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Perché Donald Trump non deve stupirci

Il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump a New York, il 9 novembre 2016. (Saul Loeb, Afp)

Sono due le domande che mi sono state rivolte più spesso nelle ultime settimane: è pensabile che Donald Trump venga eletto presidente degli Stati Uniti? E come è possibile che la sua candidatura sia arrivata fino a questo punto? Le previsioni politiche sono perfino più difficili di quelle economiche, tuttavia la risposta alla prima domanda è che i sondaggi sono decisamente a favore di Hillary Clinton. Clinton è probabilmente la candidata presidenziale più qualificata e preparata che gli Stati Uniti abbiano mai avuto, mentre Trump è uno dei meno qualificati e meno preparati.

E questo ci porta alla seconda domanda: perché i repubblicani hanno scelto un candidato che non piaceva nemmeno ai vertici del partito? Naturalmente sono molti i fattori che hanno permesso a Trump di battere sedici sfidanti repubblicani alle primarie e di arrivare a questo punto. Il fatto di essere una celebrità conta, e alcune persone sembrano essersi affezionate alla celebrità da reality televisivo di Trump.

Ma ci sono altri fattori che hanno evidentemente contribuito a rendere la competizione così serrata. Tanto per cominciare, le condizioni economiche di molti statunitensi sono peggiorate rispetto a un quarto di secolo fa. Il reddito medio dei lavoratori dipendenti a tempo pieno è inferiore a quello di quarantadue anni fa, e le persone con un’istruzione limitata faticano sempre di più a ottenere un lavoro a tempo pieno pagato decentemente. Non sorprende quindi che Trump trovi un pubblico ricettivo quando dice che lo stato dell’economia è in condizioni disastrose.

Trump sbaglia diagnosi e cura
Ma Trump sbaglia sia la diagnosi sia la cura. In generale l’economia statunitense degli ultimi sessant’anni se l’è passata bene: il pil è aumentato di circa sei volte. Ma di questa crescita ha beneficiato un gruppo relativamente ristretto di persone (gente come Trump), in parte grazie a forti agevolazioni fiscali che Trump estenderebbe e intensificherebbe.

Il candidato repubblicano vuole dare la colpa di tutti i problemi degli Stati Uniti al commercio e all’immigrazione. Ma sbaglia. Negli Stati Uniti la deindustrializzazione sarebbe avvenuta anche senza le aperture dei mercati: i posti di lavoro nel settore manifatturiero sono diminuiti in tutto il mondo, con i miglioramenti di produttività che hanno superato la domanda globale.

Se gli accordi di scambio hanno fallito, non è stato perché gli Stati Uniti sono stati meno bravi a negoziare delle loro controparti, ma perché la politica commerciale del paese è stata definita dagli interessi delle grandi aziende. E così molti statunitensi si sentono in balìa di forze che non possono controllare, e che producono effetti chiaramente ingiusti.

Dobbiamo riscrivere le regole dell’economia, stavolta per fare in modo che i cittadini comuni ne traggano beneficio

La crisi finanziaria globale potrebbe aver rappresentato un punto di svolta per molti elettori: il loro governo ha salvato i ricchi banchieri che avevano spinto il paese sull’orlo della rovina senza, a quanto pare, fare niente per i milioni di comuni cittadini che avevano perso le loro case e i loro posti di lavoro.

Il successo di Trump si basa, almeno in parte, sulla diffusa rabbia che nasce dalla perdita di fiducia nei confronti del governo. Ma le politiche proposte da Trump farebbero solo peggiorare una situazione già complicata. Di sicuro un’altra dose di economia trickle-down (dall’alto al basso) come quella che ha promesso, con tagli alle tasse quasi interamente a favore delle persone e delle aziende ricche, non produrrebbe risultati migliori di quelli ottenuti l’ultima volta che sono state applicate misure simili. Inoltre scatenare una guerra commerciale contro Cina, Messico e altri partner commerciali degli Stati Uniti, come promette di fare Trump, renderebbe tutti gli statunitensi più poveri e creerebbe nuovi ostacoli alla cooperazione internazionale necessaria per affrontare fondamentali problemi globali come il terrorismo e i cambiamenti climatici.

Ci sono due messaggi che le élite politiche statunitensi dovrebbero ascoltare. Le teorie neoliberiste basate su un fondamentalismo di mercato che hanno plasmato tante politiche economiche degli ultimi quattro decenni sono gravemente fuorvianti, perché producono una crescita del pil a costo di gravissime disuguaglianze. La “rivoluzione” di Thatcher e Reagan, che ha riscritto le regole e ristrutturato i mercati a beneficio dei più ricchi, è riuscita anche troppo bene ad aumentare le disuguaglianze, ma ha clamorosamente fallito il suo obiettivo di aumentare la crescita.

Questo ci porta al secondo messaggio: dobbiamo riscrivere le regole dell’economia, stavolta per fare in modo che i cittadini comuni ne traggano beneficio. 
I politici che ignorano questa lezione saranno ritenuti responsabili. Il cambiamento comporta rischi. Ma l’ascesa di Trump, e un numero non trascurabile di fenomeni simili in Europa, hanno evidenziato che se questo messaggio non viene ascoltato le conseguenze saranno ancora più gravi: società divise, democrazie impotenti ed economie indebolite.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Segui il liveblog su Donald Trump, nuovo presidente degli Stati Uniti.

Questo articolo è stato pubblicato il 28 ottobre 2016 a pagina 112 di Internazionale con il titolo “Perché Trump non deve stupirci”. Compra questo numero | Abbonati

La versione originale è uscita il 14 ottobre 2016 su Project Syndicate.

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