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Il blocco dello scrittore è frutto della nostra immaginazione?

Dina Belenko, Getty Images

“Che cosa fai quando hai il blocco dello scrittore?”, mi ha chiesto qualcuno l’altro giorno. Sono stato ben felice di rispondergli che mi alzo dalla scrivania, vago per la casa con un’espressione di autocommiserazione e di tanto in tanto mi metto le mani tra i capelli con aria disperata. Mi compro un pacchetto di gelatine e ne mangio troppe. Consulto compulsivamente Twitter. Comincio a odiarmi e mi sfogo scattando ogni volta che qualcuno mi parla.

A ripensarci, capisco perché questa risposta non ha soddisfatto il mio interlocutore: lui voleva sapere come faccio a superare il blocco dello scrittore. E di questo non ho proprio idea. Continuo a mangiare gelatine e a prendermela con gli altri, alla fine arriva l’ora di andare a letto e la mattina dopo di solito il blocco è sparito. Provateci anche voi.

Paradossalmente, sono state scritte valanghe di pagine sul blocco dello scrittore, sia dagli specialisti dell’autoaiuto sia dagli accademici, ma non è servito a molto (ogni pochi anni, una rivista di psicologia si fa venire l’idea balzana di pubblicare un articolo sull’argomento che è costituito solo da diverse colonne vuote). Nel frattempo, c’è una scuola di pensiero più virile secondo cui “una cosa del genere non esiste” (“Avete mai sentito un contabile lamentarsi del blocco del contabile?”, dicono in tono sprezzante, come se questo chiudesse la questione).

Descrizione o spiegazione
Ma non è del tutto esatto affermare che il blocco dello scrittore non esiste. Il vero problema, come osserva lo psicologo Paul Silvia nel suo interessantissimo libro How to write a lot, è che si tratta di una descrizione mascherata da spiegazione. Indica una situazione – quella in cui non stiamo scrivendo – e pretende di spiegarne il motivo con il “blocco”. Ma questo non aggiunge nessuna informazione. È come dire che gli Stati Uniti stanno portando alle stelle il bilancio della difesa perché spendono di più per la difesa. O che abbiamo bisogno di dormire perché non abbiamo dormito abbastanza.

La cosa più importante per superare il blocco dello scrittore, quindi, potrebbe essere ridimensionarlo

Una serie di ricerche fa pensare che esistano molte spiegazioni per il fatto che non stiamo scrivendo, come per esempio la paura del giudizio degli altri o un atteggiamento eccessivamente autocritico (o ancora: abbiamo veramente voglia di scrivere? Oppure a livello subliminale stiamo cercando di compiacere qualcun altro, per esempio un genitore?). Quali che siano i nostri motivi, se ci lamentiamo del blocco dello scrittore invece di ammettere che al momento non stiamo scrivendo, peggioriamo solo le cose. “Dare un nome alle cose significa farle diventare realtà oggettive”, dice Silvia. “Le persone sono capaci di rimuginare fino a deprimersi, e il blocco dello scrittore ne è un esempio”.

La cosa più importante per superare il blocco dello scrittore, quindi, potrebbe essere ridimensionarlo: prendere coscienza che non si tratta di una condizione ma di una situazione contingente che, per definizione, si risolve nel momento stesso in cui scriviamo qualsiasi cosa.

Possiamo tenere un diario dei sogni, come faceva Graham Greene, o buttare giù ogni mattina tre paginette sulla prima cosa che ci viene in mente. Possiamo rinunciare a scrivere freneticamente finché abbiamo l’estro e farlo invece con regolarità, per periodi limitati, smettendo allo scadere del tempo stabilito. Ah, e soprattutto smettere di aspettarci che scrivere sia piacevole in sé (nutro seri sospetti nei confronti di chi afferma che è divertente).

Nessuna di queste è una strategia eccezionale, ma il problema è proprio considerare eccezionale il blocco dello scrittore. Non abbiamo bisogno di superare un misterioso blocco. Abbiamo solo bisogno di scrivere.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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