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Il referendum sulle trivelle

Non ha ottenuto il quorum la consultazione popolare del 17 aprile sull’estrazione di gas e petrolio in mare. I promotori chiedevano di votare sì per non rinnovare le concessioni alle piattaforme che si trovano a meno di 12 miglia nautiche dalla costa.

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Perché il referendum sulle trivelle è utile

Un flash mob dei sostenitori del sì al referendum sulle trivelle a Roma, il 18 marzo 2016. (Vincenzo Livieri, Lapresse)

“Mi si nota di più se vengo o se non vengo?”. Almeno nel caso del referendum sulle trivelle il dilemma di Nanni Moretti troverà una soluzione salomonica. Saranno notati tutti, quelli che voteranno così come quelli che si asterranno.

Infatti ormai da 25 anni a ogni referendum si presentano non due ma tre schieramenti: le truppe del sì, quelle del no, e quelle del “rimango a casa”, intente a far naufragare il voto causa mancanza del quorum. Cominciò nel lontano 1991 Bettino Craxi, esortando i concittadini ad “andare al mare”, quando era in ballo la legge elettorale, quando i referendari capitanati da Mario Segni volevano abolire le preferenze multiple.

Il richiamo intermittente al dovere civico

A Craxi andò male, ma ugualmente il suo approccio fece scuola. Ben sei tornate referendarie, dal 1997 al 2009, non hanno raggiunto il livello di partecipazione del 50 per cento più uno, e sempre di più chi era contro ha giocato la carta non della mobilitazione bensì della smobilitazione, per esempio il cardinal Camillo Ruini quando nel 2005 gli italiani erano chiamati a decidere sulla procreazione assistita.

Questa volta il fronte dei disertori del voto è guidato dal presidente del consiglio in persona. Mentre il presidente della repubblica, i presidenti di camera e senato, il presidente della corte costituzionale esortano i cittadini a fare uso del loro diritto di voto, Matteo Renzi li invita a stare lontano dai seggi.

Ha da ridire su questo approccio Renato Brunetta, ha da ridire pure Pier Luigi Bersani; tutti e due ne fanno una questione di principio sul “dovere civico”. Non sempre però sono stati così ferrei: non risulta che Brunetta abbia votato quando era in ballo la procreazione assistita, non risulta che Bersani abbia protestato quando i democratici di sinistra nel 2003 (in occasione del referendum sull’estensione dell’articolo 18 alle piccole imprese) decretarono che “il modo migliore è non partecipare al voto”. Anzi, Bersani allora promosse il non voto a “scelta consapevole” di fronte a un “referendum percepito come non utile”.

Esercitare il diritto di voto ha un costo: il costo della democrazia né più né meno

Oggi Renzi si fa paladino della stessa identica argomentazione, gridando all’“inutilità” della deliberazione popolare e accusando i promotori di rendersi responsabili dello spreco di ben 300 milioni di euro. Non convince né il primo né il secondo punto. Sul primo punto va detto che i referendum, non a caso previsti dalla costituzione per dare voce ai cittadini anche contro il governo e il parlamento, non sono mai “inutili”. Ed è pure scontato il fatto che l’esercizio di questo diritto comporti un costo. È il costo della democrazia, né più né meno.

C’era giusto una via per risparmiare, se quello era un intento serio: accorpare il referendum alle prossime elezioni comunali. Ma in quel caso il tentativo di far naufragare il referendum sarebbe diventato ben più arduo.

Percorrere la strada alternativa

Ma veniamo alle questioni di merito. Romano Prodi, sostenitore del no, dichiara che una vittoria del sì, uno stop alle trivelle entro le 12 miglia davanti alle coste, sarebbe addirittura “un suicidio nazionale”. Di fronte alle cifre – le concessioni attive coprono giusto l’1 per cento del fabbisogno di petrolio del paese, e il 3 per cento del fabbisogno di gas – questi toni apocalittici sembrano un po’ esagerati.

E lo sembrano soprattutto perché anche nel caso della vittoria del sì nessuna piattaforma sarà fermata il lunedì dopo il voto. Il referendum non intaccherà le concessioni in atto; ancora per cinque, dieci o addirittura 15 anni gli impianti offshore saranno attivi.

Infatti solo su questo voteranno gli italiani: sulla eventuale proroga sine die delle concessioni. Per il resto il movimento referendario ha già portato a casa la vittoria più importante. Grazie alla sua iniziativa il governo infatti ha già bloccato del tutto ulteriori nuove concessioni entro le 12 miglia.

Nell’immediato quindi poco cambierà, qualsiasi sia l’esito, con il voto di domenica prossima. Più che altro si tratta di una decisione simbolica (ma non per questo “inutile”): potrebbe essere l’occasione per rimettere all’ordine del giorno le politiche energetiche e ambientali – grandi assenti dall’agenda del governo e non solo.

Infatti ci sarebbe una via molto più promettente per rendere l’Italia meno dipendente dalle importazioni di gas e petrolio e allo stesso tempo meno inquinata: quella di un deciso investimento nelle energie rinnovabili, strada seguita dal 2007 con risultati impressionanti, ma poi sostanzialmente abbandonata nel 2013.

Correzione, 15 aprile 2016
Nella versione precedente di questo articolo c’era scritto “quando nel 2009 gli italiani erano chiamati a decidere sulla procreazione assistita”.

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