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López Obrador vuole trasformare in speranza la rabbia del Messico

Andrés Manuel López Obrador tra i suoi sostenitori vicino a Chilpancingo de los Bravo, nello stato di Guerrero, in Messico, 7 giugno 2018. (Yael Martinez, Bloomberg via Getty Images)

Non so se dopo le elezioni del 1 luglio Andrés Manuel López Obrador (detto Amlo) finirà per essere davvero il presidente dell’amore (”Amlove” è uno degli slogan della sua campagna elettorale). Ma quel che è certo è che non è disposto a riconvertirsi nel presidente dell’odio o del rancore. Non è un dato da poco.

Il candidato che si presenta come il motore del riscatto dei dimenticati e degli oppressi potrebbe perfettamente porsi come portatore di vendetta. Invece López Obrador è determinato a essere il candidato del perdono. È legittimo discutere le implicazioni morali del suo atteggiamento, ma non il suo calcolo politico: guardare avanti e non più indietro è l’unico modo per provare a trasformare la rabbia in speranza.

È stato detto, e giustamente, che l’imminente trionfo del Movimento di rigenerazione nazionale (Morena), il partito di Amlo, dipende dal fatto che molti messicani provano oggi più rabbia che paura. López Obrador sa che la rabbia può far vincere le elezioni, ma è di poco aiuto per governare. Bastano gli esempi di Donald Trump negli Stati Uniti e del governatore dello stato di Chihuahua Javier Corral per dimostrarlo, con tutte le dovute proporzioni. Il primo apre fronti di battaglia ogni settimana senza poterne chiudere alcuno. Il secondo si sta consumando nel cervellotico tentativo che si è autoimposto, quello di portare in carcere il suo predecessore. L’idea di Javier Corral nel Chihuahua non è deprecabile: punire i corrotti del passato è il primo passo per evitare l’impunità in futuro. López Obrador, però, è deciso ad assumere un atteggiamento pratico e investire tutto il suo tempo e la sua energia in quello che lo aspetta.

A López Obrador sembra assurdo perdere tempo con dei criminali quando ha davanti a sé la possibilità di cambiare la storia

Non pochi dei suoi sostenitori si sono sentiti delusi o confusi sentendolo promettere il perdono alla “mafia del potere”, come la chiama lui, e l’amnistia e la non belligeranza ai suoi nemici e ai suoi avversari. A cosa serve il potere se non a sfogare le sofferenze di chi è stato vittima? Se lo chiedono alcuni indignati sostenitori del Morena.

Naturalmente non esiste uno sfogo più grande dell’ottenere vendetta. È parte della condizione umana la pulsione che porta alla ricerca di rivalsa e all’arroganza. Come non farsi sedurre dalle lusinghe del trionfo quando non si è mai trionfato, diranno quelli che si sono sempre sentiti dei diseredati. Però dall’arroganza alla prepotenza il passo è breve: “Se non vi piace, andatevene dal paese”; oppure: “Se vi opponete al mandato popolare, sarà necessario espropriare le vostre aziende”.

López Obrador non sembra aver tempo per l’arroganza, la rabbia o il revanscismo. Alcuni hanno preso il suo atteggiamento come una strategia elettorale per raccogliere voti o addirittura come una promessa implicita di negoziato (come se volesse dire “accettate il mio trionfo alle urne e in cambio non vi farò nulla”). A me sembra invece un programma di governo, una conseguenza inevitabile del paese che López Obrador ha in testa e del compito storico al quale intende dedicarsi per la trasformazione del Messico.

Sei anni sono un periodo molto breve (in particolare per una persona che parla facendo pause così lunghe) e le sfide sono enormi. Mandare in carcere il presidente in carica Enrique Peña Nieto, del Partito rivoluzionario istituzionale, e i suoi compari è considerato da molti politici dell’opposizione un obiettivo prioritario, una missione storica, una base sulla quale costruire il futuro. A López Obrador sembra una complicazione inutile. Ai suoi occhi è assurdo perdere tempo con dei criminali quando ha davanti a sé la possibilità di cambiare la storia.

Non so se López Obrador potrà davvero cambiare qualcosa. L’insicurezza, la corruzione e la disuguaglianza in Messico sono problemi gravi. Però che siano molte o poche le possibilità di fare qualcosa al riguardo, è indubbio che le sue probabilità aumentano unendo le volontà delle persone, invece che dividendole.

Per ora Amlo ha ottenuto alcuni risultati. Fino a tre o quattro mesi fa tra i suoi simpatizzanti dominavano in maniera quasi esclusiva la rabbia e l’irritazione anticipata per le ingiustizie passate, presenti e future. Oggi osservo che tra molti di loro comincia a diffondersi un sano sentimento di orgoglio e non poca gioia. Se sapranno contenere l’arroganza e fare proprio lo spirito del loro candidato, avranno fatto il primo e più importante passo: trasformare la speranza in un punto del programma politico.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul sito d’informazione messicano Sinembargo.

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