×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Tre lezioni dall’attentato di Barcellona

Il re di Spagna Felipe VI, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, la sindaca di Barcellona Ada Colau e altri rappresentanti delle istituzioni spagnole osservano un minuto di silenzio per le vittime dell’attentato a Barcellona, il 18 agosto 2017. (Javier Soriano, Afp)

L’attacco terroristico a Barcellona sottolinea tre dure lezioni apprese dai servizi di sicurezza e dall’opinione pubblica in questi ultimi mesi e anni.

La prima è che l’uso di veicoli come armi è ormai una tattica consolidata da parte dei terroristi, una delle decine usate negli ultimi vent’anni e che dovrebbe ormai essere considerata una componente standard dell’arsenale terroristico. Negli ultimi 13 mesi ci sono stati attacchi simili in Francia, Germania, Svezia e Regno Unito. Anche se in circostanze leggermente diverse, negli Stati Uniti una donna è stata uccisa la settimana scorsa da un’automobile guidata ad alta velocità da un estremista di destra.

La motivazione e l’identità degli attaccanti di Barcellona diventeranno chiari nelle prossime ore. Il gruppo Stato islamico (Is) ha rivendicato la responsabilità della sua agenzia di stampa Amaq, anche se negli ultimi mesi tali dichiarazioni sono diventate molto inaffidabili. Alcuni individui vicini all’Is e attivi sui social network hanno celebrato l’attacco, ma questo non indica necessariamente una connessione diretta tra gli aggressori e il gruppo. Le tattiche si diffondono tra i militanti quando si capisce che funzionano. Non serve un’abilità particolare per guidare un veicolo tra la folla, né è difficile procurarsene uno. Questo rende un’auto, un furgone o un camion un’arma ideale per i terroristi di oggi, spesso ispirati da un gruppo ma non davvero parte di esso e, per la maggior parte, privi di formazione e mezzi necessari per attacchi più complessi.

La seconda lezione è che ora non c’è alcuna discriminazione nella scelta degli obiettivi. Questo significa che i turisti sono potenziali bersagli. Fino a una decina di anni fa i gruppi estremisti islamici miravano a inviare un messaggio attraverso la violenza. Gli attacchi casuali contro i civili disarmati erano considerati inefficaci e perfino controproducenti in termini di sostegno dell’opinione pubblica del mondo musulmano. L’attacco dell’11 settembre era stato lanciato contro obiettivi visti da Al Qaeda come simboli del potere economico, politico e militare degli Stati Uniti.

L’Is ha allargato il raggio d’azione decidendo di attaccare chiunque, ovunque, comunque

Nel 2004 la Spagna è stata bersaglio del più sanguinoso attacco jihadista sul suolo europeo quando a Madrid i treni locali furono fatti esplodere da alcuni simpatizzanti di Al Qaeda. Uno degli obiettivi era indebolire il sostegno spagnolo all’intervento militare in Iraq e quindi influenzare le elezioni. La Spagna era anche un bersaglio particolare a causa del significato storico del regno islamico dell’Andalusia, ceduto alla cristianità novecento anni fa.

Ora tutto è cambiato. L’Is ha allargato il raggio d’azione decidendo di attaccare chiunque, ovunque, comunque. Gli spazi pubblici, intrinsecamente vulnerabili, sono ora più a rischio che mai. Gli appassionati di musica a Manchester, i partecipanti a una festa estiva a Nizza, i frequentatori di pub a Londra e, naturalmente, i turisti sul ponte di Westminster, su una spiaggia in Tunisia o su un aereo che ritorna in Russia dall’Egitto.

I turisti occidentali all’estero erano già stati presi di mira molto tempo fa. Nel 1997 c’era stato un attacco sanguinoso a Luxor per mano di estremisti egiziani. Ma i turisti non sono mai stati un obiettivo principale della violenza. Ora invece sembrano esserlo. Chiunque avesse guidato un furgoncino nella strada pedonale delle Ramblas, una delle zone turistiche più affollate del mondo, voleva uccidere degli stranieri.

Le autorità spagnole erano consapevoli della minaccia e, a Natale, avevano cercato di rafforzare la protezione degli spazi pubblici. Un piano per usare un camion contro i pedoni era stato sventato a novembre. Sono stati studiati paletti, blocchi di cemento e altre barriere. La raccolta di informazioni è stata aumentata.

Ma in una città portuale mediterranea molto frequentata come Barcellona c’è poco da fare per proteggersi da un attacco del genere, e la terza lezione è che la polizia può mantenerla in sicurezza solo per un po’. I servizi segreti francesi, in parte a causa della loro esperienza di lotta contro i militanti islamisti negli anni novanta, erano considerati molto più avanzati delle loro controparti del Regno Unito o degli Stati Uniti. Ma dal 2012 le spie francesi, sottofinanziate e indebolite dalla scarsa condivisione di informazioni nazionali ed europee, hanno contenuto la minaccia con difficoltà. Ed erano male attrezzate per affrontare l’offensiva lanciata nel 2014 dall’Is contro il loro paese dalla Siria e dall’Iraq.

Lo stesso vale per i servizi spagnoli, che nel mondo dell’antiterrorismo sono molto ammirati per la loro professionalità. La Spagna ha investito molto nelle agenzie di intelligence dopo gli attacchi del 2004, creando una formidabile capacità di raccogliere informazioni e agire in base a esse. Questo ha mantenuto il paese al sicuro dal terrorismo islamico per 13 anni. Nel 2008 sono stati scoperti alcuni progetti di gravi attentati. L’anno scorso la Spagna ha sventato almeno dieci complotti. Quest’anno sono state scoperte due reti terroristiche, tra cui almeno una con collegamenti a militanti dell’Is in altre parti d’Europa.

Come i britannici hanno scoperto quest’anno, il fatto che non ci siano attacchi riusciti non significa che non esista una rete di militanti islamici. Quindi la lezione dura è che qualcosa, o qualcuno, alla fine potrebbe farcela.

(Traduzione di Stefania Mascetti)

Questo articolo è apparso sul quotidiano britannico The Guardian.

pubblicità