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Gli Stati Uniti non hanno mai capito l’Afghanistan

Forze di sicurezza afgane a Kabul, 16 agosto 2021.
(Jim Huylebroek, The New Yo​rk Times/Contrasto)

Gli Stati Uniti non hanno mai capito l’Afghanistan. I pianificatori di Washington pensavano di sapere di cosa avesse bisogno il paese, ma non era la stessa cosa che voleva la sua gente. La politica degli Stati Uniti era animata da diverse pie illusioni. La principale era l’idea che i taliban potessero essere eliminati e che, nel farlo, potesse essere trasformata un’intera cultura.

In un mondo ideale i taliban non esisterebbero. Ma esistono, ed esisteranno in futuro. Gli osservatori occidentali fanno sempre fatica a capire come gruppi così spietati ottengano legittimità e sostegno popolare. Sicuramente gli afgani ricordano il terrore del dominio taliban negli anni novanta, quando le donne venivano frustate se si avventuravano fuori di casa senza burqa e le persone adultere erano lapidate a morte negli stadi di calcio. Come si possono dimenticare quei giorni cupi?

Gli Stati Uniti consideravano malvagi i taliban. Ritenere un gruppo malvagio significa gettarlo fuori dal tempo e dalla storia. Ma si tratta di una visione da privilegiati. Vivere in una democrazia con una sicurezza di base permette ai cittadini di puntare più in alto. Saranno delusi anche da un governo relativamente buono proprio perché si aspettano di più. Negli stati falliti e nel mezzo di una guerra civile, tuttavia, le questioni fondamentali sono quelle dell’ordine e del disordine, e come avere più del primo e meno del secondo.

Cecità e pregiudizi di Washington
I taliban lo sapevano. Dopo aver perso il potere nel 2001, il gruppo era debole, e doveva riprendersi dai devastanti attacchi aerei contro i suoi dirigenti. Ma negli ultimi anni ha ripreso terreno e messo radici più profonde nelle comunità locali. I taliban sono stati brutali. Allo stesso tempo hanno spesso garantito un’amministrazione migliore del lontano e corrotto governo centrale afgano. Fare poco è servito a molto.

Il governo dell’Afghanistan, sostenuto dagli Stati Uniti, non è fallito solo a causa dei taliban. È stato ostacolato fin dall’inizio dalle cecità e dai pregiudizi di Washington. Gli Stati Uniti hanno visto in un’autorità forte e centralizzata la risposta ai problemi del paese, e hanno sostenuto una costituzione che ha dato al capo dello stato ampi poteri. Questo, insieme a un sistema elettorale bizzarro e confuso, ha minato lo sviluppo dei partiti politici e del parlamento. Uno stato forte richiedeva istituzioni legali formali e gli Stati Uniti hanno debitamente sostenuto tribunali, giudici e altri orpelli del genere. Nel frattempo alimentavano il risentimento promuovendo programmi che dovevano ridisegnare la cultura afgana e le relazioni di genere.

Una delle prime cose che fanno gruppi armati come i taliban è fornire una soluzione delle controversie sbrigativa e rapida

Tutte queste scelte erano un riflesso dell’arroganza delle potenze occidentali, che consideravano le tradizioni afgane come un ostacolo da superare quando, a quanto pare, erano la linfa vitale della cultura politica del paese. Alla fine pochi afgani hanno creduto in un governo centrale che non hanno mai sentito vicino, o si sono presi la briga di navigare tra le sue lungaggini burocratiche. Hanno continuato a risolvere le loro controversie tramite autorità informali e comunitarie, rivolgendosi a figure locali di cui si fidavano. E questo ha aperto la strada al progressivo ritorno dei taliban.

L’Ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan (Sigar) ha supervisionato il modo in cui gli Stati Uniti hanno erogato i fondi per la ricostruzione e valutato la loro efficacia. Lo scorso anno sono uscite due deprimenti valutazioni del Sigar.

Una, pomposamente intitolata What we need to learn: lessons from twenty years of Afghanistan reconstruction (Cosa dobbiamo imparare: lezioni da vent’anni di ricostruzione dell’Afghanistan), fa notare che gli Stati Uniti hanno speso circa novecento milioni di dollari per aiutare gli afgani a sviluppare un sistema legale. Sfortunatamente la cosa non sembra avere impressionato gli stessi afgani.

Una delle prime cose che fanno gruppi armati come i taliban quando entrano in un nuovo territorio è fornire una soluzione delle controversie “sbrigativa e rapida”. Spesso sono più rapidi del sistema giudiziario locale. Come abbiamo notato io, Vanda Felbab-Brown e Harold Trinkunas nel nostro libro del 2017 sulle capacità di governo dei gruppi ribelli, “gli afgani mostrano un alto grado di soddisfazione per i verdetti dei taliban, a differenza di quelli del sistema giudiziario ufficiale, dove chi chiede giustizia deve spesso pagare considerevoli tangenti”.

Questa è una delle ragioni principali per cui la religione, in particolare l’islam, è importante. Fornisce un quadro organizzativo per una giustizia sbrigativa e una giustificazione per la sua attuazione, e ha più probabilità di essere percepita come legittima dalle comunità locali. I gruppi e i governi laici fanno, semplicemente, più fatica a fornire questo tipo di giustizia. Il governo afgano non era necessariamente laico, ma aveva ricevuto decine di miliardi di dollari da governi che certamente lo erano. Un sistema informale di risoluzione delle controversie, basato sulla sharia, sarebbe quasi certamente disapprovato da quei finanziatori occidentali. Quanto era probabile che un governo afgano guidato da un tecnocrate con un diploma di un’università della Ivy League potesse battere i taliban al loro stesso gioco?

Come ha notato il rapporto Sigar, “gli Stati Uniti hanno giudicato male quel che avrebbe costituito un sistema giudiziario accettabile dal punto di vista di molti afgani, il che in ultima istanza ha permesso ai taliban di esercitare la loro influenza”. O, per dirla con un ex funzionario dell’agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid): “Abbiamo scartato il sistema di giustizia tradizionale perché pensavamo che non avesse alcuna rilevanza rispetto a ciò che volevamo vedere nell’Afghanistan di oggi”.

Un sistema sbilanciato
Ma cosa volevano, per l’appunto, vedere gli Stati Uniti nell’Afghanistan di oggi?

Quando l’amministrazione Bush ha contribuito a formare il governo afgano post-taliban, sosteneva ancora di essere poco interessata alla costruzione dello stato. Prendere a prestito dalle costituzioni passate dell’Afghanistan era più facile che proporre qualcosa di più appropriato a quello che era diventato un paese molto diverso. La nuova costituzione ha creato un sistema sbilanciato che ha dato al presidente “quasi gli stessi poteri di quelli esercitati dai re afgani”, come ha scritto Jennifer Brick Murtazashvili, un’importante studiosa dell’Afghanistan.

I sistemi presidenziali forti sono allettanti perché offrono la prospettiva di un’azione decisa. Ma la concentrazione di potere allontana inevitabilmente altre parti interessate, in particolare al livello locale e regionale.

Il presidente ormai in esilio, Ashraf Ghani, era riuscito a essere onnipotente in teoria, ma decisamente inetto in pratica

Fin dall’inizio il parlamento afgano ha sofferto di un deficit di legittimità. L’Afghanistan ha usato un sistema elettorale cosiddetto a voto unico non trasferibile (sntv), uno dei più rari al mondo. Ci sono varie ragioni per cui l’sntv è talvolta usato nelle elezioni locali ma quasi mai al livello nazionale: tra le altre, perché assegna i voti in un modo che ostacola lo sviluppo dei partiti politici. Se c’è un qualcosa di cui l’Afghanistan ha bisogno, sono partiti politici – e un parlamento – che possano controbilanciare i poteri del presidente.

I rischi di un sistema presidenziale crescono nelle società divise, e l’Afghanistan è diviso lungo linee etniche, religiose, tribali, linguistiche e ideologiche, quasi in ogni modo possibile. Questo aumenta la posta in gioco della competizione politica, perché ciò che conta di più è chi finisce al vertice.

Il sistema, infine, funziona solo se il presidente è competente. Il presidente ormai in esilio, Ashraf Ghani, era riuscito a essere onnipotente in teoria, ma decisamente inetto in pratica. Nonostante sia stato il presidente dell’Istituto per l’efficenza dello stato, la sua inefficienza – che si riflette nel suo stile volubile e nella sua propensione alla microgestione – ha infettato l’intero sistema politico, e poco si è potuto fare per invertire la tendenza finché è rimasto in carica.

Valori non condivisi
Oltre a creare nuove istituzioni politiche, gli Stati Uniti credevano di poter trasformare la cultura del paese. Naturalmente la maggior parte dei politici, delle organizzazioni non governative e dei donatori statunitensi pensavano che le cose funzionanti nelle democrazie avanzate avrebbero fatto lo stesso in quelle incompiute e fragili. I valori liberali erano universali. E dal momento che erano universali sarebbero stati, se non adottati, almeno apprezzati.

È stato speso quasi un miliardo di dollari per promuovere l’uguaglianza di genere. Ma una simile attenzione è stata troppo spesso simile a una forma d’ingegneria sociale e culturale in un paese conservatore, che stava ancora lottando per stabilire una sicurezza di base. La politica di Usaid sull’uguaglianza di genere e la promozione e il rafforzamento della presenza femminile indicava tra i suoi obiettivi, piuttosto ambiziosi, quello di “lavorare con uomini e ragazzi, donne e ragazze per apportare cambiamenti di atteggiamento, comportamento, ruoli e responsabilità”. Si tratta di un obiettivo degno, ma l’approccio statunitense ha avuto mano pesante ed è stato a volte controproducente.

Come ha concluso il secondo rapporto Sigar, intitolato Support for gender equality: lessons from the U.S. experience in Afghanistan (Sostegno all’uguaglianza di genere: lezioni dall’esperienza degli Stati Uniti in Afghanistan), ai funzionari statunitensi serve “una comprensione più sfumata dei ruoli e delle relazioni di genere nel contesto culturale afgano” e di “come sostenere donne e ragazze senza provocare contraccolpi che potrebbero metterle in pericolo o bloccare il progresso”.

Questi sforzi erano ben intenzionati, ma si basavano su ipotesi sull’arco del progresso e sulla convinzione che gli Stati Uniti avrebbero reso possibile tale progresso nonostante gli afgani stessi fossero meno ottimisti.

Avere voce in capitolo
Se gli Stati Uniti avessero fatto altre scelte, il risultato sarebbe stato diverso? Non lo so. Gli statunitensi credono in certe cose. Sospendere queste convinzioni in nome della comprensione di un’altra società può facilmente degenerare in un relativismo morale e culturale che molti, se non la maggior parte, degli statunitensi rigetterebbero. Un repubblicano – ma, in realtà, anche un progressista che diffidi del ruolo della religione nella vita pubblica – si sarebbe sentito a suo agio nel sostenere in Afghanistan programmi che prevedevano l’attuazione di una certa versione della sharia, anche se diversa da quella dei taliban?

In una transizione, tuttavia, l’ordine e la sequenza contano. Oggi è chiaro che abbiamo sbagliato la sequenza in Afghanistan, specialmente considerando che i diritti delle donne sono stati a lungo una delle questioni più divisive del paese. Come hanno avvertito le esperte Rina Amiri, Swanee Hunt e Jennifer Sova nel 2004, quando i taliban sembravano una reliquia del passato, “nonostante la situazione sia notevolmente migliorata dai tempi del regime taliban, è ancora propizia a una lotta fra tradizionalisti e modernisti; e ancora una volta il ruolo delle donne e la religione sono centrali in questo conflitto”.

Era compito dell’America cambiare una cultura? Qualcuno si aspettava davvero che il governo degli Stati Uniti sarebbe stato capace di farlo? Se esiste un cambiamento che dovrebbe venire dall’interno, si tratta probabilmente di un cambiamento culturale. Ma se esiste qualcosa di universale – e che trascende la cultura e la religione – è il desiderio di avere voce in capitolo nel proprio governo. Invece di dire agli afgani come vivere, avremmo potuto dargli lo spazio necessario a decidere chi volevano essere.

Con un parlamento debole, in parte a causa di questo bizzarro sistema elettorale, tutta l’attenzione è stata dirottata sulle competizioni presidenziali, invariabilmente piene di risentimento. Il risultato è stato un sistema del “chi vince prende tutto” in un paese dove i vincitori hanno a lungo sottomesso, o peggio, gli sconfitti. Non è una sorpresa, quindi, che “ogni elezione presidenziale afgana sia stata mediata da diplomatici statunitensi”, come ha detto Jarrett Blanc, uno di questi diplomatici. È questa la democrazia che gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno cercato, per anni, di costruire.

Molte delle istituzioni politiche che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare sono state spazzate via. È quasi come se non fossero mai esistite. Insistendo sul primato della cultura sulla politica, gli Stati Uniti pensavano di poter migliorare entrambi. L’Afghanistan sarebbe stato comunque condannato? Può darsi. Ormai è troppo tardi per saperlo.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito su The Atlantic.

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