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La violenza ai funerali di Abu Akleh rivela un problema più profondo

Gerusalemme, 13 maggio 2022. Scontri durante il funerale della giornalista Shireen Abu Akleh. (Ammar Awad, Reuters/Contrasto)

Poliziotti vestiti di nero che indossano elmetti ed equipaggiamento protettivo e usano i manganelli per aggredire le persone che portano in spalla la bara a un corteo funebre. Le colpiscono alle gambe, fino a che la bara scivola e per poco non sbatte a terra. È lo spettacolo a cui ha assistito gran parte del mondo, ed è questa scena che gran parte del mondo ricorderà del funerale della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, che si è svolto il 13 maggio a Gerusalemme.

Ne hanno parlato in molti in Israele nei giorni seguenti. La situazione è problematica, dicono, tanto da rappresentare quasi un disastro in termini di immagine e pubbliche relazioni. Ma il problema vero non sta tanto nel modo in cui l’incidente è stato percepito dal resto del mondo, ma nell’uso ingiustificato della violenza da parte della polizia.

È stata una delle rappresentazioni per immagini più estreme dell’occupazione e delle umiliazioni che il popolo palestinese vive sulla sua pelle ogni giorno: una importante giornalista palestinese, conosciuta in tutto il mondo arabo, che per decenni ha raccontato la violenza e i crimini dell’occupazione israeliana, muore in uno scontro a fuoco e i soldati israeliani sono i sospettati numero uno. È la morte di un’icona palestinese, il suo funerale rappresenta un evento nazionale, e proprio in quel momento, al culmine del lutto, gli agenti di polizia armati di bastoni fanno irruzione sulla scena.

Scusa inconsistente
La polizia non ha perso tempo e ha pubblicato un video registrato da un drone durante il funerale dove si vedono due giovani lanciare quella che sembra una bottiglia d’acqua contro gli agenti di polizia prima dell’inizio della carica. Si tratta di una scusa inconsistente per una condotta simile, durante un evento che avrebbe dovuto essere gestito con la massima delicatezza. Il commissario Kobi Shabtai ha ordinato di aprire un’inchiesta sul comportamento della polizia al funerale. Ma questo incidente è solo uno dei tanti in cui la polizia israeliana si è comportata in modo inaccettabile, esacerbando così la situazione in atto e intensificando l’umiliazione delle vittime.

Il giorno in cui Abu Akleh è morta, i poliziotti sono andati a casa della famiglia in lutto chiedendo di rimuovere le bandiere palestinesi che sventolavano fuori della loro casa, di non fermarsi nella strada e di abbassare il volume della musica diffusa all’esterno. Il giorno del funerale, poco dopo la processione, la polizia è stata ripresa mentre strappava via le bandiere palestinesi dalle auto. Non sapremo mai cosa passava per la mente di chi ha mandato i poliziotti a casa della famiglia, o di chi tirava giù le bandiere. Come pensavano che avrebbero reagito i familiari in lutto o i partecipanti al funerale?

Come se non bastasse, sabato mattina un giovane palestinese, Walid al Sharif – che tre settimane fa aveva lanciato delle pietre contro la polizia sulla spianata delle moschee ed era stato ferito gravemente alla testa – è morto mentre era ricoverato nella clinica di Hassadah. La polizia ha dichiarato che le sue ferite erano state causate da una caduta, ma non ha fornito alcuna prova di quanto affermato. È difficile credere alla coincidenza cosmica secondo cui la morte di un uomo di 21 anni sarebbe stata causata da una caduta avvenuta proprio nello stesso momento in cui contro di lui venivano sparati dei proiettili di gomma. Con la sua morte, Al Sharif è diventato un “martire di Al Aqsa”, la prima vittima sulla spianata dal 2017, quando due terroristi armati furono uccisi dopo aver sparato e ucciso due poliziotti. Questa volta, però, si trattava di un giovane che lanciava pietre. Dal punto di vista palestinese, questo è un caso molto più grave.

I poliziotti non stavano rischiando la vita quando Al Sharif tirava sassi contro di loro, e sparargli al torace è stata una violazione ingiustificata delle regole di ingaggio

Anche qui il problema non risiede nel modo in cui i palestinesi o il mondo percepiscono l’evento, o nel rischio che la sua morte o il suo funerale possano scatenare una nuova ondata di terrore a Gerusalemme o in Cisgiordania: il problema è questa morte. L’idea che una pietra possa effettivamente uccidere può essere vera quando ci si riferisce a una pietra lanciata contro un’auto senza protezioni sull’autostrada; ma le possibilità che un poliziotto che indossa casco e giubbotto protettivo muoia a causa di un sasso sono insignificanti. I poliziotti non stavano rischiando la vita quando Al Sharif tirava sassi contro di loro, e sparargli al torace è stata una violazione ingiustificata delle regole di ingaggio.

Al Sharif è stato colpito da un proiettile dalla punta di gomma nero. Questo proiettile da 40 millimetri è pensato con lo scopo di infliggere un intenso dolore ed è la principale arma non letale utilizzata dalla polizia. Ma dal 2014, quando la polizia è passata dai proiettili blu, più leggeri, a quelli neri, più pesanti, i casi in cui questa arma “non letale” ha causato gravi lesioni e anche la morte sono aumentati. A Gerusalemme Est ci sono decine di giovani, bambini e adulti che soffrono a causa delle ferite causate da questi proiettili. Alcuni di loro hanno perso un occhio o sono diventati completamente ciechi. E in almeno un caso si è verificata una morte accertata: si chiamava Mohammed Sinokrot il giovane ucciso da un proiettile con la punta di gomma che l’ha colpito alla tempia.

Le radici del problema
Nelle prime ore del 14 maggio si è verificata una nuova tensione. La polizia si è rifiutata di consegnare il corpo di Al Sharif alla famiglia per la sepoltura, nonostante il ragazzo non fosse in stato di arresto durante il ricovero in ospedale delle ultime tre settimane. E questo perché il tribunale di Gerusalemme avrebbe dovuto gestire la richiesta della polizia di effettuare un’autopsia quella sera stessa.

La polizia israeliana è stata di recente lodata per la gestione del mese sacro islamico di Ramadan a Gerusalemme rispetto agli anni precedenti. Questa volta, nel tentativo di garantire ai palestinesi la libertà di culto e un’atmosfera di festa, la polizia ha evitato di innalzare barriere alla porta di Damasco e ha ridotto al minimo l’uso degli strumenti di dispersione della folla, come i cannoni ad acqua che di solito vengono caricati con un liquido chimico dall’odore pestilenziale, le granate assordanti e i gas lacrimogeni: tutte forme di punizione collettiva.

Questa politica si è dimostrata fruttuosa: rispetto allo scorso anno, gli scontri violenti si sono limitati alla parte meridionale della spianata delle moschee e non si sono estesi alla porta di Damasco e ad altri quartieri palestinesi. La maggior parte degli abitanti di Gerusalemme, sia israeliani sia palestinesi, ha celebrato le vacanze in tranquillità e gli ospedali non si sono riempiti di persone ferite negli scontri. Il comandante del distretto di polizia di Gerusalemme, il maggiore generale Doron Turgeman, che prima del Ramadan aveva detto “Questa non è una guerra, ma un mese sacro”, ha dimostrato che effettivamente le cose possono andare diversamente. Tuttavia, il diavolo è nei dettagli, e quando si tratta della polizia, il suo fallimento sta nelle azioni degli agenti sul campo, in quelle dei loro comandanti e nelle loro decisioni.

Dall’uso dei manganelli sui partecipanti a un funerale con la bara in spalla, all’invio di poliziotti a casa di una famiglia in lutto per strappare delle bandiere, fino a puntare la canna di un fucile contro il torace di qualcuno. C’è evidentemente un problema nelle forze di polizia. Forse qualcuno potrebbe affermare che questo problema risieda nei sistemi di comando e controllo, o nei metodi di addestramento e reclutamento della polizia. Ma in realtà ha radici molto più profonde. E sta nel fatto che gli agenti di polizia non considerano i palestinesi che si trovano davanti come esseri umani, né sentono il bisogno di rispettare loro o il loro dolore. Questa è una verità terribile, e non solo per i palestinesi.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

Questo articolo è uscito sul quotidiano israeliano Haaretz. Internazionale ha una newsletter che racconta cosa succede in Medio Oriente. Ci si iscrive qui.

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