo riducendo al massimo i “danni collaterali”. Davvero nessuno è al sicuro?

In realtà nessuno è mai stato al sicuro. I re erano costretti a ricorrere agli assaggiatori per evitare di essere avvelenati. Oggi i presidenti e i primi ministri hanno semplicemente bisogno di un tipo diverso di protezione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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