I primi no a Trump nel suo partito
Da quando è tornato alla Casa Bianca Donald Trump ha cercato d’indebolire i contropoteri degli Stati Uniti. Al congresso, dove entrambe le camere sono a maggioranza repubblicana, sembrava esserci riuscito. Eppure di recente ha subito varie sconfitte parlamentari, e oggi, a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, è lecito chiedersi se la sua presa sul Partito repubblicano si stia allentando.
La principale manifestazione di questa “resistenza” – una parola senza dubbio eccessiva – ha costretto la Casa Bianca ad abbandonare un progetto molto contestato a cui Trump teneva: un fondo da 1,8 miliardi di dollari destinato a risarcire in particolare gli assalitori del Campidoglio del 6 gennaio 2021. Diversi parlamentari repubblicani indignati hanno fatto sapere di essere contrari, e Trump ha giudicato più prudente non sottoporre la decisione al voto. È senza dubbio la sua più grande sconfitta nei diciotto mesi al potere.
Poi, in settimana, la camera dei rappresentanti ha votato per limitare i poteri del presidente nella guerra contro l’Iran. La mozione è passata grazie al voto favorevole di quattro repubblicani schierati con i democratici. Il testo probabilmente non andrà oltre, ma costituisce un precedente impensabile fino a ieri.
Le motivazioni dei dissidenti sono molte. Dei quattro che hanno votato sull’Iran con i democratici, due sono libertari contrari agli interventi militari all’estero, gli altri due repubblicani più classici eletti in circoscrizioni dove le conseguenze della guerra si fanno sentire.
Prendere le distanze
Queste prime crepe riflettono soprattutto le esitazioni degli elettori di fronte alla gestione erratica di Trump su quasi tutti i temi: dall’economia alla guerra, dall’erosione del potere d’acquisto al prezzo del petrolio, fino al nepotismo e ai conflitti d’interesse che cominciano a farsi vedere seriamente. Alcuni repubblicani temono il verdetto delle urne a novembre, e prendono le distanze.
Bisogna dire che la gestione della guerra in Iran di certo non ispira fiducia. Trump lancia informazioni contraddittorie ogni tre ore, non è mai sembrato avere una strategia coerente, e non offre alcuna prospettiva di uscita da una situazione in cui lo stretto di Hormuz continua a restare chiuso.
Trump mantiene comunque la presa sullo zoccolo duro dei suoi elettori: i candidati da lui sostenuti vincono quasi sempre le primarie repubblicane in vista delle mid-term. Thomas Massie, parlamentare del Kentucky e uno dei quattro dissidenti, ha perso le primarie contro un trumpiano e dunque non farà parte del prossimo congresso. Trump non è quindi direttamente minacciato, ma rischia di dover negoziare le grandi decisioni invece di governare da solo.
Al di là della politica interna statunitense, è una questione importante per il resto del mondo. Le decisioni del presidente degli Stati Uniti hanno un impatto globale, che si tratti di dazi, di pace e guerra o del futuro della Nato. Se i contropoteri dovessero sparire, la concentrazione delle decisioni nelle mani di un solo uomo – anche di un “genio stabile”, come Trump si definisce – sarebbe preoccupante. Non è quindi indifferente che alcuni eletti repubblicani si ribellino.
Nel suo celebre saggio sull’America, Alexis de Tocqueville aveva elogiato nel diciannovesimo secolo i contropoteri della democrazia statunitense. Oggi Trump li mette a dura prova, ma non è detto che riesca a ridurli al silenzio.